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L’ISTITUTO DI APICOLTURA DI
TORINO ATTRAVERSO LA BIOGRAFIA DI ALCUNI PROTAGONISTI: AULO MANINO
a cura di
Paolo Faccioli - febbraio
2007
Abbiamo considerato che nella storia
dell’apicoltura piemontese entrasse di diritto
quella parte del mondo della ricerca che alle api,
alle loro tecniche di allevamento e problemi, si è dedicata.
Anche per un’esigenza di riuscire a includere
l’apicoltura in un orizzonte più vasto
di quello strettamente aziendale: un orizzonte in
cui si producono, oltre che un approfondirsi e arricchirsi
delle conoscenze e una verifica delle tecniche, anche
rapporti umani, condivisione di interessi e passioni.
Anche se i rapporti tra ricerca e produzione, in
Italia così come in Piemonte, hanno spesso
risentito di uno scollamento strutturale, come qui
testimonia il Prof. Manino, la vita degli apicoltori
e quella degli universitari, oltre che quella degli
universitari con le api, hanno trovato comunque modo
di intrecciarsi. C’è chi, come Carlo
Vidano e Franco Marletto, hanno partecipato con vero
e proprio attivismo alla crescita dell’apicoltura
moderna, e chi, come Manino, ha scelto di “fare
un passo di lato” e di porsi come semplice
ricercatore. Questo non gli ha impedito di continuare
a essere un punto di riferimento insostituibile grazie
alla sua esperienza di ricerca, alla capacità di
essere una incredibile banca dati vivente, e alla
sua personale disponibilità. Il problema è perché,
da parte del nostro settore, si attinga ancora così poco
a questa disponibilità e a questa conoscenza.
Il Prof. Manino, insieme con il Prof. Patetta e la
Prof.ssa Ferrazzi, costituisce inoltre una memoria
storica in grado spesso di restituirci il senso dimenticato
di certe direzioni prese o di testimoniarci certe
occasioni mancate. Il loro vissuto può inoltre
restituire quei colori che gli eventi possono rischiare
di perdere in una nuda ricostruzione di dati.
La maggior parte dei tecnici attuali di Aspromiele
o si sono laureati o hanno comunque frequentato i
corsi all’Istituto di Torino, e sono proprio
alcuni di loro a contribuire a colmare quello scollamento
tra ricerca e pratica, a cui siamo solo parzialmente
condannati.
AULO MANINO
E’ per un fortunato caso che la vita del Professor
Aulo Manino si è legata ed è rimasta
associata – ormai da quasi quarant’anni
- al mondo delle api. Un caso a cui si è aggiunta
quella carica di entusiasmo davvero unica che riusciva
a trasmettere il Professor Carlo Vidano, all’epoca
titolare della cattedra di Apicoltura all’Università di
Torino, e che non solo i suoi colleghi studiosi e
i suoi allievi, ma anche tantissimi apicoltori oggi
anziani, ricordano con stima e affetto. Di famiglia
ormai inurbata a Torino da due generazioni, il giovane
Aulo aveva sempre coltivato un interesse per la natura
e la campagna, che l’aveva spinto a iscriversi
alla facoltà di Agraria. Lì avrebbe
potuto dare uno sbocco anche pratico e applicativo
al suo interesse naturalistico. Ma non era nei suoi
programmi di occuparsi di apicoltura, essendo se
mai orientato verso il settore vinicolo ed enologico.
Per semplice curiosità, aderì all’invito
di un compagno di studi di assistere una lezione
del Professor Vidano. Rimase affascinato dall’argomento,
che era l’importanza delle api nell’impollinazione.
E chiese a Vidano di fare la Tesi di Laurea con lui.
Era il 1970.
La ricerca sulla caratterizzazione
dei mieli
Il primo lavoro di Manino
riguarda un ambito che oggi ha assunto un’ importanza primaria, ma
che allora era un’operazione pionieristica:
la caratterizzazione dei mieli. L’impulso a
questa ricerca nasceva dalla pubblicazione, a fine
anni ‘60, della prima normativa europea sul
miele. La FAO e l’Organizzazione Mondiale della
Sanità avevano fissato una norma regionale
europea i cui contenuti furono poi trasferiti nella
prima normativa europea. Non era infatti stato possibile
trovare un accordo a livello internazionale sui parametri
del miele. La prima direttiva dell’Unione Europea,
uscita qualche anno dopo, fu a sua volta molto lentamente
integrata nella normativa italiana..
Un contrasto si era manifestato tra l’approccio
degli Stati Uniti –in genere propensi a considerare
il miele come semplicemente miele- e quello di Germania
e Francia (la prima soprattutto), che diedero il
via alla categorizzazione dei mieli. La disputa toccava
in particolar modo i limiti di HMF: quelli proposti
dai tedeschi erano considerati troppo bassi dagli
statunitensi. Oggi la presenza di due diversi livelli
distingue la normativa OMS mondiale rispetto a quella
europea, e la normativa tedesca è ancora più rigorosa
di quella europea.
A quell’epoca era già ampiamente sedimentata
una consapevolezza del carattere uniflorale di certi
mieli, tant’è vero che Domenico Porrini
commercializzava già una gamma di ventidue
diverse varietà, così come anche Giulio
Piana, a cui oggi è dedicato il Premio per
i mieli di qualità di Castel San Pietro. Negli
anni ’70, a Torino, esisteva già un
negozio (che aveva sede in via Gramsci 7, all’angolo
di Corso Giulio Cesare), l’A.I.A. (Azienda
Italiana di Apicoltura), specializzato nella vendita
di mieli uniflorali. Esso raccoglieva l’eredità della “Casa
del Buon Miele” il negozio di Don Giacomo Angeleri.
Ma la commercializzazione dei mieli uniflorali era
basata fino ad allora su una conoscenza per lo più empirica.
Spesso si dava semplicemente per scontato che un
miele prodotto in una situazione florale dominante
potesse semplicemente attribuirsene il nome. E anche
se già esistevano descrizioni empiriche delle
caratteristiche organolettiche, si era ancora lungi
dal parlare di analisi organolettica vera e propria.
Ma le nuove normative imponevano che fosse indicata
la fonte principale e che venisse fornita una dimostrazione
per evitare frodi sull’origine botanica e soprattutto
geografica.
Si sentiva l’esigenza di studi sui mieli italiani,
e Vidano entrò a far parte di un gruppo di
ricerca che comprendeva, oltre all’Istituto
di Torino, L’Istituto Nazionale di Apicoltura
di Bologna, l’Università di Perugia
e l’Istituto Sperimentale per la Zoologia Agraria
di Roma, con la Professoressa Tonini D’Ambrosio.
Il lavoro di Manino aveva pochi precedenti. Alcuni
studi erano stati fatti a Bologna e Perugia, ma la
novità dell’approccio di Vidano e della
Professoressa Ferrazzi fu di unire, all’analisi
dei pollini nel miele, un’ indagine sulla flora.
A Torino, i soli precedenti erano stati una tesi
di laurea sul miele della zona di Pragelato e uno
studio sui mieli della Val Chisone, preceduta da
uno studio sulla flora mellifera della zona di Pragelato
fatto dal Prof: Marletto e dalla Prof.ssa Colla –docente
di botanica- valutando anche la quantità di
nettare prodotto dalle diverse piante.
La tesi di laurea di Aulo Manino riguardava la robinia,
che, insieme ai mieli di montagna, era la produzione
regionale più importante e fu scelta, per
comodità, la collina di Reaglie, dove aveva
sede l’Osservatorio di Apicoltura in quella
che era stata la casa di Don Giacomo Angeleri, donata
all’Istituto. Si trattò di uno delle
prime indagini sul campo della flora mellifera che
precede la robinia. L’indagine si estese in
seguito all’Astigiano e al Novarese.
Questo lavoro permise a Manino di avere i primi contatti
con gli apicoltori, e di incontrare la realtà delle
aziende apistiche, come quella del novarese Caligaris,
poi trasferitosi in Costa Rica, dello stesso Porrini,
e di altri nella zona di Ghemme , del Biellese e
di Asti.
Questi apicoltori, e certamente non soltanto per
grande stima nei confronti del Prof. Vidano, recepivano
e condividevano il senso di quel lavoro. In particolare
Porrini, che avendo numerosi contatti a livello internazionale
era in grado di conoscere e capire le problematiche
in ballo.
Dopo la tesi di Manino ne vennero assegnate altre,
per vallate, approfittando delle zone di provenienza
dei laureandi per agevolare il loro lavoro sul campo.
La melissopalinologia era però vista come
marginale rispetto al cuore della ricerca entomologica
a cui l’Istituto era votato. In questo influì il
fatto che Vidano stesso era passato a insegnare entomologia
nel 1976. Questo limitò la prosecuzione di
questo filone, che passò principalmente alla
Professoressa Ferrazzi. Inoltre l’Istituto,
se era attrezzato rispetto sia alle analisi standard
(acidità, HMF e diastasi) sia alle gascromatografie,
avrebbe dovuto riattrezzarsi rispetto alle nuove
tecniche di gascromatografia su colonna capillare
o liquida, e così, anche per le velate pressioni
dei colleghi a restare in un ambito più entomologico,
il lavoro fu limitato.
Una grossa parte era stata comunque svolta e fu completata
dai colleghi di Roma, che iniziarono la sistematizzazione
del patrimonio di dati.
La ricerca
sull’impollinazione
Dopo
essersi laureato, nel novembre del 1976, Manino vinse
una borsa di studio del
CNR per continuare
il lavoro sul miele. Nel frattempo era stato riattivato,
dopo una lunga interruzione, un corso di specializzazione
in viticoltura ed enologia per l’anno accademico
76-77. Manino che aveva appena finito il servizio
militare, vi si iscrisse. La specializzazione prevedeva
una tesi ed egli cercò di mettere insieme
i suoi due principali filoni di interesse –quello
apistico e quello enologico- occupandosi di impollinazione
della vite.
Nel ’75, in Piemonte c’era stato un drammatico
episodio di avvelenamento per trattamenti contro
la tignola della vite in corso di fioritura. Se ne
erano occupati Vidano, Marletto e la Ferrazzi. Erano
morte più di cinquecento famiglie nella zona
del Roero, ed erano rimasti coinvolti pesantemente
l’apicoltura Brezzo e una serie di apicolture
di minore dimensione. Era stato accertato che le
api morivano perché ritornavano all’alveare
con polline di vite che conteneva residui di Carbaryl.
Questo aveva tra l’altro messo in evidenza
che le api potevano frequentare anche la vite per
l’approvvigionamento di polline, un fatto all’epoca
poco conosciuto. Un caso analogo era accaduto pochi
anni prima in Germania, a Friburgo, sede dove era
attivo Gunther Vorwohl, uno dei padri della melissopanlinologia.
Anche lui aveva dimostrato che le api frequentavano
i fiori della vite: qualche volta, appunto, con esiti
letali. In quell’occasione, anzi, si rilevò uno
dei record di distanza raggiunta delle api rispetto
al loro alveare, in quanto i vigneti da cui si erano
avvelenate erano a una distanza di 7 chilomeri (una
distanza maggiore –13 chilometri-era stata
riscontrata per l’approvvigionamento di acqua
in Arizona).
Sull’onda di quella circostanza Manino ebbe
modo di conoscere Gervasio Brezzo, che presentò ai
ricercatori dell’Istituto un viticoltore suo
amico, disponibile a lasciar ingabbiare le piante
di vite per poter osservare cosa succedeva in assenza
di impollinazione. La vite in genere è una
pianta autofertile, ma una modesta influenza delle
api è stata comunque riscontrata, anche se
non così vistosa da giustificare un servizio
di impollinazione. Era il ’77, e Manino lo
ricorda come un’annata disgraziata, estremamente
piovosa, rimasta nella memoria degli intenditori
di vino come quella in cui il Barolo non fu prodotto,
ma venne vinificato come Nebbiolo.
Ma nonostante la piovosità, fu possibile riscontrare
perlomeno una leggera differenza tra piante ingabbiate
e piante esposte all’azione delle api.
Il senso di questo tipo di lavoro inizialmente non
era recepito dagli apicoltori quanto lo era invece
la tematica degli avvelenamenti. Solo negli anni ‘80
l’impollinazione ha cominciato a costituire
un argomento utilizzabile dagli apicoltori nei confronti
di altre categorie di produttori agricoli. Ma il
Professor Vidano fin dal 1972 aveva organizzato,
nell’ambito di Apimondia, un simposio internazionale
sulla flora mellifera e l’impollinazione a
Torino. Vi avevano partecipato, oltre che ricercatori
da tutto il mondo, anche diversi apicoltori, ma era
stata abbastanza una novità. E rispetto all’ambito
apistico Vidano, che insisteva molto su questo tema,
appariva ancora una voce solitaria. Peraltro già erano
stati organizzati i primi servizi di impollinazione,
soprattutto in zone di frutticoltura intensiva come
il Bolognese e il Modenese e, in Piemonte,nel Saluzzese.
Un compagno di università di Manino seguito
da Marletto stava facendo una tesi sull’impollinazione
del pesco. Seguirono dei lavori sull’impollinazione
del kiwi.
Nell’ 82 vennero ripresi i lavori sulla impollinazione
della vite nell’ambito di una tesi, poi furono
i colleghi di Portici a proseguire su questa direttrice,
così che oggi si ha un quadro più preciso
dei rapporti tra ape e vite.
Un lavoro fu dedicato agli ibridi di castagno cino-giapponesi
, fino al momento in cui fu riscontrata la maggiore
produttività del nostro castagno, che è autofertile.
Ulteriori lavori riguardarono il kiwi e il susino
giapponese, ma il clima del Piemonte si rivelò troppo
freddo per quest’ultimo: la gelata di quell’ anno
e la grandinata dell’anno successivo lo confermarono.
Infine fu dedicata attenzione alle oleaginose, nel
periodo del “boom” di questo tipo di
piantagioni.
“Tutti piantavano girasole e colza per prendere
i contributi, poi i contributi sono spariti -ricorda
Manino- e nessuno in Piemonte pianta più girasole.
Purtroppo l’agricoltura vive di contributi
e il risultato è che gli aspetti tecnici passano
in secondo piano. Prima si dovrebbe pensare a qualche
cosa che sia coerente con la politica comunitaria,
e poi verificare se è tecnicamente valido.
Quando studiavo io, l’idea era che l’agricoltura
fosse un’attività produttiva e che lo
scopo delle scienze agrarie e degli agronomi fosse
di migliorare le produzioni. Oggi fondamentalmente
l’agricoltura vive di contributi comunitari
e lo scopo della professione di agronomo è ottimizzarne
l’acquisizione. Poi c’è l’argomento
che vede l’ agricoltura come mantenimento del
paesaggio, e che ne fa un luna park, più che
un’ attività produttiva. Anche le trasmissioni
televisive di argomento agricolo -come Linea Verde-
sono molto cambiate: non sono di agronomia, di come
si fa a produrre, ma turistico-gastronomiche. In
questo sono un po’antiquato: per me l’ agricoltura
dovrebbe servire per produrre, e non per fare spettacolo”
I lavori sugli apoidei selvatici
All’interno di un grosso progetto di ricerca
in agricoltura finanziato dal CNR, e comparso negli
anni 80, era stata inserita la domesticazione di
impollinatori selvatici , con la possibilità di
ottenere fondi per questo tipo di ricerca. L’idea
veniva dal fatto che in America avevano trovato modo
di allevare il megachile rotundata e la nomia melanderi
per l’impollinazione dell’erba medica.
Ma ci si rese subito conto che in Italia si era più indietro,
e che prima di tentare di allevare impollinatori
selvatici occorreva identificare quelli presenti
in Italia e approfondire una conoscenza che era ai
suoi inizi. Sui megachilidi si specializzò il
Prof. Pinzauti, dell’Università di Pisa,
che sviluppò bene l’allevamento delle
osmie: esse prediligono climi più caldi che
non quello piemontese, come in genere gli apoidei
che nidificano nei legni forati. In Piemonte, dove
si trovano soprattutto apoidei che nidificano nel
terreno, è riuscito meglio allevare i bombi,
facendo anche prove di impollinazione sul pomodoro.
In seguito si erano sviluppati gli allevamenti industriali
di bombi in Belgio e Olanda (in Italia ci si provò solo
l’Agriapi in Campania). Si capì che
non è difficile allevare soprattutto il bombus
terrestris, ma all’Istituto di Torino non si è mai
arrivati ad allevare più di qualche decina
di famiglie, soprattutto per un problema di costi:
il materiale in cartone piegato e di plastica usato
nei grandi allevamenti richiede una lavorazione industriale
per piegare e fustellare il cartone o stampare la
plastica. Il materiale utilizzato a Torino per la
ricerca era invece in legno, inchiodato manualmente:
oltre al problema dei costi il materiale industriale
era un materiale usa e getta, che preveniva il possibile
accumulo malattie. Legno e rete metallica erano adatti
solo per piccoli allevamenti. L’altro problema
era l’alimentazione: all’Istituto occorreva
un’ora tutti i giorni per alimentare dieci
colonie, mentre nei grandi allevamenti il processo è automatizzato.
Dunque, una volta capiti i principi dell’allevamento,
questo filone di lavoro si è fermato, e in
seguito sono state acquistate le cassette dai produttori
per fare delle prove sia sull’ impollinazione
sia sull’effetto di certi insetticidi sui bombi,
un lavoro recente.
Genetica
Un lavoro di identificazione
delle razze, in collaborazione con colleghi della
Facoltà di Scienze, a Torino,
partì nell’80-81. In quegli anni Manino
aveva deciso di interessarsi di selezione, avendo
anche lavorato con l’Associazione Allevatori.
Osservando il miglioramento genetico dei bovini,
aveva pensato di estendere questo campo di osservazione
alle api.
In Piemonte, come regione di confine, uno dei problemi
importanti era di verificare che chi producesse regine
potesse essere sicuro di non diffondere un’ape
che non fosse ligustica.
All’epoca la tecnica principale per il riconoscimento
era l’analisi morfometrica, ma si stavano sviluppando
anche tecniche biochimiche,
Un ricercatore francese, Cornuet, capitò in
Italia per procurarsi dei campioni e prese contatto
con apicoltori della costa ligure, che è altra
zona di passaggio tra ape mellifera e ape ligustica.
All’epoca il dottor Ugo, funzionario della
Camera di Commercio di Savona, apicoltore e promotore
della Cooperativa Apiriviera, era in stretti contatti
coi ricercatori torinesi. Manino raggiunse il Cornuet,
e cominciò a interessarsi alle tecniche di
elettroforesi.
Con una collaboratrice, la dott.ssa Celebrano, provarono
la tecnica e iniziarono un filone di ricerca, prima
dei marcatori per definire le varie sottospecie,
e poi sulla genetica delle popolazioni. In seguito
le tecniche cambiarono, basandosi non più sugli
enzimi, ma sul DNA. Alla fine la Celebrano si dedicò allo
studio del DNA. All’Istituto non proseguirono
su quella direttrice ancora una volta per problemi
di costi, anche se Manino ha continuato a fornire
campioni e a interessarsi al corso dei lavori. Qualche
anno fa la vecchia tecnica dell’elettroforesi è stata
rispolverata per riuscire a rendere confrontabili
dati nuovi con dati vecchi che con quella tecnica
erano stati ottenuti.
“Dopo l’arrivo della varroa c’è stata
una diminuzione di differenze genetiche in Italia
del Sud e Sicilia. I ceppi locali, danneggiati, sono
stati sostituiti da materiale proveniente dall’Italia
del Nord, soprattutto da Emilia e Toscana. Oggi c’è più dominanza
di ligustica bolognese rispetto a una trentina di
anni fa, in cui pure c’era un notevole commercio
di regine. Ricordo che a quell’epoca Francesco
Panella, che aveva una base di lavoro in Calabria,
mi chiese se non fosse imprudente portare al sud
le nostre api per fare regine e riportarle in Piemonte.
Ma anche se le differenze erano notevoli, non si
può dire che questo scambio tra Calabria e
Piemonte fosse imprudente. Tuttavia, sulla base degli
stessi dati, un ricercatore bulgaro ha “creato” la
mellifica rhodonica che, rispetto alle contigue macedonica
e carnica, era meno diversa di quanto fossero le
api calabresi da quelle del Norditalia. Differenze
vistose, ma non tali da giustificare la creazione
di una sottospecie. Oggi c’è un’uniformazione
molto forte e molto materiale di provenienza estera:
anche quando si tratta di ligustica, non è ligustica
italiana: si è perso in biodiversità”.
Uno dei più recenti lavori con cui Manino
si è mantenuto in contatto con questo suo
vecchio filone di ricerca è il capitolo “Genetica
di Apis Mellifera” nel volume curato da Marco
Lodesani “Il miglioramento genetico dell’ape
regina”.
I lavori sulla varroa
La varroa arrivò in Piemonte più tardi
che in altre regioni d’Italia. Non volendo
anticipare il suo arrivo, sia pure a scopi di ricerca,
come già era accaduto in Germania, l’Istituto
di Torino, in collaborazione con l’Istituto
per la Difesa delle Piante dell’Università di
Udine, si limitò inizialmente a un lavoro
volto a provare la tossicità, sulle api, di
principi attivi acaricidi che sarebbero potuti essere
in seguito utilizzati contro la varroa. Lo svolse
Manino insieme con Patetta. Vennero utilizzate le
tecniche già precedentemente messe a punto
per provare la tossicità sulle api dei prodotti
antiparassitari agricoli. Furono provati prodotti
già in uso come Coumaphos. Amitraz, Malathion,
Fluvalinate e altri che –come Dicophor, proposto
nei primi tempi, e Chinometionato, non si sono poi
rivelati utili nella lotta alla varroa. Il Fluvalinate
venne sperimentato prima che venisse commercializzato
l’Apistan. In Francia veniva già largamente
utilizzato il Klartan, che in Italia non era in commercio,
ma veniva contrabbandato con forti ricavi da chi
poi lo metteva in circolazione. Eppure anche in Italia
c’era un prodotto a base di Fluvalinate, il
Mavrik. All’Istituto venne usato il prodotto “nazionale”,
che si poteva avere più facilmente e per cifre
irrisorie, ma in ambiente apistico rimase una predilezione,
intrisa di fascino del proibito, per il Klartan.
Un capitolo diverso riguarda la resistenza agli acaricidi,
il Fluvalinate e il Coumaphos. Sul secondo venne
attivato un lavoro su sollecitazione dell’Associazione
Agripiemonte Miele, al primo venne dedicata una tesi
di laurea in Valle d’Aosta.
Poi riadattando le tecniche, vennero fatte delle
prove di avvelenamento sui bombi, mentre oggi sono
in corso prove di impatto sul bacillus thuringiensis
( che potrebbero rivelarsi molto utili qualora l’aethina
tumida arrivasse anche in Europa).
E’ del 1988-89 uno studio svolto da Manino
in collaborazione con Patetta e Marletto sugli effetti
della periodica asportazione di covata maschile –con
l’uso di telaio a tre settori- nella lotta
alla varroa, studio che venne replicato anche nei
due anni successivi. Esso mostra come questa tecnica
consenta l’eliminazione consistente di una
parte della popolazione di varroa, pur non essendo
risolutivo ed esigendo di essere inserito in un programma
di lotta integrata.
Storia dell’apicoltura:
una passione
Lo studio di Aulo Manino, “Realtà e
prospettive dell’apicoltura piemontese”,
che compare tra quelli che compongono il volume “per
un Museo dell’Agricoltura in Piemonte-Passato
e Presente dell’Apicoltura Subalpina” (Torino,
1982), è in realtà uno dei meno “storici” di
questa raccolta. Ma Manino conservò sempre
una curiosità per l’aspetto storico
dell’apicoltura.
L’Apicoltore Moderno aveva iniziato, fin dai
tempi di don Angeleri, la tradizione di inserire,
nel numero di dicembre, una pagina con gli auguri
natalizi. Il Professor Marletto aveva poi cominciato
a corredarli con immagini a carattere storico di
vecchie attrezzature apistiche, come lo smelatore
di Hruska, con una breve spiegazione.
Nel 1990, in occasione di un simposio di Apimondia
che si sarebbe svolto a Spalato, in Dalmazia, l’anno
successivo, Marletto pubblicò un ritratto
biografico di Anton Jansa, un apicoltore sloveno
che, alla corte di Maria Teresa d’Austria,
contribuì allo sviluppo delle conoscenze soprattutto
sui voli di fecondazione.
Per gli anni successivi, Manino realizzò una
sua idea di fare gli auguri di buon anno raccontando
la vita di apicoltori celebri del passato, alternandoli
ogni tanto a quelle di scienziati. Qualcosa di diverso
rispetto a quello che la rivista abitualmente proponeva.
Così nel 1991 uscì una biografia del
Barone August Von Berlepsch, uno dei fondatori dell’ apicoltura
moderna; nel 1992 di Jan Swammerdam, il naturalista
olandese che grazie al perfezionamento delle tecniche
di microscopia fornì la prima conoscenza dell’anatomia
dell’ape; nel 1993 di Lorenzo Lorraine Langstroth,
l’ideatore del moderno telaio mobile; nel 1994
di Jan Dzierzon, apicoltore, sperimentatore e divulgatore,
a cui si deve la teoria della partenogenesi; nel
1995 di Francois Huber, il naturalista cieco che
con l’aiuto di un domestico diede un contributo
fondamentale alla conoscenza della fecondazione delle
regine e delle possibilità di allevarle; nel
1996 di Francesco Stelluti, che fu autore di uno
dei primi trattati sulle api. Manino aveva in programma
di dedicare delle pagine a Root, divulgatore e fondatore
di una delle più popolari riviste di apicoltura,
e Doolittle, che inventò la tecnica dell’innesto.
Ma la rivista chiuse i battenti. Questo filone era
collegato all’esigenza di produrre articoli
più divulgativi e leggibili in un periodo
in cui già si stava manifestando tra gli apicoltori
una certa disaffezione alla rivista per il suo taglio,
percepito come troppo scientifico.
Una esauriente ricerca su tutte le riviste apistiche
uscite in Italia, realizzata con il collega Augusto
Patetta, e in cui fu determinante la partecipazione
del Dott.Marco Accorti, fu presentata al congresso
del centenario di Apimondia ad Anversa (1997).
L’”Apicoltore
Moderno”
La Rivista “L’Apicoltore Moderno”,
il più antico periodico di apicoltura edito
in Italia, era nato nel 1910 a Torino. Fu diretto
inizialmente dal prof. Carlo Passerini fino al 1920.
Dal 1921 la direzione passòa don Giacomo Angeleri,
fino alla sua morte, avvenuta nel 1957. Don Angeleri
accentuò l’ indirizzo pratico della
rivista. La sua opera fu proseguita dalla sorella
Maria Grada, che, nel 1969, creò un’istituzione
dedicata al fratello in convenzione con l’Università di
Torino, di cui la rivista era parte. Alla morte di
lei, nel 1974, la direzione passò al Prof.
Carlo Vidano, alla cui morte, nel 1989, successe
il prof. Franco Marletto.
Fin dal 1971, a fianco dei tradizionali articoli
a carattere pratico, cominciano a comparire anche
ricerche e articoli a carattere scientifico di membri
dell’Istituto di Bachicoltura e Apicoltura
dell’Università di Torino, che andranno
occupando uno spazio sempre maggiore nell’economia
della rivista. Mensile fino al 1973, L’Apicoltore
Moderno divenne bimestrale dal 1974 al 1994 e trimestrale
dal 1997, anno in cui sospese le pubblicazioni.
Nel 2003 uscì l’ultimo numero, datato
dicembre 1997, dedicato principalmente alla figura
di Franco Marletto.
Il vero motivo della fine dell’Apicoltore
Moderno- secondo il Professor Manino- sta nel venir
meno degli abbonati. Negli anni 90 si assistette
a un pullulare di riviste di apicoltura, nate soprattutto
dalle diverse associazioni, che è documentato
proprio dallo studio sui periodici apistici di Manino
e Patetta. Poi ci fu una flessione, che vide la sparizione
di molte riviste o l’accorpamento tra alcune
di loro: L’Apis, per esempio, nacque dalla
fusione di sei riviste diverse.
“La nostra rivista è sempre stata considerata
difficile da leggere, perché noi ci pubblicavamo
i lavori scientifici, pur cercando di scrivere in
maniera comprensibile: tra una parola scientifica
e una normale cercavamo di scegliere quella normale.
Per me personalmente è stato molto utile per
riuscire a fare delle lezioni comprensibili. Ho scoperto
che è inutile usare paroloni scientifici quando
ci sono parole che esprimono esattamente lo stesso
concetto.
Quando faccio lezione cerco, se posso, di evitare
i termini scientifici, anche se non sempre è possibile.
Vidano ci incoraggiava molto a scrivere in un modo
comprensibile agli apicoltori.
Nonostante questo sforzo, un lavoro sperimentale è a
volte astruso per chi non è del mestiere.
Di fronte all’uscita, in quel periodo, di riviste
con taglio più divulgativo, gli apicoltori
ovviamente preferivano quelle”.
Un secondo problema era la puntualità. La
rivista, all’Istituto, si faceva quando c’era
tempo, ma la priorità era data alla ricerca
e alle lezioni: questo tendeva a creare un certo
ritardo cronico.
Un terzo altro problema è stato il cambio
nella valutazione dell’attività di ricerca:
la qualità della produzione scientifica viene
infatti sottoposta a valutazione e lo stesso Ministero
distribuisce i finanziamenti in base alla qualità accertata
della didattica e della ricerca. Ultimamente si è affermato
il criterio, di impronta americana, che assegna il
valore a una ricerca sulla base della pubblicazione
su riviste che si ritiene abbiano un impact factor,
con l’idea che, se un lavoro è citato
molto –e dalle riviste giuste- esso sia importante.
Per avere impact factor le riviste devono essere
in lingua inglese. In campo apistico, solo tre riviste
sono riconosciute a questo livello: Apidologie, Journal
of Apicoltural Research e American Bee Journal, che
pur avendo un taglio per lo più divulgativo,
ha un’enorme diffusione. In Italia persino
nel campo dell’entomologia non esiste una rivista
riconosciuta, ma è in corso uno sforzo congiunto
dei vari istituti per puntare al riconoscimento di
Redia (Firenze) o del Bulletin of Enthomology (Bologna).
La morte di Marletto nel 1997 rese impensabile la
prosecuzione della rivista, la cui eventuale rinascita
oggi subirebbe soprattutto la concorrenza di Internet.
Ricercatori e apicoltori: un rapporto non facile
“ Sono
abbastanza esterno all’ambiente
degli apicoltori, io stesso non sono apicoltore.
Come Istituto abbiamo rapporti non strettissimi con
gli apicoltori. Altre istituzioni, come l’Istituto
Nazionale di Apicoltura hanno più rapporti,
perché sono istituzionalmente più tenute
ad averli. Noi dobbiamo fare ricerca e didattica
universitaria. Poi c’è l’Osservatorio.
L’Osservatorio
di Apicoltura
L’Osservatorio di Apicoltura nacque nel 1969 in memoria di Don Giacomo
Angeleri, da una convenzione tra la sorella di Angeleri, Maria Grada, e l’Università di
Torino. Alla morte di Maria Grada Angeleri, nel 1974, vennero formalmente acquisiti
all’Osservatorio, oltre alla rivista “L’Apicoltore Moderno”,
gli edifici della sede attuale di Reaglie, già dimora di don Giacomo,
e quello della stazione alpina da lui creata a Pragelato.
Nell’atto di donazione è detto: “l’Università doterà l’Osservatorio
di mezzi e di un organico sufficienti a svolgere un’intensa attività di
ricerca, con particolare riguardo a sperimentazioni utili al campo apistico pratico”
La struttura dell’Osservatorio è oggi annessa al Dipartimento per
la Valorizzazione delle Produzioni Agricole (DiVaPra) (prima lo era all’Istituto
di Apicoltura poi all’Istituto di Entomologia Agraria e Apicoltura, dietro
ai cui diversi nomi c’è una sostanziale continuità). E’ annessa
all’attività del DiVaPra, ma non ha né un bilancio né un
personale proprio. In realtà il personale è stato assegnato dai
vari Istituti che si sono succeduti e l’Osservatorio sostanzialmente esiste
perché esiste un gruppo di ricerca che si interessa di Apicoltura. L’Università preferisce
non creare troppe figure professionali differenziate, quindi ha preferito non
attribuire del personale in forza all’Osservatorio.
Attualmente sono in servizio due tecnici che sono parte del DiVaPra e come tali
dipendono dal direttore del dipartimento: ad essi è dato incarico di preoccuparsi
principalmente degli apiari (uno dei due risiede a Reaglie). |
Attraverso
il quale abbiamo rapporti, ma non strettissimi.
Io personalmente
mi sono tenuto un passo indietro
rispetto ad altri nei rapporti con gli apicoltori,
un po’ perché c’erano Vidano e
in seguito Marletto che li tenevano, ma anche per
un episodio che è successo tanti anni fa:
le critiche rivolte a Marletto perché si impegnava
troppo nella politica apicola. Sono critiche che
mi sono state riportate da miei compagni di Università,
che erano nella Coldiretti. Dicevano che Marletto
si occupava troppo di politica apicola, e che avrebbe
dovuto essere più professore universitario.
Visto che l’impegno di Marletto, che si era
sempre molto prodigato, non era apprezzato, io ho
evitato di impegnarmi troppo personalmente.
Era l’epoca in cui si parlava della Legge Regionale
Piemontese. Il Piemonte è stata una delle
ultime regioni a dotarsi di una legge, della quale
tuttavia si parlava fin da quando ero studente e
che dunque ha avuto una gestazione molto complicata.
E in quest’ambito Marletto –che partecipava
alla discussione dei vari progetti che man mano comparivano,
perché veniva contattato come Osservatorio-,
aveva espresso dei pareri anche un po’ critici
nei confronti dei progetti portati avanti dalle organizzazioni
degli apicoltori. Ognuna di esse ne aveva uno costruito
sulle proprie necessità, mentre la Regione
voleva qualcosa di più unitario. Marletto
si è impegnato per ottenere un progetto che
potesse essere condiviso dalle varie associazioni
presenti e portato in regione con l’appoggio
di tutti. All’epoca c’erano dei veti
incrociati tra le varie organizzazioni agricole.
E visto che il suo sforzo veniva considerato un eccessivo
impegno nella politica mi sono detto: Chi vuol fare
il politico faccia il politico, io faccio il ricercatore.
Il punto di maggior attrito era il problema del censimento
apistico, dell’obbligo di denuncia degli alveari.
Giustamente la Regione diceva: noi dobbiamo fare
una legge a favore di chi? come facciamo senza una
denuncia con cui identificare gli interlocutori?
L’obiezione che in privato era stata fatta
dai rappresentanti delle associazioni, era che non
potevano andare dai loro soci a chiedere la denuncia
altrimenti, per dei timori di natura fiscale, li
avrebbero abbandonati. La cosa si è sbloccata
in seguito grazie alla varroa: quando è uscita
la norma generale sull’obbligatorietà della
denuncia, e anche la legge piemontese l’ha
recepita, le associazioni hanno avuto buon gioco
nel dire agli iscritti di denunciare gli alveari.
Le critiche erano arrivate a Marletto prima dell’arrivo
della varroa .
Marletto impegnava un sacco di tempo, ritagliato
dagli impegni di didattica e di ricerca, per cercare
un accomodamento, ma questo era interpretato come
un eccessivo interesse. E, forse, giustamente: sono
i produttori in effetti che si dovrebbero organizzare.
Tra noi
e il mondo degli apicoltori c’è sicuramente
stato un reciproco riconoscimento, ma non immediato
nè diretto. In effetti, dalla ricerca all’applicazione
nella pratica, manca una fase di collegamento, che
potrebbe essere fatta dall’Osservatorio, se
avesse i mezzi per farlo, se no dev’essere
fatta dai tecnici delle associazioni. In America
esiste questo servizio di divulgazione che crea un
rapporto tra ricerca e applicazione .Questo scollamento
tra il mondo dell’università e quello
della produzione, in Italia, non è un problema
dell’apicoltura soltanto, ma dell’agricoltura
in generale, e neanche solo dell’agricoltura.
E’ uno dei mali che abbiamo nel nostro paese.
Quando si parla dei problemi di insufficiente sviluppo
dell’Italia, questo deriva, tra le altre cose,
anche da questa mancanza di collegamento, perché nessuno
l’ha mai veramente ricercato. In America questa
fase intermedia c’è, e gli specialisti
delle Università americane che fanno ricerca
sull’apicoltura, non fanno anche l’applicazione
dei risultati della ricerca alla realtà concreta.
C’è una categoria di tecnici che in
parte dipendono dall’Università, pagati
apposta per il lavoro di trasferimento delle conoscenze
teoriche alla realtà applicativa. In Italia,
io lo vedrei bene nell’ambito dell’università,
perché ovviamente sono universitario, ma se
partisse dall’ambito dell’apicoltura
andrebbe ugualmente bene. In Piemonte oggi si comincia
a fare qualcosa. I tecnici delle associazioni fanno
questo lavoro, ma è da pochi anni. Il problema
c’era già quando studiavo io. Intorno
al 73-74 la Regione cominciò a discutere una
legge regionale. Bisogna ricordare che le regioni,
previste dalla costituzione del ‘48, furono
istituite solo nel 70, ( escluse le 5 a statuto speciale).
Io nel 70 mi sono iscritto all’Università.
Qualche anno dopo ci fu un dibattito a livello politico,
che aveva visto coinvolti anche gli studenti, sull’organizzazione
dell’assistenza tecnica in apicoltura. Noi
eravamo interessati perché poteva dare degli
sbocchi professionali per gli studenti di agraria
Alla fine la Regione scelse di demandare l’intera
attività di assistenza tecnica alle organizzazioni
professionali proprio per l’opinione diffusa
tra gli agricoltori che l’Università non
serve a niente. E’ un’opinione comune
forse anche agli altri settori produttivi. Anche
mio fratello, che è ingegnere e lavora in
ambito privato, ha quest’idea che all’università si
perda tempo e si corra dietro alle nuvole. Questa
scelta fu in controtendenza rispetto ad altre regioni.
Fu anche creato un ente di sviluppo agricolo che
ebbe vita breve e poi fu sciolto, anche questo a
differenza che in altre regioni. Questa scelta, che
poi fu mantenuta negli anni, spiazzò l’Osservatorio.
Furono poi organizzati una serie di corsi finanziati
dalla regione per assistenti tecnici in agricoltura
e ce ne fu uno anche di argomento apistico: fu un
corso professionale rivolto a chiunque potesse avere
interesse a fare assistenza tecnica. Ma fu organizzato
in modo quasi clandestino. Io, che pure ero studente,
anche se non ero tutti i giorni presente in Istituto,
ne fui informato quando erano già scaduti
i termini per partecipare. L’idea era che chi
avesse fatto questi corsi sarebbe stato assunto:
dunque, “meno siamo meglio è”.
Al corso parteciparono Patetta, la Ferrazzi e altri,
ma io lo seppi troppo tardi.
Molti grossi apicoltori italiani e stranieri furono
invitati, ed era previsto un viaggio di istruzione
in Francia, dove a quei tempi l’apicoltura
era più avanti che da noi.
Ma il corso non ha avuto esito. E l’unico partecipante
a quel corso che abbia mantenuto i rapporti con l’attività apistica è Giuseppe
Diale, che è uscito solo di recente da Piemonte
Miele, e che allora era studente universitario.
Il fatto che questi corsi di assistenza tecnica in
agricoltura fossero aperti anche a persone senza
preparazione scolastica specifica fece sì che
molti si siano trovati a fare assistenza tecnica
senza avere un bagaglio di conoscenze sufficiente
e appropriato, e questo ha contribuito, in quegli
anni, a non farla apprezzare.
Il Prof Vidano, all’epoca, tentò di
fare entrare l’attività di assistenza
tecnica tra quelle dell’Osservatorio, visto
che aveva organizzato lui questo corso ed era in
ottimi rapporti con la Regione: cercò di fare
dell’Osservatorio un centro di assistenza tecnica
e di divulgazione per l’apicoltura piemontese,
con un’ attribuzione di personale e fondi,
per coprire il vuoto, che c’era e di cui ci
si rendeva già conto, tra ricerca e applicazione.
Ma la Regione, appunto, aveva come indirizzo di assegnare
tutto alle associazioni professionali.
Venne sì erogato qualche modesto finanziamento
per organizzare dei corsi, ma non si riuscì a
decollare, mentre in altre regioni, come Friuli e
Lombardia, esiste un Laboratorio Apistico Regionale
presso l’Università, finanziato dalla
Regione.
Noi abbiamo
sempre svolto un’assistenza tecnica,
ma a livello volontario. Se un apicoltore viene qui
con un problema, cerchiamo di aiutarlo. Eventualmente
può nascere lo spunto per un progetto di ricerca,
per scoprire che ci sono dei problemi che vale la
pena di affrontare. La cosa che più facciamo è la
diagnosi delle malattie, a esclusione delle virosi,
per cui bisognerebbe organizzare tutta una serie
di test e per cui non siamo attrezzati. Così il
lavoro sugli avvelenamenti è nato dal fatto
che Brezzo ha sentito Vidano, e degli interventi
sono stati fatti anche per casi meno vistosi. Spunti
di ricerca sono nati spesso da questi colloqui coi
produttori, così come certe prove di impollinazione
sono nate da richieste da parte di frutticoltori.
Dunque lo scollamento in parte è riempito
dai tecnici delle associazioni. A livello personale
siamo in ottimi rapporti. Se vogliono approfondire
qualcosa vengono, la biblioteca è a disposizione,
possiamo dare dei consigli per quanto è nelle
nostre possibilità.
Piccoli lavori li possiamo mettere in piedi, anche
se come Università sono poche le cifre stanziate.
La Regione Piemonte ha capitoli di spesa per finanziare
la ricerca in quest’ambito. Attualmente ne
abbiamo in atto, in collaborazione con apicoltori
o associazioni di apicoltori (uno sugli avvelenamenti,
l’altro sulle api igieniche oltre che dei lavori
sul miele che segue la Prof. ssa Ferrazzi). Anche
le province e le comunità montane hanno dei
budget sempre più modesti.
Un passo successivo potrebbe essere di effettuare
ricerche finanziate dalla UE, che però devono
avere carattere internazionale. Il Piemonte potrebbe
avere sinergie coi francesi. In questo caso c’è bisogno
di collegarsi ad associazioni e centri di ricerca
nell’altro paese. Ma il tutto richiede tanto
lavoro preliminare e tante rendicontazioni dopo,
tutto sommato per pochi soldi.
Ci fosse un’organizzazione stabile, sarebbe
molto meglio. Ma sono ormai trent’anni che è stato
deciso che non si doveva fare, in Piemonte”.
Il tempo per aggiornarsi
“Qui noi facciamo di tutto, insegnamo anche
entomologia delle derrate alimentari…gli insetti
che si mangiano la pasta, i biscotti…la Facoltà ha
deciso che aveva interesse a creare un corso di questo
tipo e ha chiesto un po’ a me un po’ al
Professor Patetta di tenere questo insegnamento.
Ma un corso richiede un grosso lavoro di preparazione.
Se fosse su un settore su cui uno svolge anche attività di
ricerca, si metterebbero insieme le due cose. Ma
io mi devo tenere aggiornato sulle tecniche di lotta
ai parassiti delle colture per insegnarle, e poi
anche sulle tecniche di lotta alla varroa, per sapere
cosa sta si sta muovendo. Il che dal mio punto di
vista è anche piacevole, perché a me è sempre
piaciuto essere informato e studiare: passo molto
tempo a leggere libri, riviste, informazioni su internet.
Ma è tutto tempo che non dedico a fare attività di
ricerca perché poi alla fine il tempo è quello,
e tenersi aggiornati è un grosso lavoro, perché bisogna
andare a raccogliere le informazioni e avere il tempo
di recepirle. Se io potessi insegnare solo apicoltura
sarei molto più contento.
Nell’aggiornarmi in apicoltura le mie fonti
preferite sono le riviste: quelle internazionali,
Apidologie, Journal of Apicultural Research, quando
c’era, Bee World, l’American Bee Journal
per gli aspetti applicativi, poi, sapendo un po’ di
tedesco, un po’ di riviste tedesche e svizzere,
Schweizerische Bienzeitung, Die Biene, Bienenzeitung,
che sono abbastanza valide, anche se anche nelle
riviste tedesche sta scadendo la qualità.
Fino a pochi anni fa le riviste tedesche riportavano
degli ottimi lavori sperimentali, che oggi finiscono
sulle riviste internazionali in inglese. Leggo anche
anche riviste francesi soprattutto il bollettino
dell’OPIDA che è quello più tecnico.
Vida Apicola è interessante, ma non leggo
molto bene lo spagnolo e poi fa riferimento ad ambienti
più caldi del Piemonte, mentre cose che si
leggono sulle riviste svizzere e tedesche si riescono
ad applicare anche qui.
Leggo anche le riviste in italiano, abbastanza alla
svelta, perchè di solito non ci sono grosse
novità. Gli articoli che arrivano sulle riviste
in italiano sono di solito su argomenti che sono
già stati affrontati sulle riviste internazionali.
Le leggo e più o meno mi accorgo che sono
cose che ho già letto da un’altra parte.
Certo, gli aspetti più specifici dell’apicoltura
italiana mi interessano e come, ma l’aggiornamento
sulle ricerche scientifiche lo trovo prima in riviste
come Apidologie. Da pochi anni c’ è anche
Internet, che è una fonte interessantissima
di informazioni, soprattutto per le cose lontane.
Ci sono dei bellissimi studi fatti in Australia e
finanziati dal Ministero dell’Agricoltura così come
sono molto belli i lavori fatti in Sudafrica dove
hanno un gruppo di studi che lavora sia sulla biologia
sulle razze delle api. Hanno coinvolto nel gruppo
uno statistico, e hanno un’ottima elaborazione
statistica dei dati. Che è una delle cose
complicate della ricerca: se non c’è una
valutazione dei dati dal punto di vista statistico
diventa difficile capire di cosa si sta parlando.
E’ un settore difficile della matematica. Quando
studiavo io ci è stato fornito solo qualche
sprazzo di insegnamento. E molti docenti anziani
guardavano la statistica con fastidio, dicendo che
eran tutte balle. Oggi invece ai giovani che fanno
un dottorato di ricerca vengono fatti dei corsi appositi
di statistica. Ma è fondamentale l’analisi
statistica nella ricerca scientifica.
Anche in Francia, sempre nel settore dell’identificazione
delle razze, hanno prodotto alcuni bellissimi approcci
di questo tipo”.
Le foto sono state gentilmente concesse
dal DiVaPra-Università di Torino |