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Temperatura dell'aria
e secrezione nettarifera
Un fattore determinante,
ma un'interazione complessa.
Questo
è solo il frammento di un articolo tratto da
una serie di cinque, in cui George S. Ayers, sull'American
Bee Journal, affronta "l'altra parte dell'apicoltura"
(la parte cioè legata alle piante e alla secrezione
nettarifera) secondo un complesso modello di interazioni.
La temperatura dell'aria è
probabilmente il fattore più spesso citato
in letteratura per la sua influenza sulla produzione
di nettare. Basta pensarci un attimo per capire che
è così. A temperature da gelo non ci
sarà nettare, e continuerà a non esserci
finchè la temperatura non abbia raggiunto un
punto minimo. Dietro la semplicità di questa
affermazione c'è una storia piuttosto complessa.
Gli effetti benefici della temperatura si manifestano
solo entro una gamma relativamente ristretta. La maggior
parte delle reazioni biologiche subiscono un'accelerazione
a temperature più tiepide, posto che la gamma
di temperature in questione sia all'interno di "limiti
biologici". A basse temperature i processi biologici
operano molto lentamente. Man mano che la temperatura
si riscalda, i processi accelerano. In generale, sopra
la gamma che va da circa 5° fino ai 20-25°
C gli andamenti di molte reazioni biochimiche individuali
subiscono un'accelerazione, e conseguentemente accelerano
anche processi che dipendono da queste reazioni, man
mano che queste temperature moderate aumentano.
Anche altri processi, come la diffusione, si sveltiscono
coll'innalzarsi della temperatura. Poiché queste
generalizzazioni comprendono le reazioni che si accompagnano
alla produzione fotosintetica degli zuccheri, ci si
potrebbe aspettare che moderati aumenti di temperatura
al di sopra della gamma di cui si parlava favoriscano
la produzione di nettare.
La relazione generalizzata temperatura/ velocità,
tuttavia, include una miriade di altri processi fisiologici,
alcuni dei quali, logicamente, saranno sfavorevoli
alla produzione di nettare: per esempio la respirazione,
che fondamentalmente usa il fotosintato per produrre
tutto ciò di cui una pianta ha bisogno eccetto
lo zucchero. Questi altri bisogni di una pianta sono
in competizione con lo zucchero che a noi piacerebbe
fosse invece riversato nei nettarii. Questo sarebbe
riscontrabile soprattutto di notte, quando non si
produce fotosintesi ma quando la respirazione è
inosservata.
Al di sopra di questo picco di 25-30° C, che può
variare a seconda del clima a cui una data pianta
sia abituata, le reazioni individuali rallentano,
e può accadere di raggiungere un punto oltre
il quale la fotosintesi si arresta.
Altre reazioni cominceranno a subire un arresto fino
al raggiungimento di un punto di morte termica.
La natura in genere non è lineare: mentre il
"poco" di qualcosa (di temperatura, per
esempio) può essere benefico, il "molto"
può essere disastroso.
A questo punto entra in gioco ancora più complessità.
Dal nostro modello,è chiaro che la temperatura
dell'aria sarà correlata con altri fattori
che influenzano la produzione di miele (la luce, per
esempio), così come essa stessa avrà
molteplici effetti sulle piante, che a loro volta
influenzeranno la produzione di miele. Identificare
precisi rapporti di causa ed effetto in questo tipo
di situazione non è facile. Negli studi sul
campo in cui la temperatura dell'aria è correlata
con altri fattori quali la luce del sole, la temperatura
dei tessuti della pianta e la temperatura del suolo,
diventa difficile dire quale fattore o combinazione
di fattori è la causa di un effetto osservato.
Per esempio, cosa ha provocato l'effetto osservato?
E' stato l'aumento di luce, o l'aumento di temperatura,
o tutt'e due?
Per questo molti studi accurati vengono eseguiti in
ambienti artificiali dove queste condizioni possono
essere controllate individualmente. In questi studi,
tuttavia, sorge questo problema: quanto riflettono
il mondo reale?
Forse, per esempio, ci possono essere due o tre parametri
che favoriscono la produzione di nettare in un modo
per cui gli effetti combinati sono più che
addizionali, e cioè l'effetto cumulativo è
maggiore della somma degli effetti individuali. Investigare
i parametri uno alla volta non permetterebbe di scoprirne
questa relazione. Un ricercatore può abbracciare
il problema lavorando con due parametri ognuno a due
o più livelli, allargando però enormemente
il quadro dell'esperimento.
Queste situazioni dall'effetto più che addizionale
si presentano frequentemente in biologia.
La temperatura dell'aria influenza direttamente le
piante con modalità che secondo il nostro modello
influenzerebbero a loro volta la produzione di nettare.
Per esempio, possiamo aspettarci che ci sia un'influenza
sia sulla temperatura del suolo che sulla temperatura
dei tessuti della pianta.
In più, possiamo aspettarci che la temperatura
dell'aria influenzi il tasso di evaporazione dell'umidità
dal suolo così come la traspirazione di vapore
acqueo dagli stomati. Troppa evaporazione può
portare a uno stress da mancanza d'acqua, che a sua
volta porterà a un certo numero di effetti
in grado di influenzare la produzione di nettare.
Sotto stress da mancanza d'acqua, la pianta può
diventare "tirchia" con l'acqua che potrebbe
utilizzare per creare nettare. Lo stress da mancanza
d'acqua spesso fa chiudere gli stomati, il che a sua
volta blocca il rifornimento di CO2 funzionale agli
zuccheri che poi finiscono nel nettare.
Se lo stress da acqua diventa pesante, ci sarà
un'influenza su diversi sistemi della pianta. Gli
enzimi che presiedono alle reazioni biochimiche che
sostengono la vita della pianta, operano in ambienti
acquosi, e se questi ambienti sono influenzati sfavorevolmente
la pianta comincia a bloccarsi, il che sarà,
io credo, solo nocivo alla produzione di nettare.
La temperatura influenza anche la crescita della pianta
e, in alcuni casi, anche il numero di fiori che essa
produce. Qualcuno di questi effetti può essere
benefico per la produzione di nettare (presumibilmente
il numero di fiori), e qualcuno negativo (la crescita
della pianta può creare nuovi bacini in competizione).
A priori, è molto difficile predire con grande
precisione quale sarà l' effetto cumulativo
di tutto questo. E' qui che secondo me delle attente
osservazioni fatte su un lungo periodo possono tornare
utili. Per esempio: "Rispetto a questa pianta
particolare, in questa parte del mondo, dove il modello
meteorologico è generalmente così, quando
accade questo, la produzione di nettare è influenzata
in questo modo un numero X di volte su un numero Y
che questo accade. Tutti questi "se" e"ma"
vengono in qualche modo automaticamente integrati.
Il concetto secondo cui la produzione di nettare è
migliore quando la temperatura del giorno è
calda e quella notturna è bassa compare in
modo ricorrente nella letteratura apistica. Utilizzando
il nostro modello, possiamo fare una ipotesi convincente
per spiegare questa convinzione. Durante il giorno,
all'interno di una gamma ragionevole di temperature,
più la temperatura aumenta, più aumenta
la fotosintesi, e ci sarà più zucchero,
nella linfa floematica, da distribuire ai nettarii.
Di notte, quando la fotosintesi si arresta, la respirazione
continua, utilizzando zuccheri prodotti dalla fotosintesi,
diminuendo così la fornitura di zucchero ai
nettarii. Ci si può aspettare che la temperatura
di serate fredde rallenti la respirazione, lasciando
perciò più zucchero disponibile per
la produzione di nettare.
A volte, tuttavia, basandosi ancora su osservazioni
degli apicoltori, la letteratura suggerisce che le
serate fredde non contino molto, conta piuttosto la
giornata calda. Tralasciando quello che compare in
letteratura, quando ascolto i vecchi apicoltori del
Michigan - la cui opinione sono giunto a rispettare
- sento dire che il miglior flusso nettarifero, per
loro, è quando fa semplicemente caldo. Cosa
mostrano quindi gli studi di laboratorio? Ebbene,
non c'è grande evidenza per l'ipotesi che ho
presentato prima. La produzione di nettare del trifoglio
rosso non viene in alcun modo influenzata da temperature
alterne, e l'erba medica sembra produrre sia un grosso
volume di nettare sia un'alta concentrazione di zucchero
nel nettare in condizioni di caldo costante, piuttosto
che con un'alternanza di giorni caldi e notti fredde.
C'è una spiegazione per le osservazioni sul
campo che suggeriscono l'importanza delle temperature
alternate? In effetti esse possono essere corrette,
almeno in certi casi. Noi non abbiamo fatto studi
di laboratorio appropriati e accurati su tutte le
specie di piante,e ancor meno sulle varianti genetiche
interne a queste specie. Vengono poi in mente anche
altre possibilità. Giorni caldi di sole sono
spesso collegati a cielo sereno. Cielo sereno di notte
permette alla terra di rinfrescarsi notevolmente per
il ritrarsi della irradiazione nello spazio. In certi
casi, perciò, l'apparente beneficio delle notti
fresche può essere poco più che un artefatto
dovuto al fatto che sere relativamente fresche spesso
vengono dopo giorni caldi di sole. E una correlazione
non significa sempre un rapporto di causa ed effetto.
In questa tematica del tempo caldo, ci sono anche
altre cose che accadono senza che di solito le consideriamo.
Penso a come i più consistenti flussi nettariferi
sull'erba medica nel Michigan derivano dal fatto che
i coltivatori di medica ritardano il taglio quando
il tempo è caldo e secco e l'erba medica cresce
con lentezza, per lasciarla crescere un poco di più.
Questo ritardo permette che venga prodotto più
miele dalla coltivazione di quanto non sarebbe se
il taglio avvenisse prima. Credo che qualcosa del
genere avvenga anche nell'apicoltura urbana. Durante
la fase calda e secca dell'estate, quando l'erba cresce
più lentamente che nella stagione più
fresca, il maggior tempo tra una taglio e l'altro
consente al trifoglio olandese (repens)di fiorire
per un tempo più prolungato, così che
le api hanno più tempo per il raccolto.
Infine ecco due altri temi che possono essere ricondotti
a quello della temperatura. Notti calde sono spesso
seguite da mattinate calde, il che potrebbe dare alle
api più tempo giornaliero per bottinare nettare.
Infine, durante certe lunghe e assolate ondate di
caldo secco, non c'è pioggia che dilavi il
nettare dei fiori, lasciandolo così disponibile
per le api.
MODELLO AYERS

DIZIONARIO
MINIMO
Stomati Piccoli
"buchi" nelle foglie che, permettendo l'evaporazione
dell'acqua da una pianta, producono un movimento verso
l'alto dell'acqua all'interno della pianta stessa.
Si aprono rilasciando acqua e assumendo anidride carbonica,
si chiudono in periodi di stress da carenza d'acqua
allo scopo di conservare acqua. In questo caso non
possono assumere anidride carbonica.
Fotosintesi:
processo per cui la pianta utilizza energia luminosa
per operare una catena di reazioni chimiche, producendo
tra l'altro il glucosio da molecole di anidride carbonica
e acqua. Esso costituisce una fonte energetica per
l'intera pianta nella doppia funzione o di carburante
o di materiale di base per altri processi della pianta.
Floema Sistema
vascolare delle piante superiori che serve al trasporto
delle sostanze nutritive
Respirazione
Scissione chimica delle sostanze nutritive che comporta
la liberazione di energia utile dal punto di vista
metabolico
Fotosintato
I prodotti della fotosintesi che vengono trasportati
verso diverse parti della pianta attraverso il floema
Bacini Tutte
le parti della pianta che ricevono e utilizzano il
fotosintato distribuito nella pianta ( per esempio
i meristemi -cioè parti in crescita attiva-
così come, in diversi periodi, fiori, frutti,
semi). Tutti "affamati" di fotosintato,
sono competitivi tra loro.
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