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Testimonianze dell'apicoltura
nell'età antica
Luciano Manino -
Settembre 1982
già Docente
di Etruscologia e Antichità italiche presso
l'Università di Torino.
Impresa quasi impossibile sarebbe quella
di fornire una documentazione materiale dell'apicoltura
in Piemonte nell'antichità, a parte il fatto
che una regione di tal nome non è esistita
prima del medioevo, per cui non si può usare
correttamente se non il termine generico di Padania
occidentale, corrispondente, se si vuoi ricorrere
alle denominazioni ufficiali delle regioni augustee,
alla Liguria interna, a sud del Po, con la Transpadana
ad ovest del Ticino.
Tale scarsità di documenti non è tuttavia
esclusiva del Piemonte, ma è generalizzata
per tutta l'area mediterranea (con esclusione, forse,
dell'Egitto) nonché per le regioni transalpine.
Non significa, però, che l'apicoltura non fosse
praticata: anzi lo era, ed intensamente, ma le sue
tracce sono diffìcili da trovare e pochissimo
ricercate, per due motivi.
Il primo è che gli strumenti in uso per l'apicoltura
sono di solito in materiali deperibili, come il legno
o i vimini per gli alveari, e cosi via: risulta perciò
difficilissimo isolarne le tracce eventuali negli
strati di decomposizioni organiche più o meno
naturalmente carbonizzate che può accadere
di rinvenire negli scavi. Solo con analisi di carattere
paleozoologico (su larve ecc.) o paleobotanico (su
pollini ecc.) si potrebbe giungere a qualche accertamento
più preciso, ma si tratta di un tipo di ricerche
lungo e costoso, e che è entrato nella pratica
delle indagini archeologiche troppo recentemente:
ancora per qualche tempo, perciò, frammentari
e casuali ne rimarranno i risultati.
Il secondo è che l'apicoltura si praticava
(come. del resto, si pratica tuttora) in luoghi lontani
dai centri abitati, urbani o rustici, alle aree dei
quali suole rivolgersi in prevalenza l'attenzione
degli archeologi. Infatti, nella classificazione delle
qualità del miele data dagli antichi, il viltatìcum,
ossia quello di fattoria, era considerato tra i peggiori,
perché sapeva di letamaio. Inoltre risulta
l'esistenza di disposizioni municipali che vietavano
di collocare gli alveari su terreni pubblici o lungo
le strade.
È inevitabile pertanto ricorrere ancora prevalentemente
alle notizie che si possono ricavare dagli scrittori
antichi, Varrone, Virgilio, Plinio, Columella e Palladio.
Più precisamente: il cap. XVI del III libro
dei Rerum rustìcarum di Marco Terenzio Vairone
Reatino, composto nel 37 a.C.; il IV libro delle Georgiche,
il poema di Publio Virgilio Marone mantovano, terminato
nel 30 a.C.; i libri XI e XXI della Naturalis Historia
di Caio Plinio Secondo il Vecchio, morto vittima della
scienza per aver voluto osservare da vicino l'eruzione
del Vesuvio nel 79 d.C.; il IX libro del De rè
rustica di Lucio Giustino Moderato Columella da Cadice,
del I sec. d.C.; le notizie sparse nei 14 libri dell'Opus
agriculturae di Rutilio Tauro Palladio Emiliano, del
IV sec. d.C.; tutti almeno in parte dipendenti da
un più antico trattato del cartaginese Magone,
del II sec. a.C., del quale il Senato romano aveva
fatto eseguire una versione ufficiale in latino, trattato
e versione che non ci sono stati conservati.
Tra i documenti non letterari è infatti più
unica che rara la tabella plumbea o targhetta di piombo
trovata all'inizio del Seicento in un bosco nei dintorni
di Còrdova in Spagna, e oggi scomparsa, dove
si leggeva che un certo Lucio Valerio Capitone a.d.
Ili Kal. Septembres... alvari locum occupavi!: il
30 agosto di un anno imprecisabile aveva preso possesso
di un'area per il suo alveare (da sottolineare la
forma alvarìum, derivata da alvus, il grembo
materno, forse più usata nell'antico mondo
romano che non alveare).
L'apposizione di un cartello di questo tipo serviva,
forse, per scoraggiare eventuali furti, specie quando
si praticava il nomadismo. Vi si affermava, in sostanza,
non tanto una proprietà sul terreno, quanto
un diritto all'uso dell'area per il periodo necessario
alla collocazione delle arnie; diritto, forse, concordato
con il proprietario, prolungato o rinnovato per più
anni, magari a data fissa. Ciò spiegherebbe,
nel caso specifico, la targa di metallo, capace di
durare a lungo ma non troppo costosa e non facilmente
deteriorabile dagli agenti atmosferici come il bronzo
o il ferro. Ma non è da escludere anche l'uso,
per targhe del genere, di materiali più deperibili,
come tavole di legno e simili: tutte, oggi, ovviamente
perdute. Si evitava cosi che il diritto di proprietà
sugli sciami ricadesse entro gli estremi di una legislazione
a noi nota perché confluita in alcuni articoli
nei Digesta (XXIII, 7, 10 e XLI, 1,5) del Corpus iuris
lustinianei, il codice di Giustiniano imperatore (compilato
dal 528 al 534): vi si recitava che fuori dell'arnia
e fuori del controllo materiale del proprietario lo
sciame diventava proprietà di chi se ne fosse
impadronito, secondo lo ius primi occupantis. Anzi,
non sarebbe da escludere che l'uso di strumenti rumorosi
sul tipo del gong, ritenuti efficaci per la cattura
di sciami vaganti, si fosse iniziato come affermazione
di presa di possesso degli sciami stessi.
La tabella plumbea di Cordova resta dunque a documentare,
anche per l'antichità, la pratica del nomadismo,
che possiamo credere estesa pure alle nostre regioni.
Se non espressamente per il Piemonte, essa è
tuttavia ricordata per la pianura padana da Plinio
e Columella, i quali scrivono di trasferimenti di
alveari sulle barche, risalendo il corso del Po a
monte di Ostiglia. Questa notizia ci informa implicitamente
sull'esistenza di una importante apicoltura nell'Italia
del nord, la quale doveva essere, del resto, di antica
tradizione, risalente addirittura alla preistoria,
se qualche indizio è stato possibile raccogliere
in proposito da Luigi Pigorini (1842-1925), il fondatore
della moderna paletnologia italiana, tra i reperti
delle terremare del Parmense, riferibili all'età
del bronzo (XVI-XII sec. a.C.). E forse non è
del tutto senza significato il fatto che, degli autori
nelle cui opere si da ampio spazio all'apicoltura,
due almeno, Virgilio mantovano e Plinio comasco, siano
transpadani.
L'apicoltura
dovette dunque costituire in età romana una
voce importante nell'economia agricola della pianura
padana, e quindi del Piemonte. Qui, anche su un piano
agricolo più generale, si era sviluppata una
fitta rete di aziende che dovettero essere a lungo
fiorenti, tanto da aver lasciato tracce durature della
lottizzazione del territorio (la cosiddetta centuriazione)
in cui erano inserite: tracce ancor oggi evidenti
nella topografia dal Veneto all'Emilia al Piemonte
(qui la si è riscontrata con particolare evidenza
tra Ivrea e Torino e nella piana di Marengo presso
Alessandria, e si ricostruisce attraverso indizi di
una certa consistenza, oggetto di recenti studi, a
sud del Po, verso Cuneo).
In questi poderi, dunque, api e alveari erano importanti
(tanto che personale specializzato, gli schiavi apiarii,
vi era addetto in permanenza con compiti ben definiti)
benché non esclusivi. Le notizie, infatti,
relative ad apicoltori che traevano tutti i loro proventi
da questa attività (come i fratelli Veiani
di Falerii, ricordati da Varrone e da Plinio, i quali
ricavavano 10 mila sesterzi all'anno, una somma che
oggi supererebbe forse i 25 milioni, da un solo arpentum,
circa 2500 m2, di terreno arido) si riferiscono a
casi particolari e sicuramente eccezionali. Il reddito
(anche a prescindere da qualche indicazione palesemente
esagerata di alcuni autori) era tuttavia notevole,
e da presumere come non inferiore all'attuale. II
calmiere di Diocleziano del 301 (edictum clepretiis,
IH, 10, 12), la cui validità si estendeva senza
dubbio anche alle nostre regioni, fissava infatti
per un sextarius (pari a O, 545 1) di mei optimum
(ossia lo sgocciolato) un prezzo di vendita di 40
denari (che oggi si aggirerebbero forse tra le 8.000
e le 10.000 lire) e la metà per il secundum
(ossia il pressato). Al provento era poi da aggiungere
quello della cera.
Non ci soffermeremo sull'uso del miele in varie ricette
non solo culinarie, ma farmaceutiche (un febbrifugo:
1/3 di miele, 1/3 di aceto, 1/3 di acqua marina!)
e cosmetiche (una mistura di miele e cenere di conchìglia
come rassodante del seno!), ne sulla simbologia magica
e religiosa attribuita specialmente al miele (i Romani
veneravano una dea, Mellona) ed alle api, ma non sempre
fausta e augurale (se il miele, con la sua dolcezza,
si assimilava all'ambrosia degli dei, simbolo perciò
di eloquenza e di elevata cultura, uno sciame che
entrasse in un tempio
presagiva, invece, come scriveva Cicerone, una minaccia
per la libertà della repubblica, a causa dell'organizzazione
apparentemente monarchica delle api). Sono noti alcuni
errori naturalistici degli antichi (come l'ape regina
considerata un rè, o come la generazione spontanea
degli sciami da carogne bovine) e risultano pure certe
pratiche tali da suscitare qualche perplessità
anche se, modificate, sussistono in qualche modo tuttora
(il già citato uso di rumori, l'affumicare
gli alveari per cacciarne le api ed estrarne impunemente
i favi o l'uccisione delle regine per impedire la
formazione di nuovi sciami, temuti come un impoverimento
del patrimonio apistico). Sorvoleremo poi su tutta
una serie di notizie curiose (il
miele di Sardegna che induceva al riso... sardònico;
il pessimo miele della Corsica, produttrice invece
di ottima cera, tanto che gli invasori, dagli Etruschi
del VI sec. a.C. al pretore romano Marco Pinario Rusca
nel 181 a.C., imponevano agli isolani la consegna
di ingenti quantità di prodotto, fino a 200
mila libbre, pari a 65,5 t, in conto indennità
belliche).
Non si vorrebbe, invece, tralasciare un cenno su una
documentazione obbiettiva, di recente acquisita dalla
Scuola archeologica britannica di Atene. Si tratta
dello scavo di un impianto completo di alveari presso
una fattoria (costruita tra la fine del IV e l'inizio
del III sec. a.C., ma ancora in funzione in età
romana e bizantina) a Vari, con riscontri di materiali
analoghi a Trachones e sulle colline del-Sounion e
del Laurion, tutte località dell'Attica (la
regione che vantava il miele più pregiato del
mondo antico, quello dell'Imetto).
È interessante osservare la forma delle arnie,
di terracotta, quale si ricostruisce dai frammenti
superstiti. Esse erano costituite da due elementi
fondamentali ed uno aggiuntivo; un vaso a pan di zucchero
(altezza 53,5 cm; diametro all'imboccatura 36 cm),
un coperchio circolare irrobustito da due grosse cordonature
concentriche e perforato da 5 fori simmetricamente
disposti
(uno al centro e due coppie verso l'esterno) con il
margine interrotto da una rientranza semilunata, e
uno o più anelli dai bordi rilevati (altezza,
variabile secondo gli esemplari, da 7 a 8 cm). I fori
a coppia sul coperchio servivano a far passare uno
spago per rissare un bastone biforcuto, alle cui estremità
era legato un altro spago, abbastanza lungo da poter
girare sotto all'orlo espanso del vaso per collegare,
fermandoli, vaso, coperchio ed eventualmente uno o
più anelli interposti. Aumentando o diminuendo
il numero di questi si poteva allungare o accorciare
il complesso, regolandone la capienza a seconda delle
esigenze della produzione. La rientranza semilunata
del coperchio veniva poi a costituire l'apertura per
l'ingresso e l'uscita delle api. È una forma
simile,
ma non identica, a quella degli alveari fittili, però
cilindrici, ancora oggi in uso nei paesi del Mediterraneo
orientale, dalla Turchia all'Egitto.
Merita di essere osservata, poi, la collocazione degli
alveari anche in rapporto con gli altri ambienti della
casa colonica (quasi quadrata, di 17,75 m circa di
fronte, pari a 60 piedi attici, con cortile lastricato
e porticato) e delle aree adiacenti (un'aia antistante
dal margine irregolare segnato da un muretto, preceduta
da un'altra area recintata con alberi, forse un frutteto),
quali risultano dal rilievo della pianta e dalla ricostruzione
degli alzati. Le arnie erano appunto
collocate, in filar; sovrapposti (come ancor oggi
si pratica dove si usano, come si è detto,
alveari fittili) e appoggiati contro il muro esterno
di un ambiente minore addossato all'angolo sud-est
della fronte della cascina: potrebbe essere la baracca
che serviva di abitazione all'apiarius, di ripostiglio
per gli attrezzi della smelatura e, forse, anche di
mellarium, piccolo laboratorio per la preparazione
del miele. L'estensione di questo fabbricato aggiunto
era di 4,50 m circa; uno spazio sufficiente ad allinearvi
sul davanti più filari, ciascuno di 12 arnie
(come s'è detto, esse avevano 36 cm di diametro):
il tutto sostenuto, secondo la prassi ricordata dagli
autori antichi, da un supporto o uno zoccolo alto
tré piedi (90 cm circa).
Il complesso degli alveari con le attrezzature relative
rimaneva perciò, per quanto possibile, appartato
dal resto degli impianti della fattoria (ancora una
volta secondo le prescrizioni riportate concordemente
dagli autori), ma nello stesso tempo non lontano dal
frutteto.
Tratto da:
Associazione Museo dell'Agricoltura del Piemonte.
Per un Museo dell'Agricoltura in Piemonte: III - Passato
e Presente dell'Apicoltura Subalpina. Teatro Regio
di Torino 25-26 settembre 1982.
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