Storia dell’apicoltura
nel Roero: i Taberna
a cura di Paolo Faccioli
(colloquio con Mario Taberna, con qualche commento
di Claudio Cauda)
MARIO TABERNA: Pietro, mio papà, è del
1892; io sono del 1929. Lui andava a Torino in corso
Giulio Cesare, dove c’era Don Angeleri, prima
d’la guera. Prima era corso Mosca, dopo è venuto
Corso Giulio Cesare. Aveva 10-15 alveari, faceva
il contadino, aveva il terreno. Io ero un ragazzino.
Eravamo cinque, e quattro fratelli su cinque eravamo
apicoltori, solo il maggiore ha fatto un’altra
strada. Qua c’era Don Pietro Sandri. Aveva
le api dappertutto qua attorno. Aveva gli alveari
da 14 telaini, a favo caldo che poi si son messi
a favo freddo, e avevano anche gli alveari gemelli,
ma lì erano già a favo freddo: si restringevano
in mezzo così una produceva calore all’altra”
Favo caldo e favo freddo
CLAUDIO CAUDA: Il cambio da favo caldo a favo freddo
avviene prima della seconda guerra mondiale, nel
1940 cambiano tutti.
L’arnia Dadant Blatt a favo caldo era presente
in questa zona, non sappiamo bene il perché.
E’ pensabile che l’arrivo delle arnie
a sviluppo verticale sia avvenuto in modo disomogeneo.
All’inizio del ‘900 c’erano tantissimi
tipi di arnia in circolazione, ognuno ne aveva uno,
ma l’arnia a favo caldo è quella che
assomiglia di più all’arnia Sartori,
che era diffusa nel Roero nella Langa e in tutta
Italia, ed era una delle arnie di riferimento. Probabilmente
l’arrivo dell’arnia a favo mobile, a
sviluppo verticale e a favo caldo è avvenuto
in Italia con la tecnica del Sartori. Poi ci si accorge
che mettendo i telaini nell’altro verso le
mortalità invernali sono molto ridotte e quindi
tra il 1920 e il 1940 si girano a favo freddo perché si
privilegia la salvaguardia invernale, avere tre volte
nemmeno perdite: i conti sono presto fatti.
MARIO TABERNA: Mio papà li faceva anche lui,
li facevo anch’io a mano, con la pialla. Abbiam
provato che a favo freddo andavano meglio per l’inverno
perché l’ape comincia da davanti e va
sempre indietro, e il miele stava dietro. Invece
a favo freddo non potevano attraversare da dietro
andare avanti o da davanti venire dietro a mangiare,
c’era la distanza. E c’è stato
un anno, era dopo la guerra, verso marzo-febbraio,
me ne son morte gelate, non son potute andare a mangiare
e sono congelate. Ma facevan dei freddi allora, facevan
degli inverni…
CLAUDIO CAUDA: A
favo caldo l’ape presidia
i posti caldi, il posto caldo per eccellenza è la
parte davanti. Le scorte rimangono dalla parte dietro.
Il problema si pone quando parte la covata, le api
non abbandonano più il posto di covata, e
quindi le scorte gli rimangono staccate dall’area
di covata e loro muoiono, perché bisogna che
attraversino il telaio per tornare indietro. Coi
ritorni di freddo di febbraio tu hai una percentuale
di mortalità del 10-20 per cento.

MARIO TABERNA: Cinquanta, anche
di più. Quell’anno
di venticinque alveari ne abbiamo salvati sei o sette:
gli altri gelati, morti.
CLAUDIO CAUDA: Nelle
arnie a favo freddo l’ape
per tutto l’inverno fa una serie di travasi
del miele dai favi esterni verso i favi centrali.
Quando noi gli lasciamo il miele nel melario tende
a tirarlo giù, nel centro quindi è molto
più facile sopportare l’inverno, poi
l’ape si sposta e a gennaio può far
partire la covata nel punto di scorta. E’ molto
più comodo spostarsi o da un lato o dall’altro.
MARIO TABERNA: Ma adesso questi
inverni qua non sono più inverni, non sono più quegli
inverni che le api stavano chiuse venti giorni e
non uscivano. La neve, fuori, e quando uscivano,
che dovevano depositare delle scorie, tante erano
troppo piene, cascavano nella neve e gelavano. Adesso
l’inverno non dà più noia, però se
facesse almeno quindici giorni di gelo andrebbe meglio.
Tutte ‘ste case qua attorno avevano delle
api. Quando è venuto su don Sandri erano ancora
nei villici e lui le ha messe nei suoi alveari, gli
dava un po’ di miele, ne aveva dappertutto:
da Canale andava giù fino quasi a Ceresole.
Era uno che camminava in bici. I preti allora avevano
quei cappelli neri, grossi, e lui sembrava uno straccione.
Aveva qualcosa per portare l’affumicatore,
quando andava in bicicletta, aveva un passo…aveva
sempre premura, ‘sto prete. Alto, grosso. Ha
fatto la guerra negli Arditi, l’altra guerra.
Gli arditi erano come le SS di una volta, dicono.
Era un tipo che non si spaventava di nessuno. Ha
ancora i nipoti qua. Dopo c’era Don Panera
di Canale, io avevo uno smelatore di lui, aveva ancora
le gabbie, era a due telaini da nido, era stretto.
L’aveva venduto a uno zio di mia moglie, che
me l’ha regalato.
Origini avventurose del nomadismo
Minòt (Domenico Bordone) a
comensoss dop da me par. Mio padre aveva quei dieci, quindici alveari,
questo qua faceva già il professionista. Dopo
la guerra aveva cento alveari. Iera anco Porelli.
Lui non ha più proseguito. Il primo nomadismo
che ha fatto, andò assieme a Gervasio Brezzo
a Argentera, a Bersezio. Era nel ‘47; nel ‘48
siamo andati noi con Porelli a Bersezio. Nel ‘48
abbiamo fatto il primo nomadismo in montagna, perché in
pianura si andava già. Ma nel ‘48 abbiamo
fatto niente.
C’era anche Vittorio Roero, era dell’’8
o del ‘9. Nel ‘47 sono andati su coi
primi Dodge a carbone. E son partiti nella notte,
quando han caricato c’era anche Bordone, Minòt,
lui aveva già il 514, il camioncino. E’ partito, è andato
su, ma era troppo carico. Minòt è andato
su, ha scaricato,dopo è venuto giù.
Mi pare che è venuto su fino a Pietraporzio.
Minot ha caricato sul Dodge di Roero. Dal mattino
sono arrivati su alle quattro dopo pranzo. E’ stato
un macello. Han scaricato e poi le svuotavano, levavano
le api morte, rimettevano i telaini dentro. Quell’anno
lì hanno dato il miele tre volte. Erano le
api di questo qua. Noi siamo andati su l’anno
dopo, e abbiamo fatto niente. E nel ‘49 siamo
soltanto andati qua in pianura, verso Pancalieri,
Moretta, quelle zone lì, per il trifoglio
e la menta. Siamo andati su in montagna nel ‘50,
io e Gervasio Brezzo. E quell’anno lì avevamo
49-50 alveari in due. Dopo diciassette giorni sono
andato su a vedere, perché a lui gli si era
rotto un piede: le api fuori, tutto zeppo! Allora
c’era un melario, non due o tre come adesso.
L’abbiam levato, e si metteva di nuovo su il
melario vuoto, ma oramai era troppo tardi, il raccolto
era partito.
Dopo io ho cambiato lavoro, c’era mio fratello, ma io sempre avuto qualche
alveare, quattro o cinque. E’ andato sempre solo in Valmaira, adesso
quel fratello lì non c’è più neanche lui, ma ha
portato giù tanto miele: era Franco, e aveva tre anni meno di me. Ha
comprato persino qualche pezzettino per mettere le api, eh, ha lavorato molto.
Io facevo il camionista allora, ma avevo sempre qualche alveare. Poi ho smesso
di fare il camionista, ho fatto l’operaio a Carmagnola, alla Fiat, allora
ho cominciato di nuovo con le api perché ne avevo un poche. Era una
malattia quella lì! Quando c’era mio figlio, fino a quattro anni
fa ne avevamo ottocento. Abbiamo cominciato a crescere nel ‘96, abbiamo
comprato un camion dai Cauda, con la gru, poi dopo abbiamo comprato un altro
camion, un Mercedes grosso, poi abbiamo preso un “Gigetto”. Era
un prototipo del fratello di Claudio Cauda, Ferdinando. Era un motorino a cingoli
che andava dappertutto.
CLAUDIO CAUDA: Era stato copiato da uno che vende
motocarriole in Valvaraita.
MARIO TABERNA: Era una motocarriola.
Ha usato quel modello lì, ha messo su un motore da venti
cavalli: tutta un’altra velocità. Le
forche sotto, il premicassa sopra: le banche stavano
a posto, ferme. Noi le avevamo di legno, adesso ci
sono di ferro.Andava in qualsiasi posto. Si usava
sempre. Si andava a caricare poi si metteva sul camion
con le rampe. Più veloce di una gru.
Io ho fatto l’operaio dall’’86
poi sono andato in pensione e aiutavo, dopo è il
figlio che ha cominciato con me; io avevo un Daily,
avevo già l’età e mi han levatola
patente C e allora ho ancora la B. Si partiva con
due camion, lo stesso carico. Il Daily aveva poca
portata. 48 alveari su due camion, 48 e 48: uno dietro
l’altro, si andava a scaricare o caricare.
CLAUDIO CAUDA: Una
volta li abbiamo incrociati, loro avevano i due
camion,
e noi il camion con la
gru. Quando eravamo a trecento metri noi siamo arrivati
a scaricare uno un po’ più in qua uno
un po’ più in là Quando siamo
arrivati sull’autostrada loro stavano arrivando.
Ci hanno impiegato cinque minuti in più, ma
neanche, noi ne abbiamo scaricati 64, ma loro 96.
Colla motocarriola, il dumper.
MARIO TABERNA: Ma aveva una
mano, mio figlio, a guidarlo…
Mio padre ha fatto l’apicoltore fino al ‘47-‘48,
poi dopo eravamo già noi. Al nonno gli piaceva
andare anche lui. Quando andavamo a scaricare in
montagna veniva su anche lui. Nel ‘48 avevamo
70-80 alveari. Mio fratello ne aveva 400. Da qua
si partiva in bici, fino a 1200-1300 metri di altezza.
100,120 chilometri da San Damiano, andar su era ancora
ciottolato, abbiam fatto tanta di quella fatica,
ma non con le bici che c’è adesso quelle
bici d’allora…rudimentali. Ce n’era
una per famiglia.
Le strade dei monoflora
Il miele lo portavamo a Torino
con quelle tolle quadrate da 25 chili, a Mautino,
quello che faceva
i torcetti, grissini girati bagnati con tanto miele
dentro e anche un po’ di miele sopra e spruzzati
di zucchero di canna grossolano, lo mettevano dentro
a delle scatolette. Si pagava dazio allora, come
il vino.Una volta ne abbiamo caricate molte, però avevo
un amico che aveva venduto della legna a Torino e
le aveva messe nelle ceste, un centinaio o più ,
ed era andato a caricare le ceste a Baldissero. Siamo
andati a casa abbiamo spostato e abbiamo messo in
mezzo tutto miele. Poi dopo, ceste tutto attorno.
E siamo andati proprio lì da Mautino a scaricare.
Abbiamo passato il dazio tranquilli: in mezzo c’era
il miele, di qua e di là ceste piene di legna.
Quello là ci ha pagato mezzo viaggio, avevamo
già il camion noi e noi abbiamo portato il
miele a destinazione ma abbiamo guadagnato una bella
giornata. Perché allora il dazio era caro.
Tutto pagava dazio. La roba usata, tutto ciò che
transitava. Se passavano animali, galline e conigli
si pagava.
Allora c’era l’acacia e il castagno e
niente altro, poi in pianura si faceva un po’ di
millefiori. O menta. E invece la montagna, allora
non si poteva capire se era millefiori o rododendro,
si faceva un raccolto solo. Invece se c’era
il millefiori prima, poi il rododendro, erano le
vere campagne da miele.
Se si faceva il castagno, in montagna non si arrivava
più in tempo. Poi a fine luglio si andava
in pianura.
CLAUDIO CAUDA: Allora nel grano veniva seminato
il trifoglio. Il ladino. Falciavano il grano a fine
giugno, e poi rigettava il trifoglio che diventava
pascolo per gli animali.
MARIO TABERNA: Era bello, quando
fioriva era tutto bianco. Ed era anche mellifero.
Il castagno si faceva
prima, un po’qua se ne faceva. Ma se si faceva
il castagno qua, non si faceva la montagna. Facendo
la montagna, poi si scendeva di nuovo qua a fare
il trifoglio. Facendo il castagno qua, si poteva
fare il trifoglio in pianura. O la menta.
Allora ce n’era molti apicoltori nella zona,
c’era questo Roero qua, c’era Porelli,
c’era un Belloccia, poi eravamo noi , un Gallo
di Vallunga, c’è ancora il fratello,
poi c’era Balla, Busso a San Bernardo, c’era
uno a Cassinassa, tutti con arnie Dadant Blatt. Noi
abbiamo cominciato a favo caldo e abbiamo continuato
a favo freddo. Abbiamo preso il modello di don Sandri
che era un modello a favo caldo, ho lavorato io e
le ho girato tutte, ho messo un tappo da una parte,
un’apertura dall’altra però allora
non eravamo attrezzati come adesso, si lavorava così,
via: però miele poco. Allora quando era proprio
tanto, un melario di acacia, poi sul castagno un
melarietto. Ma c’era solo un melario, neh,
poi dopo si passava noi se ce n’era uno pieno
si metteva sopra quello che era vuoto , si egualizzavano.
Faccio ancora adesso così, quando vedo che
una è troppo forte prendo il melario, telaini,
api e tutto, lo metto sopra a quella che l’ha
vuoto, che ha cominciato appena a salire.
Per non farle sciamare facevamo passare i cupolini
(eliminavano le celle reali, ndr).
Poi si portavano in pianura, e soprattutto si riempivano
bene sotto, perché allora l’inverno
era lungo e freddo. Sì e no tre melari. Due
mezzo andava bene.
Com’erano le api? C’era una qualità che
erano più piccole. Noi ne avevamo che distante
venti metri già ti beccavano. Ha fatto tanto
di quel miele ‘sto alveare…
Il miele si faceva tanto a Bra, allora si vendeva
sfuso e poi in montagna, alla gente del posto.
In montagna volevano il suo della montagna, perché veniva
solido così. Ho provato un anno, ho preso
un platò di legno, ho messo una carta velina
dentro, l’ho riempita, dopo un mese potevo
venderlo come burro, lo tagliavo, era rododendro,
era bianco. E riempivamo bicchieri, io ne ho portato
tanto a Bra nei bicchieri, con un pezzo di cera sopra
e una striscia tutta attorno, i bicchieri tenevano
un etto, un etto e mezzo. Tanti negozi a Bra, però ci
voleva tanto di quel tempo, allora si riempivano
così, non c’erano fusti col rubinetto
sotto.
Si è capito che il millefiori era più scuro
del rododendro, e si distingueva la melata d’abete,
che non veniva solida. Si faceva dopo il rododendro
in montagna. Lì compravano così. Qua
per esempio, tra il millefiori di qua e quello di
montagna preferiscono quello di montagna, tu gli
dici è millefiori di qua, e invece lui di
montagna: è chiaro, gli piace e va bene così.
Quest’anno il miele di montagna ha un gusto
che tira sulla mandorla, sa un pochino di mandorla.
La maggior parte è melata, anche in montagna,
non viene solida adesso.
Suo papà (di Claudio
Cauda,ndr) ci ha insegnato
a noi, io sono stato il primo. Se mi pungeva un’ape
nel sedere mi veniva una testa grossa così.
Poi dopo, poco per volta, adesso non me ne importa
più. Se vado a guardarle io in primavera,
senza maschera. Franco, il fratello di tre anni minore,
in canottiera. Invece di accendere il soffietto,
la sigaretta in bocca. Quando fumavo, la sigaretta
bastava. Bisogna essere calmi. Le apro adagio, e
dopo due colpi di fumo, però bisogna aver
tempo, non bisogna aver premura. Io gli parlo assieme.
Però ne ho una o due che sono bastarde. L’anno
scorso ne avevo una…mi sono stufato, ho preso
quella regina…patà…glie l’ho
spaccata, ne hanno fatta un’altra, più calma.
Quest’anno ne ho prese da mio nipote, per cambiare
la qualità, volevo incrociarle e infatti ne
ho cambiate di regine. Io ho provato delle regine
gialle, quelle che vengono da ReggioEmilia, ma sono
porcherie quelle lì, non si muovono neanche.Non
mi piacciono. Ci vuole l’ape che sia un po’ sveglia.
Più sono cattive, più lavorano. Quest’anno
una mia ha fatto cinque melari, però fetente.
Ma solo quello lì, non quello vicino.
Busso, era il veterinario della zona, prima della
guerra. Ho preso due o tre arnie, lui le aveva ben
fatte, col suo tettino in legno. E anche davanti
nella fessura che uscivano aveva messo tutti chiodini
a mezzo centimetro, appena appena passava l’ape.
Aveva un bel posto, perché allora l’acacia
rendeva molto. Dietro c’è una rocca,
faceva tanto di quel miele, alto sui 400 metri.
C’è ancora il nipote, Figlioli Andrea,
che faceva l’autista ai pullmann e aveva le
api. Poi quando è andato militare mio nipote,
il fratello le ha vendute tutte, allora era quell’epoca
coi fratelli Bordone. Han ricavato duecentocinquantamila
l’uno, già allora, però i fratelli
Bordone han preso cento, e allora ventisinc miliòn.
Lui è del ’60, è andato militare
a quasi trent’anni, nell’’88-‘89.
Poi quando è arrivato da militare aveva smesso
di studiare e son di nuovo cominciati con le api.
Poi sono andati giù in Calabria...
Monteu Roero, dicembre 2007
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