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L’ISTITUTO DI APICOLTURA DI
TORINO ATTRAVERSO LA BIOGRAFIA DI ALCUNI PROTAGONISTI:
AUGUSTO PATETTA: SOGNANDO LE LANGHE IN CORSO RAFFAELLO
a cura di
Paolo Faccioli - febbraio
2007
Mi leverò e andrò, ora, andrò a
Innisfree,
E costruirò una capanna laggiù, fatta
d’argilla e canne,
Nove filari a fave avrò laggiù, un’arnia
per le api da miele,
E starò nella radura ronzante d’api.
E avrò un po’ di pace laggiù,
che la pace discende goccia a goccia,
Discende dai velami del mattino fin dove canta il
grillo;
La mezzanotte laggiù è tutto un luccichìo,
il meriggio purpurea incandescenza,
La sera è piena d’ali di fanello.
Mi leverò e andrò, ora, ché sempre
notte e giorno
Odo l’acqua del lago lambire con lievi suoni
la sponda;
Stando in mezzo alla strada, sui marciapiedi grigi,
La sento nella fonda intimità del cuore.
William Butler Yeats
Coi Frati di Finalpia: i primi passi
Il Prof. Augusto
Patetta è ligure, originario
di Millesimo. Ed è all’Università di
Torino che ebbe il primo contatto col mondo delle
api. Dopo l’esame di apicoltura, ormai appassionatosi
all’argomento, chiese al Professor Carlo Vidano
di fare con lui una sottotesi, che ebbe come argomento
il nosema. Era il 1970, ed era appena nato l’Istituto
di Apicoltura e Bachicoltura. Visto che Patetta era
ligure, Vidano lo stimolò a prendere contatto
coi padri benedettini di Finalpìa, dove conobbe
per primo Fra Benedetto.
“Fra Benedetto mi raccontò la storia della sua vita come apicoltore.
Lui era un frate, ma non era sacerdote. Era arrivato lì perché all’epoca,
quando non c’erano tante possibilità in famiglia, si mettevano i
figli anche nei conventi. Non aveva quindi una grande vocazione, e dovendo stare
lì ha sempre fatto un po’ l’apicoltore. Mi raccontava di un
nomadismo fatto con la bicicletta, un’arnia davanti un’arnia dietro,
suscitando un certo disappunto nei suoi superiori che poi lo castigavano, facendolo
mangiare in silenzio oppure da solo, soprattutto perché quando usciva
con queste arnie caricate sulla bicicletta la gente del posto ne rideva, e questo
non dava certo lustro al convento, anche se per il convento questa attività costituiva
una piccola fonte di guadagno. Fra Benedetto si dedicò poi completamente
all’apicoltura, anche se a livelli ancora modesti, hobbistici. Un nuovo
impulso ci fu con l’arrivo di Padre Giovanni Amani, un giovane frate, questa
volta sacerdote, che cominciò a interessarsi più con spirito da
imprenditore, ampliando e migliorando la lavorazione e il laboratorio, e assumendo
un po’ di personale. Di lì iniziò l’ascesa di questo
centro, che per la Liguria ha continuato a costituire un punto di riferimento.
Andai anche a trovare un signore a Savona, che era l’unico, all’epoca,
ad avere un negozio di miele. Si chiamava Cavalletto e mi disse: “Guardi,
lasci perdere le api, perchè con le api non se ne viene a capo. Ho un
negozietto piccolo ma ho difficoltà a tirare avanti perché la
gente non compera il miele (all’epoca costava 350 lire al chilo). Costa
molto di più dello zucchero e la gente lo usa se ha un po’ di
mal di gola, ma non certo come dolcificante alternativo allo zucchero”.
Questo mi demoralizzò, ma solo un pochino, alla fine non era il mio
lavoro”.
E anche perché gli sviluppi successivi dell’apicoltura in Liguria,
come vedremo, furono ricchi di entusiasmi.
Una tesi sul nosema
Così cominciò la sua avventura con
le api, che lo portò di nuovo all’Istituto
per tutta la parte sperimentale legata al monitoraggio
del nosema. Il lavoro fu svolto nell’apiario
sperimentale dell’Istituto, e in quello di
Reaglie.
Si scoprì che questa malattia era più diffusa di quanto si potesse
immaginare, un po’ quello che accade oggi. Dai grafici si vedeva benissimo
che nel mese di marzo la malattia era presente nel 90% degli alveari, poi declinava
gradualmente e lentamente fino a sparire quasi del tutto nel mese di luglio,
per ricomparire con delle punte in ottobre e ricominciare. Il metodo di analisi
era abbastanza accurato: non si usava il sistema sbrigativo di schiacciare
gli addomi, ma si sfilavano ape per ape gli intestini: un lavoro lungo, ma
che dava dei buoni risultati dal punto di vista statistico.
Lo aiutò un certo Paniri , un ricercatore del Madagascar che lavorava
in un Istituto del suo paese e che era all’Istituto di Torino proprio
per approfondire la sua conoscenza delle malattie delle api.
Risveglio apistico in Liguria
Dopo essersi
laureato nel 1971, Patetta partì militare. Quando
tornò dopo la lunga interruzione, era partita
una borsa di studio con la Camera di Commercio di
Savona. Nella commissione c’era il prof. Vidano,
il dott. Ugo, funzionario della Camera di Commercio
di Savona e apicoltore, e il prof. Marletto. Sulla
base della valutazione del suo lavoro sul nosema,
dei suoi rapporti con l’apiario benedettino,
del fatto che era ligure, Patetta vinse la borsa,
anche se avrebbe dovuto comunque svolgere la sua
attività prevalente a Torino. Vidano, che
era interessato alla microscopia elettronica, lo
indirizzò in quella direzione. Patetta cominciò a
dedicarsi alla ultramicroscopia e all’ultramicrotomia.
Sul versante ligure, era intanto maturata l’idea
di fondare una Cooperativa (Apiriviera) di cui fu
presidente il dottor Ugo. Patetta fu mandato in Liguria
tutti i sabati a fare assistenza tecnica. Fu un momento
di grande sviluppo, insieme alla Cooperativa, anche
dell’apicoltura ligure: un momento di fortuna,
in cui era persino difficile fronteggiare le richieste
di alveari; molti hobbisti si facevano avanti, si
svolgevano corsi continui con grande frequenza di
neofiti interessati.
Entomologia divora apicoltura
Nell’81 le cose cambiarono un po’: avendo
intanto vinto il concorso come contrattista e poi
come ricercatore, Patetta non aveva più tutta
quella disponibilità di tempo per la Liguria
e cominciò ad andarci soltanto ogni 15 giorni
finchè smise, ma ancor oggi conserva contatti
con Padre Giovanni. Il dottor Ugo morì poi
nel 91. Patetta cominciò all’Istituto
un’attività a tempo pieno con particolare
interesse per la patologia apistica. Intanto cominciavano
a uscire richieste di didattica anche nel corso di
entomologia e nel corso di zoloogia, oltre alle esercitazioni
nel corso di Apicoltura. Vidano era passato dall’Istituto
di Apicoltura a dirigere l’Istituto di Entomologia,
in cui fu inglobata Apicoltura, sotto la direzione
del Prof. Franco Marletto. Fu a questo punto che
cominciò un periodo di minor dedizione all’apicoltura.
Domeniche in apiario
Patetta si era
trasferito a Torino dopo la laurea. La moglie era
di Ceva, e
fu nella frazione di Roascio,
che, partendo dai bugni villici di un nonno della
moglie, egli fece le sue prime esperienze dirette
di travaso. Quando andava là la domenica,
si dilettava a portare piccole novità: l’arnia
razionale al posto del bugno villico, il sistema
del travaso quando era ancora diffuso l’apicidio,
l’uso dello smelatore. Era una bella cascina,
isolata, e la giornata di festa era rallegrata dall’arrivo
di lui che “pasticciava” con le api e
che si prendeva le sue brave punture, tra le risate
degli altri che si divertivano a osservarlo.
La problematica degli avvelenamenti
All’Istituto nel frattempo un altro problema
aveva coinvolto il Prof. Vidano e, in seguito, la
Prof.ssa Arzone: quello degli avvelenamenti di api,
inizialmente con l’Endosulfan. Molti prodotti
venivano comunemente utilizzati in agricoltura, senza
che mai fosse indicata la pericolosità per
le api. Patetta venne coinvolto poiché aveva
già una certa dimestichezza con le api: c’era
bisogno di qualcuno che mettesse le api in gabbiette
senza avere paura. Dopo un iniziale lavoro di manovalanza,
Vidano lo coinvolse in un lavoro che durò una
ventina d’ anni, che iniziò nel 77-78
e che presto passò interamente nelle sue mani.
A quel punto la Arzone partecipò in veste
di collaboratrice soltanto, e Vidano abbandonò quel
filone di ricerca.
Anche qui ci furono esperienze particolari: erano
appena usciti i microincapsulati, prodotti dalla
SIAPA, che venivano presentati come la soluzione
a tanti problemi, mentre Patetta, Vidano e la Arzone
dimostrarono che facevano morire le api come gli
altri. Questo suscitò la preoccupazione di
tanti acquirenti che li avevano già acquistati
o dovevano acquistarli. Ma soprattutto della ditta
produttrice, che si presentò dopo una settimana
all’Istituto nella persona del direttore e
del vicedirettore del Centro Esperienze Ricerche
della Siapa in Italia. “Ci chiesero le nostre
intenzioni e ci offrirono strumenti per procedere
nelle nostre ricerche. Noi cercammo di mostrare che
ci sentivamo, tranquilli, liberi, che intendevamo
continuare questo tipo di ricerca e che non eravamo
facilmente “corruttibili”. Facendoci
forza di questa libertà, continuammo. Perché una
volta che ci avessero finanziati non saremmo stati
più padroni dei dati che avremmo ottenuto,
e la ditta avrebbe deciso di pubblicarli o no a seconda
del suoi interesse. Mi è sempre piaciuto poter
lavorare con serietà e rigore”.
Venne iniziata una lunga serie di analisi di prodotti,
4 o 5 ogni anno: il periodo di lavoro era infatti
limitato dal periodo di attività delle api.
Un primo amore
un po’ tradito
L’Istituto di Apicoltura e Bachicoltura era
diventato Istituto di Entomologia e Apicoltura, poi
diventò Dipartimento di Entomologia, e dopo
la fusione coi patologi diventò DivAPrA. Ma
all’inizio, negli anni 70, l’apicoltura
godeva di una certa indipendenza. L’istituto
di Apicoltura aveva due piccole postazioni di api
su in terrazzo in Via Donizetti, nel centro di Torino,
e in un cortile che divideva con la facoltà di
Medicina. Poi c’era l’apiario di Reaglie,
ma era troppo difficilmente raggiungibile per le
prove sui veleni. Cominciò un legame sempre
più serrato con l’entomologia che portò nell’86
Patetta a occuparsi di zoologia e Manino di entomologia,
avendo vinto i rispettivi concorsi. Pur continuando
a occuparsi di apicoltura, dovettero cedere a interessi
istituzionali. Patetta fece ancora dei corsi di patologia
apistica, negli anni 93-94 c’erano corsi denominati “Scuola
diretta a fini speciali” e “Diploma Universitario”,
e lì entrava anche un po’ di apicoltura
con parti anche consistenti di Patologia Apicola
, a uno dei quali partecipò il dott. Floreano,
attuale presidente di Agripiemonte Miele.
Questi corsi sparirono, per lasciar spazio alla “laurea
breve” e ci fu un’ulteriore riduzione
dell’Apicoltura, che rimase affidata al Prof.
Marletto.
Nell’ 89 era morto Vidano, ed era subentrata
la Prof.ssa Arzone, che si sentiva soprattutto entomologa.
Marletto comunque conservava la sua posizione. Ma
fu un periodo di continui cambiamenti nella struttura
dei corsi universitari e l’ apicoltura cominciò a
perdere sempre più terreno.
A Torino era rimasto ben poco, solo all’interno
di un corso di entomologia forestale c’era
una parte di apicoltura tenuta da Marletto. Nel 1999
cominciò la malattia di Marletto, mentre Manino
e Patetta avevano assunto altri corsi. Nel 2001,
quando Marletto morì, l’ apicoltura
era quasi sparita. Allora un settore del dipartimento
si mosse per valorizzare un patrimonio che comunque
c’era: quello di Torino era rimasto uno dei
pochi insegnamenti di apicoltura a livello italiano,
c’era se non altro la traccia di un vecchio,
glorioso Istituto. E furono soprattutto Patetta e
Manino a cercare di dare respiro a questa parte.
Qualche spazio era stato ritagliato inizialmente
con qualche diploma universitario, poi con qualche
laurea breve. E alla fine fu inserito nei programmi
un corso facoltativo di 30 ore a Saluzzo, nell’ambito
di un Diploma di Difesa Piante Fruttifere, tuttora
esistente, dedicato soprattutto a impollinazione
e avvelenamenti . Fu già un piccolo successo.
Poi venne inserito un corso di laurea specialistico
di 50 ore, a cavallo tra Agraria e Veterinaria. I
veterinari, pur avendo sempre istituzionalmente tenuto
le fila della patologia apistica, riconoscevano di
non avere mai avuto la dovuta preparazione. E un
interesse per l’apicoltura era rimasto sempre
vivo tra gli studenti di entomologia e zoologia:
finalmente era possibile andare incontro alla loro
richiesta.
Nel frattempo era arrivato il dott. Porporato, che
era già stato presente precedentemente, e
nel momento in cui diventò ricercatore cominciò a
dedicarsi soprattutto a due corsi di apicoltura,
che tiene tuttora. Patetta e Manino erano stati invece
ormai deviati su tutt’altro.
“Questo mio primo amore è stato dunque
un po’ tradito.
Il rapporto con l’apicoltura non era iniziato
da un mio particolare interesse, ma poi mi ci sono
affezionato: è stato il mio primo interesse
importante, e il mio primo contatto importante col
mondo agricolo. E sono andato avanti anche per conto
mio. Sono riuscito a mettere in piedi, aiutato da
un amico, un apiario di una certa dimensione e mi
ricordo che molte domeniche le passavo lì,
seduto di fianco alle api, a guardarle lavorare.
E’ una cosa che mi ha sempre attirato, mi è sempre
piaciuta. Certo, c’erano anche le punture o
qualche disavventura. Io le avevo a 100 chilometri
da casa mia. A volte mia suocera mi telefonava: “Guarda
che è uscito uno sciame, cosa dobbiamo fare?” E
più di una volta sono partito da Torino per
andare a prendere uno sciame che creava problemi.
A volte ho tagliato la pianta per prendere lo sciame,
o sono andato a vedere le api sotto un metro di neve,
per vedere se erano ancora a posto. Ho dovuto poi
abbandonare questa attività della domenica,
che a me piaceva moltissimo. Ma non è detto,
se ne avrò la possibilità, che non
mi dedichi nuovamente a questo hobby. Era stato il
primo contatto col mondo agricolo e mi era proprio
piaciuto. Io credo in quelli che sono i valori delle
api, non tanto quello monetario, e quanto al miele
lo mangio, sì, ma non mi piace alla follia.
Quello che mi piace è veder le api in attività,
pensarle sui fiori che fanno l’impollinazione.
Con questo spirito un po’ bucolico, purtroppo
sono finito ad abitare a Torino, in Corso Raffaello,
ma la speranza c’è ancora. Su nelle
Langhe abbiamo del terreno, mio suocero ha un’azienda
agraria in parte zootecnica, abbiamo ancora attrezzature
e se dovessi dedicarmi a qualcosa che ha a che fare
con l’ambiente, colla terra, io farei sicuramente
l’apicoltore, non mi dedicherei ad arare i
campi, a parte l’orticello. E’una cosa
nata quasi per gioco, ma è diventata una passione.
Mai più pensavo di finire qui, nell’ormai
lontano 71, quando mi sono laureato”.
Questa in sintesi la storia di questi trent’anni.
Gli anni d’oro dell’Istituto
“ Qui si lavorava molto bene, c’era un
rapporto anche famigliare, era un Istituto piccolo”.
Quando arrivò Patetta, nel ‘70, c’era
il Professor Vidano, il Professor Marletto, allora
assistente e laureato più anziano, ed era
arrivata anche la Prof.ssa Ferrazzi, che si era poi
dedicata prevalentemente alla parte di botanica.
C’era la dott. Ferresini, alimentarista, laureata
a Milano, che si interessava di miele. L’istituto
stava crescendo e lei si era interessata all’acquisto
del gascromatografo, allora utile per individuare
lo spettro glucidico.La Ferresini, che non vedeva
nell’Istituto possibilità di carriera,
se ne era poi andata. Arrivò poi Piero Piton,
che ancora oggi si interessa di apicoltura. Allora
si dedicava soprattutto agli aspetti legislativi
e poi divenne libero professionista. Andò in
pensione col minimo pensionabile, per dedicarsi alla
libera professione nella sua Val Chisone, e tiene
tuttora dei corsi a Reaglie.
”C’era il tecnico Bizzarri che poi se ne andò e
che si interessava di fotografia. Vidano era molto
interessato alla fotografia, ci vedeva una possibilità per
trasmettere in modo più immediato anche delle
sensazioni, delle emozioni… l’ape sul
fiore che si sta movendo… e questo settore
ebbe un notevole sviluppo.
C’era Felice, l’inserviente, e una segretaria.
Eravamo in due appartamentini in Via Ormea 99, al
pianterreno. Era un palazzo con la portineria e c’era un viavai di apicoltori, anche perchè eravamo
vicini alla stazione. Avevamo modificato le camere per renderle funzionali
al lavoro. Erano due appartamenti e avevano due bagni, uno dei bagni era stato
trasformato in camera oscura e l’altro bagno era sempre utilizzato come
bagno, ma anche per metterci anche qualche strumento e lì ci avevamo
infilato la buffola, tanto per dire com’era approssimativa la situazione.
Avevamo poi messo dei divisori in vetro per ricavare una parte per l’ultramicrotomo,
che ha bisogno di tranquillità sia per la delicatezza dello strumento
che per l’uso. In un altro ambiente c’era il grascromatografo,
non avevamo uno studio per ciascuno, eravamo tutti insieme, era una situazione
molto approssimativa. Poi ci fu un aumento dei contributi, che Vidano era abbastanza
abile nel cercare. Era anche un momento di una certa fortuna dell’apicoltura,
e si stava sviluppando anche tutto il concetto di ecologia. Coi contributi
erogati, avevamo preso un terzo alloggio, al primo piano, dove il bagno rimase
tale, e fu utilizzato solo per fare dei lavaggi di gabbiette. C’era poi
una specie di sala utilizzata come studio del prof. Vidano. Avevamo messo insieme
una biblioteca e c’era una segreteria che aveva cominciato a funzionare
più attivamente per la rivista “l’Apicoltore Moderno”,
che all’epoca passato dalla gestione della sorella di don Angeleri, Maria
Grada, a noi: con tutti i problemi legati non tanto alla stampa, ma alla gestione
dello schedario abbonati: per un po’ di tempo eravamo andati avanti con
gli indirizzi su delle piastrine metalliche e tutte le volte si dovevano stampare
le buste. Poi sono comparsi i primi computer con cui si facevano con più facilità.
Poi l’Apicoltore Moderno, nel 97, è finito. C’eravamo sistemati
bene, avendo a disposizione tre camere, fino al trasferimento nella sede attuale
che è avvenuto nel 1990”.
L’Apicoltore
Moderno
Inizialmente,
quando Patetta arrivò all’Istituto,
la rivista era ancora in mano a Maria Grada Angeleri,
che però era anziana, e in realtà se
ne interessava già Vidano.
“Tutti noi avevamo un rapporto con L’Apicoltore Moderno, intanto
perché abbiamo utilizzato tutti questo mezzo per pubblicare. Le pubblicazioni
per noi avevano una certa importanza. La rivista era un modo per avere un tornaconto
dal nostro punto di vista, e nello stesso tempo per dare informazioni agli apicoltori
su quelle che erano le nostre ricerche all’interno del settore, e questa
era la cosa più importante. C’era un direttore, Vidano, un vicedirettore,
Marletto, e tutto il gruppo di noi che faceva da redazione. Quando arrivavano
i lavori esterni si faceva un giro di verifica e poi si pubblicavano. Non c’era
una redazione ferrea che rifiutasse qualcosa, facevamo solo correzioni se c’erano
errori grossolani, e, in genere pubblicavamo”.
Perché è finito?
“ Io ho continuato a seguire gli apicoltori
e ho avuto anche modo di subire degli attacchi, in
parte giustificati, da parte degli apicoltori, proprio
sull’Apicoltore Moderno, perché mi si
diceva che aveva un po’ perso quella che era
la sua vocazione di giornale per la diffusione dell’apicoltura,
per assumere più una veste di rivista scientifica.
E questo finiva per non soddisfare le esigenze degli
apicoltori.
A questo proposito posso dire di qualche dissapore
avuto col Professor Vidano all’inizio della
mia carriera quando gli dissi che si sarebbe potuto
scrivere qualcosa sulle attività della stagione,
su quelle cose spicciole, e Vidano mi disse: “No
di queste cose se ne interessano gli altri, noi siamo
una rivista scientifica”. Dal nostro punto
di vista, i lavori nostri che pubblicavamo ci sembravano
interessanti, ma a gran parte degli apicoltori interessavano
relativamente poco, questa fu secondo me una prima
causa.
Una seconda causa fu che in questo periodo l’apicoltura
andava bene ed è stato un periodo in cui son
nate tantissime riviste. Tutte le associazioni avevano
i loro tecnici e pubblicavano la loro rivistine,
che finivano per essere più vicino a quella
che era la realtà di una zona, e questo ha
un pochino allontanato gli apicoltori dall’Apicoltore
Moderno.
Poi c’è stato, a seguito del calo degli
abbonamenti e dell’aumento delle spese di tipografia,
anche un certo aumento del prezzo dell’abbonamento.
C’era chi ci faceva sapere “A me non
interessa più tanto”, o vecchi abbonati
che ci dicevano ”Io ormai l’apicoltura
non la faccio più, lascio perdere”.
E a volte veniva persino
a mancare il materiale da pubblicare, perché c’era chi preferiva
avere risonanza maggiore nel mondo apistico, allora
pubblicava sulla rivista che aveva più diffusione,
mentre l’Apicoltore Moderno si riduceva un
pochino, finiva nello studio di questo o nel laboratorio
di quell’altro e il mondo apistico finiva per
non essere al corrente di certe idee.
C’era stata anche una diminuizione dei contributi.
In effetti L’Apicoltore Moderno prima era mensile,
poi è diventato bimestrale, poi se ne pubblicavano
quattro numeri l’anno, proprio per questo:
chi voleva pubblicizzare per esempio un certo tipo
di arnia, sceglieva una rivista di maggior diffusione.
Negli anni 90 non c’ è stata la possibilità di
andare avanti, e non è stata una morte improvvisa,
ma un rallentamento, un decadimento. Anche dal mondo
scientifico non c’era tutto questo entusiasmo,
questa è l’impressione che ho avuto.
Ho partecipato a diverse riunioni. Perché poi
quando qualcosa sparisce allora ci si rammarica,
ma solo perché è sparito. Si cercò di
utilizzare l’utilizzabile, di non lasciare
andare in malora tutto questo patrimonio. In queste
riunioni si parlava della necessità di avere
una rivista, ma sempre tra organi accademici: c’era
il problema che una rivista scientifica doveva essere
scritta in inglese, accessibile a tutta la comunità scientifica,
oltre che avere articoli di un certo livello. Si è andati
avanti a cercare di far rivivere questo ormai cadavere
che era l’Apicoltore Moderno, ma non si è concluso
niente. Si voleva che la cosa continuasse a fare
riferimento a Torino, ma Marletto era ormai morto,
l’ultima riunione su questi problemi a cui
aveva partecipato era stato a Bologna nel 1999. C’erano
addirittura discussioni sul nome, era stato proposto,
per esempio,“Apicoltura Mediterranea”:
alla fine, tante idee ma poco costrutto. Ci fu anche
l’esperienza non particolarmente felice di “Apicoltura” di
Roma, che è andata avanti per 10 anni con
la Persano Oddo.
Recentemente è uscita Apoidea, che ha un po’ripreso
tutte le idee via via emerse. Ad Apoidea siamo collegati,
diamo contributi.
Certe sono idee molto personali, ma io ho sentito
le critiche degli apicoltori: “noi leggiamo,
leggiamo, ma alla fine non ne caviamo niente”.
Io lo imputo anche alla comparsa di tante riviste,
ma una certa pecca c’era anche da parte nostra:
avessimo fatto rubrichetta, anche poche pagine, ma
più vicine gli apicoltori, forse la cosa sarebbe
andata più avanti. Quando ebbi l’opportunità o
il coraggio di parlarne a Vidano, questa idea venne
subito accantonata, salvo poi magari qualche anno
dopo riprenderla”.
Una nidiata di tecnici
“ I tecnici laureati qui hanno scelto questo
settore perché già avevano una certa
passione per l’apicoltura, e saputo dell’esistenza
di questo Istituto, hanno deciso di entrarvi. Carlo
Olivero, Roberto Barbero, Giuseppe Diale, Luca Allais…è rimasto
un rapporto con tutti. Con Olivero ci siamo visti
anche recentemente. Allais viene a confrontarsi sul
Nosema, Barbero viene un po’ meno perché sta
lontano, ma ci troviamo alla Commissione Apistica
Regionale di cui siamo entrambi membri. A volte viene
qui per concordare dei lavori.
L’unico sparito è Giacomo Olivero, di
Sanfrè, che aveva le api, si è laureato
in agraria con una tesi sulla propoli, ha collaborato
con noi e preso una seconda laurea in scienze naturali,
ma poi ha cominciato a insegnare e questo ce l’ha
allontanato. Ogni tanto capita qui come studente
qualcuno che era stato suo allievo alle superiori.
Anche con Diale manteniamo rapporti.
Attualmente, spero possa andare a buon fine una tesi
sul nomadismo di Mario Bianco, che è il figlio
di un grosso apicoltore morto di recente”.
“ Meetings
with remarkable men”
“Attraverso i Frati Benedettini e Apiriviera,
che organizzava corsi e seminari, e attraverso poi
i corsi per assaggiatori, ho conosciuto Giulio Piana
con cui ho avuto rapporti buoni. Poi morì,
a 53 anni. E Porrini, di Varese, con cui anche ho
avuto contatti frequenti , ero andatola lui anche
per avere dei suggerimenti, per cercare di organizzare
al meglio un impianto, che si voleva fare dai Benedettini,
per il miele a caduta. Lui era venuto giù,
e c’era stato uno scambio.
Anche Cappelletti è venuto diverse volte.
Piana e Porrini mandavano sciami in Africa per l’impollinazione
degli agrumi , anche 300 sciami per volta. I locali
ritiravano il materiale e lo portavano nelle zone
di impollinazione, ma non volevano l’interferenza
degli italiani. Però avevano delle difficoltà a
gestirle. Le api duravano poco e l’anno dopo
già le richiedevano di nuovo, cosa che a Porrini
e Piana ovviamente andava benissimo.
Panella l’ho conosciuto all’inizio della
sua carriera. E anche apicoltori liguri come Castellano.
Attraverso Apiriviera conobbi anche Allegri, della
zona di Borghetto, che aveva 5-600 famiglie
Ho conosciuto anche Bianco, quando stava iniziando.
Ultimamente ha avuto un grande sviluppo, poi è morto”.
Storia di
malattie: il nosema…
“ A volte le cose non si vedono perché non
si cercano. Nel ‘71 ho fatto tutti i controlli
su alveari nostri e anche di altri, e spesso c’era
nosema. Ho dato la colpa alle caratteristiche del
nosema, a questo suo attacco piuttosto subdolo, secondo
me il nosema c’è sempre stato, e anche,
più o meno, nelle attuali proporzioni.
Quello che succede adesso non è una novità: è già successo
in passato che il nosema saltasse fuori creando qualche
problema, qualche focolaio più consistente.
Ma allora c’era la fumagillina, il Fumidil
B: si facevano due o tre trattamenti, si dava qualche
consiglio sulla disposizione degli alveari e tutto
finiva lì. Perché non è mai
stato troppo considerato? Perché attacca in
modo massiccio nel periodo primaverile, i francesi
lo chiamano spopolamento primaverile. Se non sono
attacchi forti, difficilmente cadono sotto gli occhi
di un apicoltore anche attento. Poi la famiglia un
po’ si riprende, a meno di una batosta particolarmente
forte, e la malattia finisce per sparire, finchè a
luglio non si trovava quasi più. C’è un
ricambio frequente, in quel periodo, e anche se invece
di 45 giorni le api vivono 37, nessuno se ne accorge.
Inoltre le api possono anche abbandonare gli escrementi
fuori.
Adesso si comincia a pensare che con tutte le malattie
che ci sono, una qualche influenza possa averla il
nosema. Io ne ho sempre parlato, anche se poco ascoltato.
Il Fumidil è solo batteriostatico, blocca
i protozoi che poi vengono eliminati con gli escrementi.
Adesso stiamo analizzando la presenza del nosema
anche da un punto di vista un pochino più attento:
queste spore quante sono? e ne risentono le famiglie
o no? Quanto ce ne devono essere per vedersi dei
sintomi?
Quando ero più attento a questi problemi sembrava
importante solo la peste americana. Io ho sostenuto
che c’era anche altro, pochi allora pubblicavano
sul nosema.
Il nosema secondo me ci ha lasciato sempre abbastanza
vivere. La soluzione potrebbe essere di trovare un
medicamento che possa evitarne la diffusione, e una
buona conduzione dell’apiario”.
…la
peste americana…
“ Nell’ 81 è arrivata la varroa,
e la peste è diventata meno importante per
gli apicoltori. Ma le malattie ci sono e ci saranno.
Non bisogna abbassare la guardia nei confronti di
niente. Anche quando sembra che siano in regressione.
Quando si dice “distruggete, distruggete” gli
apicoltori in genere non lo fanno e uno dei motivi
per cui adesso ci stiamo impegnando su questo programma è di
cercare di avere un metodo di indagine che sia in
grado di evidenziare la malattia quando non sono
ancora visibili i sintomi evidenti, con analisi del
miele o delle api, perché la peste comunque
c’è.
Stiamo studiando un metodo sulla base dell’idea
di evidenziare spore non soltanto nelle celle malate,
ma un rapporto tra spore sulle api e la possibile
comparsa della malattia, così da poter correre
ai ripari prima delle manifestazioni della malattia
che tutti conosciamo. Riteniamo che questa sia la
strada da percorrere
Mi ricordo una denuncia che c’era stata in
Liguria, alla Camera di Commercio di Savona. C’era
allora il dottor Ugo. La zona era Ferrania, vicino
al paese dove abitava la mia famiglia. Era stata
fatta la denuncia ufficiale e i veterinari hanno
applicato il regolamento di polizia veterinaria.
Io andai a vedere le api, accompagnate da un veterinario,
che mi disse: “Vai tu, io sto lontano perchè non
voglio essere punto”. Trovai 3 o 4 focolai
molto consistenti, in bugni villici e in arnie semi-razionali
-perché venivano abbandonate e da razionali
diventavano semirazionali. Fu l’unico caso
che io ricordi di denuncia ufficiale.
Consigliavi di bruciare, ma c’è sempre
stata una diffidenza, una perplessità nei
confronti di quello che noi suggerivamo. Qualcuno
la mascherava dietro una forma di affezione alle
api, ma preferivano il sulfatiazolo. Facevo le solite
prediche, sicuro di non essere ascoltato o quasi.
Secondo me è ancora una delle malattie più preoccupanti
e di quelle che danno i maggiori dispiaceri.
Quando tengo lezioni di patologia, metto sempre in
guardia: attenzione che non diventi come quando uno
legge un’enciclopedia medica e si sente addosso
tutte le malattie del mondo… però sulla
peste americana calco ancora la mano.
Il kit dà una risposta, ma già a un
certo livello di infestazione, quando è troppo
tardi per prevenire la malattia.
L’eliminazione del materiale infetto, trovare
gli apicoltori che possono aver abbandonato le famiglie, è difficile”.
…la
peste europea…
“ Il motivo per cui adesso salti fuori la peste
europea lo collegherei alla varroa, è un collegamento
probabile, è una malattia che può comparire
come malattia da stress, ma tutta quest’esplosione
non l’ho ancora vista. E’ un quadro un
po’ confuso potrebbero esserci altri elementi.
Di peste europea arrivavano pochissimi casi in Istituto,
il 99 per cento era peste americana.
Cammin facendo se ne è sentito parlare sempre
di più
Per mia esperienza, fino a 25-30 anni fa ci sono
stati pochissimi stadi, poi questa esplosione”.
……acariosi…
“ Io ne sento ancora parlare, secondo me potrebbe
riapparire. E’ una parassitosi strana, attacca
a macchia di leopardo. Negli anni ‘50 ci sono
stati attacchi pesantissimi in Val d’Aosta,
ho potuto assistere ad attacchi pesanti nell’acquese,
c’erano delle zone in cui tutte le api erano
coinvolte, e solo a poca distanza non c’era
più. Ancora più di altre malattie l’acariosi
si diffonde per contatto diretto. E se non c’e
nomadismo non si estende in zone più vaste.
Era sparita con l’impiego dei prodotti antivarroa.
Inizialmente si usava il Folbex , poi il Folbex forte,
erano prodotti fumiganti che potevano penetrare all’interno
delle api. Non è improbabile che, come è sparita
la Braula Coeca, siano sparite anche queste parassitosi.
A volte però sono arrivato a parlare, con
gli apicoltori, di Acariosi, e alla fine ecco che
alcuni arrivano e dicono di aver notato dei sintomi
che possono coincidere. I sintomi non sono però così specifici.
Potrebbe essere dovuto all’ uso di prodotti
antivarroa diversi, che non sono efficaci sull’acaro.
Credo comunque che qualcuno abbia fatto indagini.
Magari non lo dicono. In Liguria ci sono almeno tre
veterinari- apicoltori e fare un’indagine su
Acarapis Woodi non è difficilissimo, basta
schiacciare un torace e fare un vetrino. Ci sono
apicoltori che me ne riferiscono dicendo“ho
sentito che…”: non saranno loro stessi?”
E oggi?
“ Qualcuno arriva a portarci dei telaini o
delle api da esaminare, ma non c’è più il
rapporto stretto di una volta. Mi ricordo che a primavera
arrivavano apicoltori a tre o quattro alla volta,
e si passavano i pomeriggi a parlare. Adesso l’Istituto
non è più una figura centrale, e questo
ci dispiace molto. Noi ci siamo sempre sentiti abbastanza
vicini agli apicoltori, non sempre gli apicoltori
si sono sentiti vicini a noi. Se serviamo ci seguono,
altrimenti si dimenticano di noi. E la posizione
un po’ drastica che abbiamo preso sulle malattie
non sempre ha giovato a migliorare questi rapporti.
E anche la maggiore distanza col trasferimento a
Grugliasco. Così abbiamo perso un po’ il
contatto col mondo applicativo. Avremmo piacere di
riprenderlo, penso sia un motivo della nostra esistenza: è inutile
che io faccia dei begli studi se poi restano chiusi
in un cassetto. Ed è per questo che stiamo
cercando di fare qualcosa non solo di utile, ma che
abbia anche una ricaduta immediata, questo è il
nostro interesse. Sappiamo che gli apicoltori si
sono rivolti anche ad altri, è giusto, però noi
siamo rimasti un po’al palo. Anche se non abbiamo
così tanto tempo, mi rincresce: quel fermento,
che all’epoca poteva a volte perfino risultare
fastidioso, oggi ci manca”.
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