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Inizio ed evoluzione dell'apicoltura
razionale in Piemonte
Franco Marletto
- Settembre 1982
già Professore incaricato di Apicoltura
presso la Facoltà di Agraria dell'Università
di Torino.
Norme riguardanti l'allevamento delle
api, la proprietà degli sciami, il commercio
del miele, le multe per i furti di alveari o di prodotti
apistici sono contenute in documenti del XIII, XIV
e XV secolo rinvenuti a Villafalletto, Busca e Murazzano
in provincia di Cuneo, a Lessolo e Strambino in provincia
di Torino, a Gavi, Pareto e Casale in provincia di
Alessandria ed a Vogogna in provincia di Novara (Nada
Patrone, 1981). Queste notizie, anche se molto scarse,
sono sufficienti per documentare che l'apicoltura
era diffusa in tutto il Piemonte alla fine del Medio
Evo. Per l'allevamento delle api venivano utilizzate
arnie villiche di varia foggia, costruite in legno
o in paglia; per estrarre i prodotti (miele e cera)
si ricorreva all'uccisione dell'intera colonia mediante
vapori di zolfo.
L'apicidio,
indice di una sensibile decadenza tecnica rispetto
alle forme di conduzione degli alveari adottate dagli
antichi Romani e descritte da numerosi scrittori latini,
era largamente impiegato in quasi tutto il territorio
italiano. Facevano eccezione soltanto alcune zone
della Puglia e l'isola di Favignana (Sicilia), dove
gli apicoltori erano riusciti a tramandare le antiche
tecniche della castratura dei favi e della sciamatura
artificiale, che consentivano non solo di rispettare
l'integrità delle colonie, ma anche di accrescerne
il numero (Tannoja, 1801; Monticelli, 1845).
Con
il Rinascimento si registrò in tutta Europa
una ripresa degli studi sulla biologia dell'ape che
erano stati del tutto trascurati nei secoli precedenti.
L'invenzione del microscopio diede poi un contributo
fondamentale allo sviluppo delle conoscenze in questo
campo, consentendo descrizioni morfologiche e anatomiche
sempre più precise e favorendo una più
corretta interpretazione della funzione dei vari organi
dell'ape. Le opere di Aldrovandi (1522-1605), Cesi
(1582-1630), Swammerdam (1637-1680), Maraldi (1665-1729),
Réaumur (1683-1757) e Huber (1750-1831) costituirono
le tappe fondamentali che aprirono la via alle successive
scoperte scientifiche e tecniche in campo apistico
(Théodoridès, 1968).
In stridente contrasto con il fiorire delle ricerche
biologiche sull'ape, la pratica apistica conobbe,
tra la metà del XVI secolo e l'inizio del XIX
secolo, un periodo di profonda crisi e venne quasi
totalmente abbandonata in molte località. L'introduzione
nel consumo alimentare dapprima dello zucchero di
canna (1550) e poi di barbabietola (1792) e l'impiego
di succedanei della cera d'api per l'illuminazione
furono le principali cause storielle che fecero diminuire
drasticamente l'interesse per i prodotti dell'alveare
e, di conseguenza, per la stessa apicoltura (Zappi-Recordati,
1947).
Anche in questa sfavorevole situazione non mancarono,
in Piemonte, esempi di buona conduzione e tentativi
volti al miglioramento delle tecniche apistiche e,
soprattutto, al superamento dell'apicidio. Nel 1771
venne infatti pubblicato a Torino un trattato di apicoltura
dedicato al Duca Vittorio Amedeo Maria di Savoia (Soresi,
1771). Apiari ben governati erano presenti nei parchi
dei castelli di Racconigi, Veneria Reale e Agliè.
In queste due ultime località era inoltre utilizzata
l'arnia "canavesana Alby"o arnia "ducale
d'Aglio" (Mayat, 1893). Si trattava di un'arnia
orizzontale lunga 80 cm, larga 31 cm ed alta 25 cm,
messa a punto dal sig. Alby d'Issime (Aosta) sul finire
del XVIII secolo; essa presentava, analogamente all'arnia
"Baloira"di Rivoli (Zappi-Recordati e Venturelli,
1935), i favi attaccati a listelli mobili in modo
da poterli estrarre, senza uccidere le api.
Ulteriori
conferme del rinnovato interesse per l'attività
apistica si ebbero, in Piemonte, verso la metà
del secolo scorso con la descrizione della "apiarnia
Magni"(Magni, 1856) e dell'arnia a listelli "Berrà"
(Berrà, 1864). La prima era un'arnia verticale,
a base quadrangolare, larga 30 cm, profonda 30 cm
ed alta 55 cm; essa era costruita con assi di 3 cm
di spessore e presentava le pareti anteriore e posteriore
asportabili per consentire l'osservazione dell'attività
delle api e, all'occorrenza, l'abbinamento di due
arnie in modo da fornire più ampio spazio alle
colonie popolose oppure favorire la riunificazione
di due colonie deboli; la soffitta fissa presentava
al centro un foro circolare di 8,5 cm di diametro,
nel quale si inseriva un particolare nutritore cilindrico.
L'arnia a listelli "Berrà"era invece
di tipo orizzontale e costituiva una modificazione
delle arnie di ferula utilizzate sin dai tempi remoti
in Sicilia; essa era infatti di forma parallelepipeda
e misurava internamente 73 cm di lunghezza, 25 cm
di larghezza e 23,5 cm di altezza; la soffitta era
costituita da una serie di listelli mobili lunghi
27 cm che appoggiavano su due scanalature ricavate
nelle pareti laterali, appena sotto il coperchio principale.
Importanti innovazioni scientifiche e tecniche caratterizzarono
il mondo apistico attorno alla metà del secolo
scorso (Zappi-Recordati, 1947; Dadant, 1975). Dzierzon,
nel 1845, descrisse la partenogenesi arrenotoca delle
api, consentendo di chiarire in modo definitivo l'origine
e la funzione di regina, fuchi e operaie. L'americano
Langstroth, nel 1851, individuò il cosiddetto
spazio delle api, avendo intuito che si sarebbero
potute evitare costruzioni supplementari di cera e
rendere, di conseguenza, i favi estraibili, semplicemente
disponendoli, tra di loro e rispetto alle pareti ed
alla soffitta dell'arnia, alla stessa distanza che
intercorre tra due favi contigui nei nidi naturali;
applicando questo principio egli costruì la
prima arnia razionale o a favo mobile, dalla quale
derivarono tutte le arnie di tipo americano o a soffitta
mobile. Quasi contemporaneamente (1853), in Germania,
Berlepsch giunse alle stesse conclusioni e mise a
punto, modificando un'arnia a listelli di Dzierzon,
la prima arnia razionale di tipo tedesco o a soffitta
fissa. Nel 1857, Mehring realizzò uno stampo
per la preparazione dei fogli cerei, ponendo le basi
per una profonda rivoluzione del mercato della cera;
da allora, infatti, questo prodotto dell'alveare incominciò
ad essere in gran parte riutilizzato dagli stessi
apicoltori. Infine, nel 1865, Hruschka inventò
lo smelatore a forza centrifuga, che consentiva di
estrarre il miele dalle collette dei favi, rispettandone
l'integrità.
Realizzazioni di questa portata non mancarono di influenzare
profondamente anche l'apicoltura in Italia, dove le
tecniche e le arnie tedesche si diffusero rapidamente
soprattutto per merito della " Associazione centrale
d'incoraggiamento dell'Apicoltura in Italia".
Questa Associazione, fondata a Milano nel 1867, si
prefiggeva di migliorare le tecniche apistiche promuovendo
incontri, istituendo un apiario per sperimentare metodi
di conduzione e nuovi modelli di arnie e di attrezzi,
organizzando esposizioni annuali di materiali e prodotti
apistici, pubblicando il periodico mensile "
L'apicoltore "(Visconti di Saliceto, 1868).
Dapprima venne proposto agli apicoltori l'uso dell'arnia
orizzontale "Dzierzon"modificata da Berlepsch,
la quale consisteva in una cassetta apribile alle
due estremità, con le pareti spesse 3 cm e,
internamente, lunga 72 cm, larga 28 cm e alta 24 cm;
sulle pareti più lunghe erano praticate, sotto
la soffitta, due scanalature alte 2 cm e profonde
1,5 cm, in cui venivano appoggiate le orecchiette
di 18 telaini costituiti da un portafavo lungo 30
cm, da due montanti alti 21 cm e da una traversa inferiore
lunga 26,5 cm (Barbò, 1868). Quest'arnia fu
sottoposta ad opera degli apicoltori italiani a varie
modifiche e migliorie, dando origine ad una serie
di numerosi modelli che comparvero nelle esposizioni
apistiche e che vennero puntualmente descritti nei
fascicoli de "L'apicoltore". Ben presto
prevalsero però su tutti i modelli "Sartori"e
"Fumagalli"che costituirono la base dell'apicoltura
razionale italiana fino agli ultimi anni dello scorso
secolo.
L'arnia "Sartori", la più diffusa,
era costituita da una cassa verticale con pareti spesse
2,5 cm e, internamente, alta 72 cm, larga 28,5 e profonda
40 cm. A 47 cm dal fondo era fissata un'assicella
orizzontale spessa 2 cm che divideva così l'arnia
in uno scompartimento superiore o melario, dove era
immagazzinato il miele, ed in uno scompartimento inferiore
o nido, dove avveniva lo sviluppo della colonia; nido
e melario comunicavano per mezzo di un foro del diametro
di 10 cm praticato al centro della tavoletta. Su ognuna
delle pareti laterali, all'altezza di 23, 45 e 72
cm dal fondo, erano ricavate 3 scanalature orizzontali
alte 2 cm e profonde 1 cm, nelle quali venivano appoggiati
3 ordini sovrapposti di 10 telaini ciascuno. L'arnia
era apribile posteriormente per mezzo di uno sportello
mobile su piccoli cardini; internamente allo sportello
venivano posti due diaframmi costituiti da due cornici
a vetro: il maggiore chiudeva perfettamente il nido,
il minore veniva applicato al melario; spostando i
diaframmi era possibile restringere o aumentare lo
spazio a disposizione delle api. Infine, sulla parete
anteriore dell'arnia si trovavano 3 porticine per
l'uscita delle api: le prime 2 erano disposte, l'una
accanto all'altra, appena sopra al fondo, la terza
si trovava in corrispondenza della base del melario.
L'arnia "Fumagalli", più piccola
della precedente, aveva identiche dimensioni di base,
ma era alta 47 cm e conteneva 2 ordini di telaini.
Sulla sua soffitta era, di solito, praticato un foro
di 10 x 10 cm, che consentiva la sovrapposizione di
un melario, contenente 10 telaini e costituito da
una cassetta quadrangolare a coperchio mobile, di
28,5 cm di lato interno e di 23 cm di altezza (Viappiani,
1887).
In
Piemonte la "Associazione centrale d'incoraggiamento
dell'Apicoltura in Italia" svolse la sua opera
di divulgazione soprattutto attraverso i Comizi agrari,
tra i quali si distinsero quelli di Savigliano, Ivrea,
Domodossola e Torino. Presso quest'ultimo, nel 1872,
venne costituita la "Società Apistica
di Torino", filiale dell'Associazione milanese
che aveva per scopo la diffusione dell'apicoltura
razionale nel circondario del capoluogo piemontese.
I risultati del primo censimento apistico indicarono
che 875 alveari a favo mobile, distribuiti in 37 comuni
e condotti da 97 apicoltori, erano già presenti
in Piemonte nel 1873 (Bonola, 1873). Il rinnovamento
dell'apicoltura regionale venne testimoniato anche
dalla costante e qualificata presenza, con attrezzature
e prodotti dell'alveare, di apicoltori provenienti
da varie località piemontesi di pianura, collina
e montagna alle Esposizioni apistiche annuali organizzate
dall'Associazione milanese e, soprattutto, alle Esposizioni
generali italiane tenute a Torino nel 1884 e nel 1898.
Fra i numerosi apicoltori che onorarono l'apicoltura
regionale si distinse particolarmente il cav. dr.
Giovanni Bianchetti (1808-1890) di Ornavasso, Novara,
che rappresentò nella provincia la "Associazione
centrale d'incoraggiamento dell'Apicoltura in Italia",
collaborò per molti anni al periodico "L'apicoltore"
e presiedette il "II Congresso degli apicoltori
italiani" svoltosi a Milano nel 1871. A lui si
devono, oltre che un'appassionata opera di divulgazione,
molte innovazioni di tecniche e di attrezzature apistiche.
Una buona diffusione ebbero, nel Novarese, le sue
arnie "mezzaiuola" ed "economica"
destinate soprattutto ai contadini. La prima era costituita
da un nido a 10 telaini alto 24 cm, largo 28,5 cm
e profondo 41 cm, al quale veniva sovrapposta una
calotta o melario a 7 telaini alta anch'essa 24 cm,
larga 28,5 cm e profonda 30 cm. L'arnia "mezzaiuola"
era così chiamata perché veniva affidata
a mezzadria ai contadini, i quali dovevano controllare
periodicamente le calotte e portarle, quando risultavano
piene, al proprietario che provvedeva direttamente
alla smelatura. L'arnia "economica", nota
anche come arnia "petroliera" essendo costruita
con assi ricuperate dalle casse da petrolio, era formata
da elementi sovrapponimi a 10 telaini ed a soffita
mobile, aventi ciascuno un volume pari alla meta del
nido di un'arnia "Sartori" (Anonimo, 1872;
Dubini, 1890).
Gli
incoraggianti progressi, conseguiti dall'apicoltura
in Piemonte e nel resto dell' Italia durante la seconda
metà del XIX secolo, coinvolsero però
una minoranza di persone appartenenti, per lo più,
alle seguenti categorie: proprietari terrieri nobili,
professionisti, commercianti, ufficiali, sacerdoti
e insegnanti. Le nuove tecniche apistiche rimasero
invece estranee a gran parte del mondo contadino che
restò ancorato, ancora per molti anni, alle
vecchie tradizioni dell'apicoltura villica a causa
sia dello scarso grado di istruzione, che limitava
le possibilità di aggiornamento sia delle ristrettezze
economiche, che non consentivano di affrontare le
spese per il rinnovo dell' attrezzatura. In alcuni
casi si fece strada una soluzione di compromesso:
ai bugni villici vennero sovrapposti melari a favi
mobili, in cui era immagazzinato il miele che veniva
estratto, senza uccidere le api. Sorsero così
le arnie "semirazionali" che ancora oggi
sono utilizzate in alcune località del Piemonte.
L'arnia americana e le tecniche di conduzione ad essa
collegate non vennero inizialmente considerate con
molto favore dagli apicoltori italiani, influenzati
dalle realizzazioni dei colleghi tedeschi. Fin dal
1870, apparvero però sul periodico "L'apicoltore"
numerosi articoli di Dadant, il quale descrisse i
metodi e le attrezzature usate oltre oceano, entrando
spesso in appassionata polemica con i sostenitori
del sistema germanico (Dadant, 1892). La prima arnia
americana introdotta in Italia fu l'arnia "Langstroth"
modificata da Quimby e dallo stesso Dadant e nota
in Europa come arnia "Dadant". Essa era
costituita da un nido che internamente misurava 49
cm di lunghezza, 42 cm di larghezza e 32 cm di altezza
e da un melario avente le stesse dimensioni di base,
ma soltanto 167 cm di altezza; tanto nel nido che
nel melario erano sistemati 11 telaini aventi rispettivamente
27 x 46 cm e 13,5 x 46 cm di luce (De' Rauschenfeis,
1901). I vantaggi offerti dall'arnia di tipo americano
- estrazione dei favi agevole e rapida, volume proporzionato
alle dimensioni della colonia ed alle risorse mellifere
disponibili, ottima distribuzione della covata sui
favi (Perucci, 1899) - vennero finalmente riconosciuti
dagli apicoltori delle Marche della Romagna e dell'Umbria,
i quali, verso la fine dello scorso secolo, abbandonarono
il sistema tedesco e adottarono l'arnia "marchigiana"
a soffitta mobile. Si trattava di un arnia simile
a quella "Dadant", ma dotata di melario
uguale al nido molto adatta per areali particolarmente
ricchi di flora nettarifera.
L'arnia a soffitta mobile si diffuse poi gradualmente
nel resto dell'Italia subendo varie modifiche e dando
così origine ad una ricca serie di modelli
("Canè", "Perucci", "Tonelli",
ecc.). Ben presto prevalse però l'arnia "Dadant-Blatt",
dalla quale con lievi variazioni derivò l'arnia
"italo-Dadant-Blatt" o "italica-Carlini".
Quest'ultime denominazioni vennero adottate in occasione
dei Congressi nazionali degli apicoltori, svoltisi
a Napoli nel 1922 ed a Brescia nel 1932, per indicare
il modello di arnia considerato particolarmente idoneo
per l'esercizio dell'apicoltura nel nostro Paese e
proposto per uniformare l'attrezzatura apistica su
tutto il territorio nazionale (Carlini, 1932). L'arnia
"italica-Carlini", che è ancora oggi
il modello più utilizzato in Italia, è
costituita da un nido che internamente misura 45 x
45 cm di base e 30,8 cm di altezza e da un melario
con uguali misure di base e con altezza di 15,4 cm.
I telaini da nido hanno una luce interna di 41,7 x
27 cm, quelli da melario di 41,7 x 12,5 cm (Piton
e Marletto, 1978).
L'appassionata
opera di divulgazione condotta, mediante corsi pratici,
conferenze e pubblicazioni, da illustri personalità
del mondo apistico, come Perroncito, Passerini, Calamida,
Travaini e Angeleri, contribuì in modo decisivo
a diffondere in Piemonte l'arnia a soffitta mobile,
che andò affermandosi soprattutto a partire
dal 1919, sostituendo ovunque le arnie di tipo tedesco
(Lancini et al., 1935). I progressi dell'apicoltura
subalpina trovarono conferma nei risultati del censimento
apistico del 1928, in base ai quali gli apicoltori
piemontesi risultarono 10.985 con 53.587 alveari di
cui 24.760 (46,2%) razionali e 28.827 (53,8%) villici
(Venturelli, 1936). La diffusione ancora notevole
dei bugni a favo fisso venne confermata anche dai
dati raccolti nel 1933. Soltanto dopo la seconda guerra
mondiale si assistette ad una rapida diminuzione del
loro numero: attualmente gli alveari villici rappresentano
in Piemonte non più del 5% e si riscontrano
principalmente in areali di montagna oppure in zone
ad agricoltura marginale (Marletto e Piton, 1976).
L'evoluzione delle arnie fu accompagnata da altrettanto
rilevanti innovazioni delle tecniche apistiche che
modificarono profondamente il comportamento dell'apicoltore,
divenuto finalmente protagonista nel suo apiario.
Accanto al già citato impiego dello smelatore
a forza centrifuga e dei fogli cerei, meritano di
essere ricordate, per l'incidenza che ebbero sull'evoluzione
della nostra apicoltura, le metodiche per l'allevamento
delle api regine e per l'apicoltura nomade.
Apis mellifera ligustica Spin. o ape italiana, descritta
all'inizio del secolo scorso (Spinola, 1806), attirò
l'attenzione degli apicoltori stranieri fin dal 1843,
quando alcune colonie vennero trasportate dalla Valtellina
alla Svizzera. Laboriosità, prolificità
e docilità furono i pregi che la fecero preferire
alle altre razze e soprattutto all'ape nera tedesca
(Dzierzon, 1868). Essa venne richiesta non soltanto
da Germania, Svizzera, Francia e Inghilterra, ma varcò
addirittura gli oceani e giunse ben presto negli Stati
Uniti d'America e nella lontana Australia. All'inizio
vennero spedite all'estero intere colonie, poi piccoli
sciami e infine singole api regine con poche operaie
accompagnatrici in apposite gabbiette. Le regine venivano
prelevate da bugni villici destinati all'apicidio
oppure da nuclei per la fecondazione in cui venivano
allevate partendo da celle reali supplettive. Soltanto
alla fine del secolo scorso, con l'adozione del sistema
Doolittle, sorsero i moderni allevamenti di api regine
in grado di soddisfare le crescenti esigenze sia degli
apicoltori italiani che degli stranieri (Piana, 1936).
Risultati di rilievo vennero ottenuti soprattutto
nel Bolognese, ma anche in Piemonte non mancarono
allevatori, come Bozzalla e Zanini di Crevacuore (Vercelli),
Piana di Cavaglietto (Novara), Malan di Luserna S.
Giovanni (Torino) noti e meritatamente apprezzati
in tutto il mondo apistico (Asprea, 1926; Piana, l.c.).
Le moderne tecniche del nomadismo, con le quali vengono
offerte alle api più ampie possibilità
di raccolto, costituiscono, in ordine di tempo, l'ultima
grande conquista dell'apicoltura razionale. L'antica
pratica di spostare gli alveari seguendo il ciclo
fenologico delle piante nettarifere, utilizzata già
da Egiziani e Romani rispettivamente lungo i corsi
del Nilo e del Po, venne considerata, fin dal secolo
scorso mezzo valido per accrescere la produttività
delle popolose colonie allevate nelle arnie razionali
(De' Rauschenfeis, 1900). La lentezza dei mezzi di
trasporto e l'inadeguatezza delle soluzioni tecniche
limitarono però i trasferimenti che, per molto
tempo, dovettero essere effettuati percorrendo brevi
distanze e superando difficoltà non indifferenti.
Esempi di apicoltura nomade si ebbero soprattutto
in alcune vallate alpine, come Val Sesia e Val Chisone
dove, dopo aver sfruttato le fioriture primaverili
della bassa valle, alveari venivano spostati, a dorso
di mulo, a quote più elevate nei mesi estivi,
ottenendo produzioni differenziate. I dati raccolti
in occasione della prima inchiesta apistica nazionale
indicano che, gli inizi degli anni trenta, il fenomeno
era ancora circoscritto e, per quanto riguarda il
Piemonte, interessava soprattutto la provincia di
Cuneo, nella quale il nomadismo veniva effettuato
tra la pianura e le vallate alpine (Carlini, 1935).
Soltanto
dopo l'ultimo conflitto mondiale, l'apicoltura nomade
ebbe grande diffusione favorita dalla disponibilità
di rapidi mezzi di trasporto e dallo sviluppo di un'adeguata
rete stradale. Idonee tecniche vennero anche messe
a punto per evitare inconvenienti alle api durante
i trasporti. Soprattutto l'arnia "italica-Carlini"
subì significative modifiche: il suo volume
ed il suo peso furono generalmente ridotti passando
da 12 a 10 favi, il fondo venne fissato al nido e
le altre parti dell'arnia furono rese solidali mediante
appositi tiranti; un avancorpo, chiudibile con rete
venne aggiunto nella parte anteriore per favorire
l'afflusso di una sufficiente quantità di aria
durante i trasporti.
Gli apicoltori dispongono attualmente di attrezzature
e di metodiche efficienti con le quali dovrebbe essere
possibile un adeguato sfruttamento delle risorse mellifere
soprattutto in quelle regioni dove, come in Piemonte,
abbondanti fioriture di pianura, collina e montagna
sono reperibili percorrendo distanze relativamente
brevi. Purtroppo, in molti areali, conflitti tra apicoltori
stanziali e apicoltori nomadi causati da pregiudizi,
prepotenze e rivalità, costituiscono ancora
un grave ostacolo al pieno conseguimento di questo
obiettivo ed obbligano il legislatore a ricercare
difficili soluzioni di compromesso per disciplinare
questo particolare aspetto dell'apicoltura.
Tratto da:
Associazione Museo dell'Agricoltura del Piemonte.
Per un Museo dell'Agricoltura in Piemonte: III - Passato
e Presente dell'Apicoltura Subalpina. Teatro Regio
di Torino 25-26 settembre 1982.
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