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TORNERÀ
L'INCUBO FLAVESCENZA?
E' da pochi
anni che è stata prevista nei vigneti la lotta
obbligatoria allo scafoideo, vettore della flavescenza dorata.
L'apicoltura ha già pagato un prezzo salato: migliaia i casi
di avvelenamenti!
Una malattia che viene dall'America. Foglie gialle e accartocciate,
tralci deboli e non lignificati, gemme senza vita e grappoli d'uva
secchi e raggrinziti. E' la flavescenza dorata, una delle più
pericolose e dannose malattie della vite. I sintomi compaiono in
piena estate o addirittura a settembre ed ottobre, verso la fine
del ciclo vegetativo della coltura.
La malattia nasce in America del nord e si trasferisce in Francia
nel primo dopoguerra. Negli anni '70 arriva anche in Italia, in
Lombardia, nell'oltrepo' pavese. In qualche anno si diffonde in
quasi tutto il settentrione, fino in Toscana. Come? Complici i vivai,
vengono commercializzate piante nelle cui screpolature si trovano
le uova di un insetto bruno ocraceo, lungo al massimo sei millimetri.
Si chiama Scaphoideus titanus (Rynchota, Cicadellidae) ed è
uno dei vettori del micoplasma 16 Sr-VC, un microrganismo a metà
strada fra il batterio ed il virus, vero agente eziologico della
malattia. Lo scafoideo, un cicadellide i cui danni diretti sulla
pianta sono trascurabili, vive pungendo la viti e succhiandone la
linfa. Se il vitigno è ammalato, il micoplasma passa nell'insetto
e si annida nelle sue ghiandole salivari. Un mese d'incubazione
e la cicalina è in grado di trasmettere l'infezione per tutta
la sua vita.
Una dura lotta chimica Il miglior metodo di
controllo del micoplasma, dichiarato organismo di quarantena nel
2000 dall'Unione europea, consiste ovviamente nella prevenzione,
ossia nell'uso di materiale vivaistico sano. Se la malattia si sviluppa
occorre bruciare tempestivamente i tralci infetti. Ma non è
sempre facile individuare ai primi sintomi le piante malate. Diventa
quindi necessario effettuare la lotta diretta all'untore, lo scafoideo,
la cui presenza è rilevata in campo con particolari trappole
gialle. Gli interventi possono avvenire in tre momenti distinti.
La prima applicazione si verifica indicativamente nella seconda
decade di giugno ed è indirizzata contro le forme giovanili,
fuoriuscite in maggio dalle uova svernanti, prima che esse diventino
infettive. Questo intervento prevede sia sostanze neurotossiche
che IGR, i regolatori della crescita, in grado di interferire con
lo sviluppo degli insetti, da larva ad adulto. Il secondo trattamento
è da eseguirsi nelle zone focolaio o comunque dove il Servizio
fitosanitario regionale abbia sancito l'obbligatorietà della
lotta. Queste irrorazioni possono coincidere con i trattamenti effettuati
contro la seconda generazione della tignoletta della vite, nella
prima decade di luglio. In situazioni del tutto particolari, oppure
nei vivai e nei barbatellai, si consiglia poi un terzo intervento
a fine luglio. In agricoltura biologica, invece, non esistono vincoli
rispetto al numero di trattamenti.
Le api, bersaglio involontario E' quindi una
guerra a colpi di chimica, quella che si combatte nei vigneti. Purtroppo
la vite, pur non essendo considerata un'importante fonte nettarifera,
è visitata dalle api che nei vitigni raccolgono polline.
Un bottinamento spesso notevole. L'ape, quindi, si trova involontariamente
nel campo di battaglia di una guerra che non le appartiene. Mentre
le molecole IGR non rappresentano un pericolo immediato per le bottinatrici
(se trasportati all'interno delle colonie, possono avere però
un effetto dannoso sulla covata), i principi attivi neurotossici
sono responsabili di gravi morie e spopolamenti. Per avere un'idea
nel 2001, nella sola provincia di Alessandria, sono state denunciate
in almeno 700 alveari morie attribuibili ai danni da esteri fosforici
ed eventi di media entità sono avvenuti in Emilia - Romagna,
Lombardia, Friuli Venezia - Giulia e Veneto [1]. Nel 2002 il fenomeno
si è ripetuto in tutte le aree a rischio. Nelle tabelle 1
e 2 vediamo, a titolo d'esempio, i principi attivi consigliati in
Emilia - Romagna (ma sappiamo che nelle altre regioni possono essere
applicate altre molecole analoghe), in cui la valutazione sulla
pericolosità si basa sui lavori pubblicati sulle riviste
scientifiche specializzate (per alcuni dei quali è stato
possibile consultare solo l'abstract).
Ma la questione non è tanto di quali pesticidi si usano,
ma di come si usano. Le contaminazioni avvengono infatti se i principi
attivi sono applicati in maniera errata, soprattutto con presenza
di flora spontanea attrattiva per le bottinatrici. Le api, poi,
anche ipotizzando che non bottinino nei vigneti, possono comunque
entrare in contatto con i pesticidi se questi vengono irrorati in
giornate di vento (effetto deriva). Un'altra pratica, che meriterebbe
maggior attenzione per la sua pericolosità, è l'uso
di alcune formulazioni di microincapsulati. Dai minuscoli involucri,
che possono anche essere trasportati dalle api all'interno dell'alveare,
viene rilasciato lentamente il principio attivo, provocando mortalità
nei dieci giorni successivi all'introduzione.
Insomma, se non è il caso di contestare la lotta alla flavescenza
dorata, una malattia obiettivamente dannosa, è sicuramente
possibile salvare le api con buona educazione fitoiatrica dei viticoltori.
Lorenzo Monaco - Claudio Porrini
Dipartimento Scienze e Tecnologie Agroambientali
Università di Bologna


BIBLIOGRAFIA
CITATA
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