ANGELO
VALSESIA, UN PADRE DELL’APICOLTURA PIEMONTESE
nel ricordo di Gian Carlo Moroso
a cura di
Paolo Faccioli - gennaio 2008
“Angelo Valsesia è nato a Borgomanero
il 29 maggio 1910. E’ stato il fondatore dell’Associazione
Apicoltori della Provincia di Novara, nel 68. E’ stato
lui che ha tirato avanti un po’ tutta l’Associazione.
E’ stato tra i fondatori , e anche presidente,
del CAP, il Comitato Piemontese Apicoltori con sede
a Reaglie. C’era lui, c’era Vidano, Nebiolo,
e tutti gli anziani dell’apicoltura all’osservatorio
Don Angeleri, è stato anche Presidente della
Sezione Regionale Piemontese dell’UNA (Unione
Nazionale Apicoltori), e tra i fondatori di Aspromiele
Piemonte. Questo per dire che era una persona impegnata
in tutto oltre che con le api. Come apicoltore era
già un po’ anzianotto, un po’gracilino,
aveva le sue 300, 350 arnie in casse da 12 telaini
e riusciva, già a quei tempi lì, a
fare degli spostamenti proprio come si fanno adesso.
Ha iniziato perché nella cascina c’erano
già le api, come in tutte le cascine qui a
Borgomanero. Ha cominciato a razionalizzare i bugni
con le arnie da 12 telaini, e siccome aveva una sorella
o una cugina a Camino Monferrato, aveva cominciato
a fare degli spostamenti per lo sviluppo primaverile
lì a Camino. E’ stato uno dei primi
e a sviluppare il discorso degli spostamenti”.
Nomadismo razionale: una sequenza perfetta
“Quando ha iniziato era
nel 50. Io l’ho
conosciuto nel 65, più o meno, e riusciva
già a far questi spostamenti. Aveva un camion
Ford Transit, di casse a 12 ce ne stavano 30. Cominciava
a spostarle un po’ sul Monferrato in modo che
fossero già là dall’autunno.
Quelle che aveva in zona, nel Borgomanerese, le portava
a fare il tarassaco nella zona di Morimondo o ad
Abbiategrasso, nel milanese. Le portava lì un
tre settimane, gli lasciava fare la robinia e poi
se le riportava qui. La prima robinia là,
la seconda qui in zona. A quei tempi lì si
riusciva a fare l’acacia a Fontaneto, che è un
paese subito fuori qui. Si riusciva a fare la prima,
toglierla e portarle nelle colline di Gargallo qui
da noi e fare la seconda, tanto era scalare. Adesso
invece non si riesce più perché fiorisce
qui, fiorisce a Novara, fiorisce in Monferrato, dappertutto,
però prima riusciva a seguire queste fioriture.
Si riesce ancora a fare il “salto”, ma
non si riesce più a smielare. Si riesce caricando
le api col melario-adesso con le gru non c’è problema
a caricarle col melario e portarle lassù.
Il “salto” è una settimana, prima
erano due, la possibilità di caricarle su
coi melari non c’era, perciò si riusciva
a smielarle, trasportare le api su e rimettere i
melari. Problemi di umidità non ce n’erano.
E si riusciva a fare questi “salti”.
Però Valsesia è stato uno dei primi
a intuire che si poteva fare lo sviluppo sul tarassaco,
portarle sull’acacia, fare la seconda acacia,
portarle in montagna sul rododendro e sul tiglio,
a Macugnaga c’era solo lui. Diceva che entro
il 15 luglio bisognava essere scesi con tutte le
api e andare sulla solidago. Andava giù sul
Po, nella zona di Trino Vercellese e si riusciva
a fare due bei melari anche lì di solidago.
E le api erano scortate bene di polline e miele per
l’autunno. E quelle che portava sulla solidago
le portava poi nel Monferrato per far lo sviluppo
primaverile. Eran tutti pioppi, sul Po, e non venivano
fresati, per cui era un mare di solidago. Poi la
tagliavano, in autunno, ma durante la fioritura era
tutta integra e miele se ne faceva tanto, due bei
melari. Pioveva anche di più, il clima era
più adatto.
Tarassaco, prima robinia, seconda robinia, se c’erano
degli apiari sul castagno si faceva miele anche sul
castagno ed era alternativo alla montagna, che era
più ricercato, e per farlo l’importante
era portarle su proprio dopo la robinia in modo da
sfruttare i prati di montagna e le prime fioriture.
Poi si sceglieva se togliere il millefiori e fare
il tiglio dopo o lasciare tutto assieme.
Se le portavi in montagna subito dopo la robinia,
producevi un miele chiaro. Non si sa cos’era.
Appena dopo, il rododendro, e per quelle basse c’era
anche il tiglio che andava a coprire tutto. Se riusciva
smielava millefiori e rododendro separati, e si vedeva
proprio la differenza nella qualità dei mieli,
nel gusto e nel colore.
Però anche quelle in basso riuscivano ad andare
a prendere qualcosa, che poi diventava un misto.
Invece quello in alto era più selezionato.
Difficilmente andavano sul castagno con quelle fioriture
lì, perché di gusto di castagno non
ne ho mai sentito. Il castagno non interessava, andava
a inquinare il miele. Il mercato c’era, però se
uno voleva fare il castagno le poteva lasciare nelle
zone qui a Briga, nelle zone qui intorno o si andava
a Madonna del Sasso. L’annata buona erano 40
chili di acacia, 30 se eri stanziale. In montagna,
a parte le annate eccezionali che quando uscivano
si facevano i tre- quattro melari, normalmente due
melari si facevano: melari da 12 , vuol dire 30-35
chili. E poi ne uscivano altri due sulla solidago.
Il castagno a quei tempi dava bene e si metteva il
terzo, a volte il quarto melario. Col castagno portano
a casa e riempiono, poi però c’è subito
il calo, però due melari pieni o tre rimanevano
sempre. Col castagno bisognava poi integrare un po’ le
scorte, mentre quelle che andavano sulla solidago
erano a posto. Per l’inverno si usava il melittosio,
quello denaturato con l’Octosan, se ne prendevano
dei buoni quantitativi anche come Associazione: se
ne faceva arrivare un camion completo e si distribuiva
ai soci per le scorte invernali. Sulla solidago,
finchè c’era raccolto riuscivano a portare
a melario, poi rimanevano lì fino a novembre,
c’era sempre il raccolto tardivo, qualche millefiori,
e si scortavano perché siccome tendeva a cristallizzare
quasi subito, non si poteva lasciarci sopra i melari
tanto. Era una zona nebbiosa e umida dove c’era
la solidago, proprio in riva al Po, su quelle piane,
e bisognava prendere gli alveari e portarli su, spostamenti
di pochi chilometri, e metterli nelle postazioni
per svernare. A caricarle erano pesanti, tutte casse
da 12, e lui aveva la sua età, era faticoso”.
L’incontro con Valsesia
“Valsesia era di Santa
Cristina, in uno di quei casali vecchi, di agricoltura,
di mucche. Veniva
da una famiglia di contadini, che come tutti qua
avevano la cascina e la loro terra. Aveva fatto la
guerra d’Africa, sposato una donna di Torino
e avevano un negozio a Torino, una drogheria: vendevano
caffè, zucchero…poi è tornato
a casa, si sono trasferiti qui a Borgomanero, la
moglie ha messo su una lavanderia e lui aveva queste
api, questo casale. Era una persona socievole, molto
colta.
L’ho conosciuto perchè mio bisnonno
e mio nonno avevano le api, il nonno è morto,
io lo aiutavo a smelare e basta, perché avevo
il mio lavoro per un impresa elettrica di Intra ed
ero sempre in giro in trasferta. Mi sono rimaste
queste api, e ho cominciato a guardare le superstiti,
una ventina di casse. Era un inverno che erano senza
scorte e dovevo dargli un po’ di melittosio,
e sono andato a cercarlo da lui perché mi
avevano detto che lo faceva arrivare per l’associazione.
Infatti sono andato a casa sua, mi ha dato due sacchi
e ci siamo conosciuti così. Lui cercava di
vendere esperienza in cambio di aiuto materiale per
gli spostamenti. Io lavoravo, però la notte
e il mattino ero disponibile e ho cominciato a frequentarlo
nei momenti che avevo liberi, anche se a quel tempo
si lavorava anche il sabato e la domenica. Però riuscivo
sempre a trovare il momento per aiutarlo, e ho cominciato
a vedere i quantitativi di miele. Mentre mio bisnonno
e mio nonno raccoglievano quello che dava l’arnia,
lui tutti gli anni riusciva a riempire quei bidoni
da 10 quintali di lamiera di ferro zincato. Ne aveva
una fila, uno spettacolo per l’occhio che a
quei tempi lì era impensabile. E ho cominciato
a vedere una parvenza di apicoltura razionale, gli
spostamenti, i cambi di regine, a vedere api che
facevano la fame qui da noi e si riempivano di miele
nel milanese o nel Monferrrato, si vedeva la differenza.
Così ho cominciato a aiutarlo, poi ho avuto
dei problemi. Ho cambiato lavoro e sono andato con
una ditta tedesca, la Osram, e dovevo alternarmi
con trasferte sia in Italia che all’estero,
per cui ho dovuto mollare un pochino la collaborazione.
Lui è andato avanti fino al 75, poi ha avuto
problemi di salute e ha venduto l’azienda al
Porrini, e poi è finita lì. Porrini
ha tenuto un po’ le postazioni, le famiglie
le aveva smembrate e vendute in Libia, dove aveva
un commercio di nuclei. Son rimaste le postazioni
sull’acacia e sulla montagna e poi è finito
anche il discorso Porrini”.
“Si fatica meno e
venderne tanto che poco”
“ Ai suoi tempi c’era l’Ambrosoli
che ritirava il miele, o il Porrini. Problemi di
umidità non c’erano mai stati, loro
venivano, guardavano i bidoni pieni. Io avevo difficoltà a
vendere il poco che facevo e lui mi diceva: “Guarda
che se vuoi vendere bene il miele devi avere i bidoni
pieni, perché chi viene a vedere, se vede
i bidoni pieni, se vede i cento quintali, non c’è problema
a prenderlo tutto, se è poco non si sforzano
nemmeno a badarti, perché non vogliono fare
miscele”. Era già un discorso attuale:
si fatica meno a venderne tanto che a venderne poco.
E lui riusciva a fare i cento e più quintali
di acacia, non c’erano medie come adesso, ma
era una cosa buona”.
Una gestione razionale degli alveari
“ Valsesia è stato uno dei primi a dire
che era meglio limitare la sciamatura che togliere
le celle. A parte che la sciamatura non era come
adesso, era più limitata. Si toglievano le
celle due volte, tre, poi finiva lì, cominciava
il raccolto. Da dopo la varroa è cambiata
anche la sciamatura, sciamano di più (a parte
quest’anno che non c’erano le condizioni,
che eravamo anticipati). Lui diceva che bisognava
arrivare con le famiglie forti ma non troppo e con
la covata nascente durante il raccolto, per cui bisognava
salassarle prima, ed era un po’ un discorso
che nessuno faceva. Lui toglieva il favo con le api
e costituiva dei nuclei.
Toglieva due favi per arnia, sul tarassaco, ed erano
casse complete a 12 telai: metteva due fogli cerei
e un nutritore di melittosio 50 a 50 o anche meno,
perché diceva che, anche se c’è la
fioritura, le arnie a cui si dà il nutritore,
nutrite con qualcosa di continuo, tirano subito i
fogli cerei e riempiono tutto di covata. Se non si
dà, c’è differenza. E il giorno
dopo erano già costruiti con dentro le uova;
e riusciva ad avere quelle api per la fioritura dell’acacia.
Se poi erano un po’ più forti ne toglieva
un altro la settimana dopo, comunque li livellava
così. Lui le salassava nel Monferrato e nel
Milanese, qui andavano piuttosto rinforzate. I favi
che toglieva lì nel milanese, andava a metterli
qui nelle famiglie che erano rimaste più indietro,
per tirarle tutte a livello di raccolto, e questo
si fa ancora così adesso. La nutrizione non
era sufficiente per stimolare la sciamatura, perché le
aveva indebolite un po’. In genere toglieva
covata che stesse per nascere, insieme con le api.
Aveva pochissima sciamatura e riusciva ad arrivare
sull’acacia e in montagna con delle api fortissime
e in più si faceva questi nuclei in cassettini
o anche in casse normali, dava loro una cella reale
scelta tra le sue che aveva in casa e poi le comprava
anche dai vari produttori di ligustiche. Comprava
un centinaio di regine l’anno, le comprava
sempre in Emilia, dalla Caroli… un po’ da
tutti, e da quelle allevava e sceglieva quelle che
davano risultati migliori e allevava poi sempre da
quelle lì coi cupolini di cera fatti in casa,
il pezzettino di legno e la puntina.
Adesso tendono più a sciamare rispetto a prima.
Prima erano tutte regine da celle reali, da sciami,
però mi dava l’idea che la sciamatura
fosse quell’esigenza temporanea di sciamare,
e poi finiva lì. Adesso rispetto a prima mi
sembra proprio che vogliano abbandonare l’arnia
per andarsene: a parte quest’anno che non han
fatto in tempo, gli anni indietro era molto più accentuata.
Io cerco di arrivare con la quantità giusta
di api, quelle che fanno le celle le tolgo fino a
che metto il primo melario, poi metto il secondo,
poi facciano loro! Ma non ho problemi grossi, tendo
sempre a cambiare di frequente le regine partendo
da regine madri in cui non ci siano istinti di sciamatura”.
L’invenzione della
disopercolatrice
“
Valsesia era molto amico col Dallari Giuseppe, il
padre di Mario e Paolo, si scambiavano le esperienze.
Un giorno -facevo l’elettricista e lavoravo
in un’azienda in cui facevamo macchine automatiche
speciali- mi ha detto: “Andiamo giù dal
Giuseppe che facciamo un lavoretto” e Dallari
mi ha spiegato l’esigenza di fare una disopercolatrice.
Loro avevano una catena per disopercolare, tutto
manuale, colle donne. “Ma non si potrebbe fare
qualcosa, hai presente quei rulli che lavano le macchine?
Una cosa così, da farci passare il telaio
in mezzo, che lo pulisca e tolga la cera” “Si
può fare” gli ho detto, e d’inverno
ho messo a punto un progettino con delle spazzole
per capelli. Il telaio che passava in mezzo alle
spazzole veniva disopercolato e tutto, poi usciva.
Era fatto in ferro e lamiera, perché a quei
tempi l’inox non si usava, e scaricava su un
nastro. Io l’ho usato un anno, ma avevo poche
casse perché non potevo averne di più,
e stare lì a montare il tutto per fare il
lavoro era impegnativo: l’ho portata giù al
casale di Valsesia e lui l’ha usata per due
o tre anni per smielare tutta la sua produzione.
Era l’unica che c’era in giro, che si
conoscesse, e sono arrivati un po’ tutti a
vederla, a filmarla, poi l’han fatta fare,
credo che sia stato Thomas a fare le prime con le
spazzole di nylon. Ma sono loro che hanno espresso
l’esigenza di fare un affarino del genere.
Era il 68-69 e tra i collaboratori c’era Giromini
di Maggiora, morto anche lui precocemente. Quel periodo
lì c’erano dei manici di plastica per
spazzolare i capelli con su un pezzettino di nylon,
con tutti i denti che uscivano abbastanza rigidi
e si potevano sfilare. Io ho fatto i rulli con quegli
affari lì montati su un rullo che girava,
senza mai cambiarli han funzionato per tre anni”.
Il decreto prefettizio del ‘69
“
Qui gli apicoltori più grossi erano Valsesia,
Giromini Bruno che era già un suo allievo,
Pasquale Mora di Santa Cristina, che ha avuto due
apiari, Giuseppe Dallari, Giovanni , Colombo Orlando,
Rossi Giovanni, Colombo Luigi, Medina Attilio,
Campisi Luigi, Margaroli Rinaldo, uno molto valido
di Talonno, Caligara Ettore che è andato
in Costarica a fare l’apicoltore, poi è morto
abbastanza presto, Piana Giovanni di Cavaglietto,
Sottini Giovanni, padre di Sottini, Poletti Pietro,
padre di Ezio, questi erano gli apicoltori più importanti
di quel periodo e si erano costituiti in associazione.
Erano periodi di nomadismo, venivano su i modenesi.
Lui si è mosso per fare il decreto prefettizio
del 1969, e quando poi è stato modificato
ormai non c’era più. Però a
quei tempi le credenze erano che per trenta casse
ci volevano due chilometrici distanza. “La
provincia di Novara, allo scopo tecnico di assicurare
una sufficiente alimentazione dell’apicoltura
fissa, “indigena” e per garantire uno
sfruttamento razionale delle varie fioriture da
parte dell’apicoltura nomade, viene suddivisa
nelle seguenti due zone: Zona A- posta a Nord del
Canale Cavour, comprendente la pianura asciutta,
la collina e la montagna; Zona B- posta a Sud del
Canale Cavour, comprendente la pianura irrigua
del basso novarese”.
Il Canale Cavour è a Caltignaga, parte da
Torino e viene a bagnare le risaie del novarese
taglia il Piemonte e delimita questa zona e lì si
diceva che la zona a sud del Canale Cavour poteva
sopportare più api rispetto alla zona nord. “Nella
zona A è fatto divieto a quanti esercitano
l’apicoltura nomade di collocare i propri
alveari entro il raggio di chilometri due, in linea
d’aria, dagli allevamenti indigeni o precedentemente
immigrati, quando i medesimi siano costituiti anche
da diversi nuclei di allevamento viciniori formanti
almeno venti alveari”. Perciò se degli
apicoltori mettevano giù un po’ di
casse collocate bene, non entrava nessuno e si
voleva evitare che entrassero. In montagna specialmente,
non si poteva entrare, uno che aveva trenta alveari,
ne metteva dieci ,dieci, dieci, e faceva il raggio
di due chilometri e non si entrava. Era un momento
di lotte abbastanza impegnative, sabotaggi e liti
verbali. Poi sono aumentati i professionisti e
s’è visto che quelle distanze lì erano
assurde, allora abbiamo provveduto noi, quando
eravamo noi nell’Associazione, Scacchi, Poletti,
l’abbiamo fatto modificare in senso più largo.
Negli anni 80-85 poi si sono divise le provincie
Novara e VC, il decreto c’è ancora
ma è disatteso. E la varroa ha provveduto
a eliminare tutti quei piccoli apicoltori che creavano
problemi. Chi è rimasto era consistente,
e i discorsi son finiti.
Oggi i limiti son quelli di decenza e intelligenza.
Dà fastidio se uno va a collocare le api
vicino alle case, vicino alle strade, che poi pungono
la gente e mettono in cattiva luce gli apicoltori
che ci sono nella zona, però c’è una
concentrazione tale di api che prima era una cosa
impensabile. Ma come raccolto, mai avuto problemi.
In montagna quest’anno c’era un apiario
ogni cento metri, eppure si è fatto bene”.
Come è cambiato
il territorio
“ Cos’è cambiato nel territorio?
E’ cambiato il castagno. Prima le api trovavano
da febbraio fino ad arrivare all’acacia. Sui
campi arati dove avevan tagliato il granoturco e
non c’erano ancora diserbanti con la potenza
che c’è adesso, la campagna da febbraio
in avanti si riempiva di lamium e colza selvatica,
il ravisciòn, che
sviluppavano le api. Facevano anche le scorte, c’era una quantità di
fioritura tale che le api riuscivano ad arrivare
al raccolto con già un po’ di miele
nei melari. Adesso proprio non se ne parla, arrivano
morte di fame, sono sparite tutt’e due le fioriture.
O è bosco o è prato o è granoturco,
non c’è più niente di prati o
campi che in primavera davano questi fiori spontanei.
E quello che non so spiegare è il castagno,
prima di castagno se ne faceva tanto. E’ dall’85
che ho smesso di andare su al Moreto, in quelle zone
lì. Prima si portavano su le api, belle o
non belle due melari lo facevano tutte, quelle belle
facevano tre melari pieni. Già dopo averne
fatto un po’ qui nel piano si portavano su
a fare dei raccolti, adesso non c’è niente.
La fioritura c’è, le castagne ci sono,
ma il raccolto no. Quest’anno era secco, però ci
sono anni che quando devi smelare devi accendere
il deumidificatore in laboratorio perché siamo
sempre sull’ 80% di umidità. Una volta
c’era un po’di calluna ma i boschi non
sono stati più puliti ed è soffocata.
Dove c’è la solidago oramai fresano
tutto: il pioppo viene bene se è fresato,
in una giornata fresano giornate di terreno, per
cui non c’è più. A quei tempi
i trattori non erano quelli che c’erano adesso,
e a fresare ci voleva il suo tempo, e in autunno,
senza fresare, pulivano un po’, anti incendi
e basta, e l’anno dopo i fiori già alti:
era una cosa impressionante da vedere, questa fioritura
sotto i pioppi, e poi era lunga: il pezzo verso il
sole fioriva prima, quello all’interno fioriva
dopo, quello sul fiume dopo ancora. Era sul Po, da
Trino Vercellese. Qui si trovava un po’ nel
novarese, sulle rive dei fossi e sugli argini delle
risaie, e anche qui riusciva a scortare le api bene,
si riusciva a fare un melarietto, però senza
tante pretese. Di là se ne faceva tanto e
soprattutto quelle che si portavano sulla solidago
avevano la scorta di polline e di api giovani che
la primavera partivano senza problemi, senza nosema,
c’era molto nosema in quel periodo, invece
adesso è sparito.
Il girasole non dà più, la melata, dove c’è, è diminuita.
In questa zona melata non ce n’è, arriva fino a Cavaglio, Cavaglietto,
qua ci devono essere delle condizioni particolari di umidità e temperatura
per dare qualcosa. Quest’anno dopo il castagno si è fermato tutto.
L’anno scorso qualcosa trovavano ancora, quest’anno zero, è lì che
penso che abbiano fatto un po’ di blocco di covata perché non
c’era più niente, le varroe si sono concentrate in quella covata
che c’era ed è successo il patatrac. Sulla melata mi ricordo un
particolare: nel 96 c’era un posto su una collinetta con vigne e bosco,
e c’era sotto, sulla strada, lo spessore della melata. Entro nella casina
a chiedere se c’era un posto, e c’era il proprietario che stava
lavando il cane, era uscito un attimo a fare un giretto col cane, ed era come
imbrillantinato. Diceva che aveva dovuto spostargli la cuccia , perchè gli
appiccicava il cane!
Tre melari mettevamo su in quelle zone. Se si lasciava lì, fermavano
l’importazione, se si smelava, subito riprendevano a portare a casa e
riempivano ancora”.
Qualità dell’acacia
“Commercializzazione
al minuto Valsesia non ne faceva: qualche vaso, senza
tante pretese. Vendeva
all’ingrosso. Una volta veniva il negoziante,
li ho visti diverse volte, assaggiavano col dito,
se il gusto è quello, andava bene.
La robinia non era chiara come adesso, era un po’ più giallina,
sui 4-5 mm, se vogliamo usare quel criterio, perché era un misto di
varie cose, arrivava con qualcosa di prato, e non c’era l’acero
a creare problemi. I problemi con l’acero li abbiamo qui, nella nostra
zona. L’acero fiorisce la settimana prima dell’acacia, fa un grappolo
abbastanza lungo di fiori verdi che non si vedono, però ci sono sempre
su quaranta-cinquanta api per grappolo, tutto il giorno. Se l’acacia
va bene, lo abbandonano e vanno sull’acacia, ma il mattino presto, quando
non l’acacia dà, sono lì ancora. Quest’ anno anche
nel secondo e terzo melario c’era l’acero in mezzo all’acacia.
La scurisce un pochino perché è di un giallo-marroncino, un po’come
il ciliegio, ma per noi qui va bene, e come gusto la migliora, perché ha
un gusto molto buono. Io porto a casa le api che hanno già fatto il
raccolto giù nel novarese, e lì di acero non ce n’è.
E quando arrivano su è già finito, e quindi faccio un’acacia
abbastanza pulita. Ma gli apiari che rimangono a casa hanno già il melario
quando viene. E poi è una fioritura che dà bene”.
Finale
“ E’ andato avanti fino all’ultimo,
aveva assunto un ragazzo, ma aveva già un
problema di asma, e ultimamente si era preso anche
un disturbo di circolazione ai piedi. Aveva sempre
i piedi freddi. E prima che crollasse, il figlio
ha venduto l’azienda a Porrini e lui è morto
l’anno dopo per problemi di polmoni.
E’ stato uno dei primi ad avere quelle intuizioni,
il controllo della sciamatura, le regine, e, mentre
tutti gli altri si limitavano a fare un’acacia
stanziale, sfruttare le api per il raccolto e poi
portarle in montagna o sul castagno per fare un po’ di
raccolto in più: per la produzione lui faceva
un giro sistematico, e riusciva”.
Briga Novarese, 3.12.2007
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