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ALIMENTAZIONE
DELLE API E NUTRIZIONE ARTIFICIALE
Il motto "sei
quello che mangi" si applica anche alle api?
Usava dire Onelio Ruini: "vale
più un etto raccolto dalle api che un chilo
dato da noi". A cosa può corrispondere,
in termini di conoscenza della biologia dell'ape,
l'affermazione di un apicoltore che per esperienza
e capacità di osservazione è da molti
considerato un maestro?
Va considerato che probabilmente Onelio pensava al
periodo in cui si preparano le api per la fioritura
dell'acacia. Fino a dieci anni fa occorrevano, nella
sua zona (Reggio Emilia), diversi litri di sciroppo
zuccherino sia allo scopo di fornir loro da mangiare,
sia con l'intenzione di stimolarle. Da dieci anni
a questa parte la situazione stagionale è cambiata,
tanto che le stesse arnie devono venire smelate anziché
nutrite, prima di portarle all'acacia.
Forse non è tanto il fatto di nutrirle, quanto
la qualità del nutrimento trovato in natura,
probabilmente unito ad altri fattori ambientali, a
fare la differenza osservata da Onelio.
Di cosa hanno bisogno le api?
Per prima cosa di glucidi (forniti dal nettare e dal
miele) per il fabbisogno energetico e la secrezione
della cera, e di protidi (forniti dal polline), per
la costruzione dei tessuti corporei. Le proteine devono
essere reperite in quantità (per il sostentamento,
l'allevamento, la crescita) ma anche in qualità
(certi aminoacidi non possono essere sintetizzati
dall'organismo animale e sono indispensabili. Non
tutti i pollini a questo proposito sono uguali). Un
altro fattore che influisce sul valore nutritivo del
polline è il tempo di stoccaggio. Polline vecchio
di un anno sembra avere il 25% in meno di influenza
sullo sviluppo delle ghiandole ipofaringee dell'operaia
(Haydak); e che polline vecchio di due anni non sia
in grado di far scattare il loro sviluppo.
Anche i grassi svolgono un ruolo, nello sviluppo preinvernale
vengono accumulati e integrati di proteine.
Vitamina C e vitamine del gruppo B sono indispensabili
a un regolare allevamento di covata (senza di esse
lo sviluppo rimane incompiuto) ma hanno anche un'influenza
sulla durata di vita delle api adulte.
Fosforo e potassio sono tra i principali costituenti
minerali del corpo dell'ape. Vi sono invece sali minerali
che possono influenzare negativamente la durata di
vita dell'ape (cloruro di sodio sopra lo 0,5%). La
melata stessa sembra contenere sali minerali che diminuiscono
la longevità. E' possibile che l'effetto negativo
possa dipendere da un'assunzione troppo elevata rispetto
a momenti in cui non c'è allevamento di covata
e l'attività del volo è impedita.
C'è infine da considerare il ruolo
dell'acqua, per la soluzione di materie organiche,
la diluizione del miele, la schiusa delle uova, la
idratazione delle larve, ecc.
Le api, come tutti gli animali, sono trasformatrici
e non creatrici di energia o di materia. Occorre perciò
considerare l'interdipendenza dei loro bisogni nutritivi.
La semplice distinzione comunemente accettata tra
"nutrizione di sostentamento" e "nutrizione
stimolante" pone più l'accento sui bisogni
dell'apicoltore che su quelli delle api e sulle dinamiche
di interdipendenza dei componenti nutritivi.
Per esempio, d'inverno, nelle zone più fredde,
le api producono calore a partire da miele o zucchero
(insieme alla formazione del glomere). Ma per trasformare
in calorie gli zuccheri occorrono dei catalizzatori
(vitamine e oligo-elementi). Se essi non sono contenuti
nel cibo, le api sono obbligate a ricavarli dalle
loro riserve organiche. Queste riserve mascherano
temporaneamente gli effetti di una nutrizione di sostentamento
a base di candito o zucchero (per esempio una diminuzione
della durata di vita).
In un esperimento di laboratorio eseguito da Haydak,
tra due gruppi di api ingabbiate e nutrite per 3 settimane,
le une con zucchero e polline, le altre con sciroppo
di solo zucchero, nel secondo gruppo si è verificato
il 60% in più di mortalità rispetto
al primo. Inoltre nel secondo gruppo si è verificata
una diminuzione del peso corporeo delle api e del
tenore corporeo di azoto.
L'alimentazione delle api ci pone altri problemi.
Per esempio, al di là della indispensabile
nutrizione di sostentamento (l'intervento dell'apicoltore
in momenti di vera e propria carenza), esiste un effetto
comprovato di nutrizioni più mirate, quali
quella cosiddetta stimolante o quella proteica per
ottenere più covata in vista dell'inverno?
Uno studio del Centro
Svizzero di Ricerche Apicole svolto peraltro in
condizioni svizzere, ha innanzitutto rilevato solo
un effetto leggero della raccolta di polline sull'allevamento
di covata.
Inoltre l'effetto di una nutrizione artificiale a
base di polline o di suoi sostituti, destinata a sopperire
all'abbassamento dell'importazione naturale di polline
tra giugno e luglio, non avrebbe stimolato la covata
o la crescita della popolazione. "La distribuzione
di polline o di suoi surrogati può, a seconda
delle circostanze, spingere le bottinatrici a distogliersi
dall'offerta naturale di polline, di sicuro poco abbondante
in quel periodo, e a non trarne profitto" concludono
i ricercatori.
Nello stesso gruppo di sperimentazioni, nutrizioni
primaverili con soluzioni zuccherine (integrate o
no con sostituti di polline) non hanno provocato né
un aumento di covata né del numero di api rispetto
a famiglie-campione. Tanto da far concludere che "il
nutrimento stimolante di primavera non è economicamente
conveniente".
Nello stesso studio si conclude invece che l'evoluzione
di una famiglia d'api dipende in modo significativo
dalla collocazione dell'apiario e che il nomadismo
tra luoghi ricchi di importazione nettarifera può
avere degli effetti benefici sull'evoluzione delle
famiglie.
Al di là dell'ovvia riserva che gli sperimentatori
svizzeri hanno lavorato con api e in situazioni che
non sono le nostre, quali argomenti comprovati possiamo
opporre alle loro conclusioni sperimentali?
E' possibile che in tanti casi le nostre operazioni
di nutrizione siano solo un rituale propiziatorio
il cui effetto si sarebbe (o non si sarebbe) comunque
prodotto?
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