CARLO
LOCCA: Il cristallo nella roccia
a cura di
Paolo Faccioli - gennaio 2008
Premessa
Nel trascrivere questa
testimonianza, ho scelto di attenermi abbastanza
strettamente alla audioregistrazione
che ne avevo fatto, salvo qualche taglio di parti
ripetitive e qualche limatura di poco conto per
rendere un po’ più scorrevole il discorso.
Ogni volta che tentavo di trasformare il parlato
di Locca in un italiano irreprensibile, sentivo
venir meno la carica di espressività, la
radice montanara della sua esperienza, la toccante
intensità della sua comunicazione, che però io
avevo avuto modo di ascoltare dalla viva voce.
Come sarebbe stato per chi l’avesse semplicemente
letta? Non gli avrebbe potuto sembrare solo un
modo di esprimersi grezzo e faticoso? E nello stesso
tempo, non avrei rischiato di dare al lettore colto
un’idea sbagliata di Carlo Locca, sicuramente
una persona come se ne incontrano poche, creatore
tra l’altro, nel suo paese, di un sorprendente
complesso di esposizioni entomologica, etnografica,
mineralogica, zooloogica? Mi sono anche consultato
con uno storico di professione, esperto in storia
orale: Giorgio Delle Donne, di Bolzano. Mi ha confermato
che mi stavo trovando di fronte a un dilemma classico
per chi ricostruisce la storia partendo da fonti
orali, ma che non c’era la soluzione al mio
dilemma: avrei dovuto fare una scelta. Probabilmente
una registrazione video, che non avevo messo nel
conto iniziando questo lavoro, mi avrebbe alleggerito
in parte di questo dilemma e avrebbe risolto un
problema di archiviazione, ma avrebbe posto altri
problemi di circolazione e diffusione dell’ informazione
raccolta).
Spero che chi legge questa testimonianza possa,
andando oltre le asperità linguistiche,
condividere le ragioni della mia scelta, che ha
privilegiato
la dimensione espressiva sulla chiarezza formale.
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| Carlo Locca a ventisei anni, nel 1964. Era
già quasi arrivato a quattrocento alveari |
Uno degli apiari di Carlo Locca a Guardabosone,
nel 1964 |
Apicoltore a dieci anni
“Proprio già da ragazzino, io sono
sempre stato legato al mondo degli insetti, non per
niente che poi, al di fuori dell’apicoltura,
ho portato avanti in quegli anni lì la collezione
degli insetti. E’ stata considerata una delle
cinque più grosse del mondo, la collezione
che ho qui. Avevo dieci anni, facevo la quinta e
mi bastava già vedere da lontano queste cassette
d’api degli apicoltori che c’eran sul
posto. Poi un giorno mi son deciso, sapendo che c’era
un apicoltore in un paese vicino, perché al
mio paese, essendo del paese stesso, nessuno mi avrebbe
venduto uno sciame.
Io sono proprio nativo di qui, originale piemontese,
tipico di qui. E ho dovuto andare in un paese vicino,
che è Postuma, da un certo Battista Cagna.
Questo qui aveva già ottant’anni, era
un apicoltore non grosso, aveva una decina di cassette
d’api, e già da ragazzino ho comprato
la prima cassetta. Sono andato su in piena estate,
con un gerlo, l’abbiam caricata su, non so
più cosa me l’ha fatta pagare, comunque
l’ho portata giù. L’ho portata
a casa e son riuscito ad aprirla malgrado le morsicate
che ho preso: son stato gonfio per parecchi giorni
perché non avevo l’esperienza dell’apicoltura
e nessuno dalla mia famiglia aveva le api. Non avevo
proprio nessuna nozione, avevo soltanto la grande
volontà. In quel periodo lì io andavo
a servire messa qui dal prete, e gli ho raccontato
che volevo tener le api. E il prete mi ha detto: “Ti
do io un libro, un libro di Don Angeleri, proprio
il primo che ha fatto”. Avevo dieci anni, adesso
ne ho settanta. Grazie a quel libro lì, che
io leggevo giorno e notte, dalla teoria del libro
io poi passavo alla pratica, e sono andato avanti.
L’anno dopo, che io avevo undici anni, è morto
uno che aveva una cassetta o due, ma ho prelevato
anche un mucchio di cassette vuote, e lì,
con undici anni, ho dato il via con cinque o sei
famiglie di api. Non per niente che dalle fotografie
che ho qui da vedere, con sedici anni avevo già un
apiario di cento famiglie, dislocate in due o tre
posti, ma ancora all’interno del paese. Sono
arrivato all’età dei ventotto anni che
mi sono sposato, e avevo già quattrocento
famiglie di api. Allora iniziavo già l’apicoltura,
avevo già il camion; ma la mia mentalità,
la mia ideologia essendo di aver voglia di fare da
solo- solo con la moglie dopo essere sposato- acquistavo
i terreni, perché ho trovato una grande difficoltà all’epoca
a ottenere i terreni in affitto. In un paese sotto,
qui a Serravalle, mi han mandato a chiamare dal sindaco
perché le mie api gli mangiavano l’insalata… E’ vero
che andavano sull’insalata, ma andavano su
il mattino presto per succhiare la rugiada per la
necessità dell’acqua. Eppure il sindaco
quasi mi ha cacciato via, e di lì mi sono
invogliato: mano mano che mi allargavo con gli apiari,
acquistavo i terreni. Non per niente che ancora oggi
io ho parecchi apiari dislocati, ma tutti nella mia
proprietà. E comperavo dei terreni più che
tutto dove non c’erano da disturbare altri
apicoltori. Mi isolavo senza dare fastidio anche
alla gente. Comperavo dei terreni enormi, addirittura
di diecimila metri proprio per inserire le api in
mezzo, per non avere fastidio e anche per non disturbare
gli apicoltori.
Allargare la mentalità montanara
L’apicoltura l’ho imparata più che
tutto dalla gran mia esperienza, perché 50
anni fa l’apicoltore che c’era sul posto
era una roba incredibile a tirargli fuori un qualchecosa.
Io tentavo di andar lì in qualche maniera
da questi apicoltori. Anche perché il mio
paese è un paese che è da anni che
c’erano apicoltori, non grandi apicoltori ma
apicoltori che avevano già cinquanta-cento
famiglie. Ma non c’era nessun mezzo di spulciare
qualche nozione… L’ho fatta proprio soltanto
con la gran esperienza: a forza di manipolare api
uno requisisce la grande pratica. Poi la grande volontà,
il grande attaccamento all’apicoltura… Quando
uno è attaccato all’apicoltura per forza è costretto
a imparare. Ho fondato poi l’Associazione che
c’era qui in Valsesia-Valsessera. Ho fatto
il presidente per lunghi anni e lì si è fatto
parecchi corsi. Io stesso ne ho fatto nei paesi qui
in giro e nel Biellese, andavamo in diverse parti
a valorizzare l’apicoltura. Non per niente
che l’apicoltura in Valsesia in quell’epoca
lì contava. Minimo minimo, contava più di
millecinquecento cassette di api. Oggi si è ridotta
a non più di cinquecento cassette di api in
tutta la Valsesia, dal basso fino in cima si è ridotta.
Allora noi la sostenevamo e non per niente che io
nell’associazione ho sempre cercato di portare
a vedere dove c’era già l’apicoltura
evolutiva come Fossano e la provincia di Varese.
Organizzavo queste gite proprio per poterli portare
a visitare queste grandi apicolture, perché avevo
già la mentalità di fare anche noi,
nel posto, un qualche raggruppamento. Ho interpellato
il Consorzio Agrario dell’epoca, e il Consorzio
Agrario è arrivato a un punto che mi diceva: “Noi
vi forniamo il materiale” (vale a dire telaini
e cassette prese dalle ditte come la Lega) “ma
purtroppo è un argomento molto difficile perché noi
dobbiamo tenere dei locali”. Avevo già interpellato,
spinto dal Consorzio Agrario, per poter fare l’ammasso
del miele, per poter valorizzare sempre di più.
Però non son riuscito, perché nelle
nostre valli, nei nostri piccoli paesi c’era
un’ideologia dura, malgrado che noi eravamo
aperti per insegnare. Ma la gente, la gente di montagna è gente
dura, malfidente, vuol governarsi la sua piccola
proprietà come son le api, ma non vuole affidarsi
a dare il suo bene insieme agli altri. Non per niente
che io ho sofferto molto da ragazzino, facendo una
fatica enorme, facendo degli sbagli… che poi,
una volta che uno fa lo sbaglio, la seconda volta
si è corretto. E poi avendo una grande quantità di
api uno per forza che è costretto ad imparare.
Fino a ventotto anni andavo in fabbrica: era la tessitura
di Crevacuore che era a Borgosesia all’epoca.
Facevo sempre dalle 6 alle 2, per poter avere tempo,
magari fino a mezzanotte le sere d’estate,
di raccogliere sciami. Delle giornate raccoglievo
fino trenta sciami al giorno. Sono partito da subito
con casse Dadant Blatt. Più che tutto all’epoca
si usavan da 12, era proprio un’ideologia così:
da 12 che poi si è ripensato bene che da 12
fanno meno scorta nel nido, vanno su più presto
nel melario in primavera quando non serve fare ancora
scorta nel nido, e quella da 10 è più maneggevole
nel trasporto, e ho abbandonato tutte quelle da 12
inserendo soltanto tutte quelle da 10. Mi costruivo
io le cassette. Andavo da un falegname, mi compravo
le assi, mi arrangiavo un po’, così alla
meglio. Con ventotto anni io mi sono sposato. Sono
venuto a casa dal viaggio di nozze, che l’ho
fatto a Roma, e il giorno dopo subito pensavo alla
moglie, perché anche la moglie all’epoca
lavorava ancora in fabbrica: di dar l’impegno
anche alla moglie. Subito ho comperato un altro terreno
per formare un altro apiario. Dopo un anno che c’eravamo
sposati anche la moglie è rimasta a casa dalla
fabbrica e siamo andati avanti, ho comperato altre
api, dopo un anno avevo già cinquecento famiglie,
ci siamo inseriti completamente tutt’e due
all’apicoltura con un camion da trasporto,
ma l’ideologia che avevo io non era quella
di fare dei grandi trasporti, perché il trasporto
delle api è sempre un massacramento della
famiglia. Spostavo pochissimo, pochissimo, proprio
nella parte giù della pianura, perché dopo
aver fatto la robinia non c’era più castagno
e tiglio, allora ero costretto di portarle su, sicchè cercavo
posti almeno almeno da aver due fioriture. Guardabosone è un
paese enorme per il tiglio, ci sono vallate intere.
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| In apiario,1981 |
In visita sociale alla Cooperativa Piemonte
Miele a Cussanio |
Cambiato
l’ambiente, il
clima, le api La robinia c’è sempre stata. Meno,
meno, adesso sta aumentando enormemente perché la
robinia adesso prende il sopravvento anche delle
piante autoctone. Dove avanza la robinia fa morire
anche il castagno. Qui si arriva a fare, certe annate,
se non piove, tra castagno e tiglio (che è una
fioritura quasi insieme), quattro o cinque melari.
Qui è una zona buonissima ancora oggi. E’ cambiato
molto, perchè i primi anni dell’apicoltura,
che portavo già le api giù in pianura
prima della fioritura dell’acacia, mese di
marzo-aprile avevo già i melari pieni di ciliegio.
Io sono arrivato ad avere già dieci quindici
anni di apicoltura e non sapere ancora cos’era
il nutritore! L’inverno era un inverno terribile,
molto più duro di adesso. C’era magari
mezzo metro di neve sui tetti e davanti, cercavo
di tirarla via un po’ per farla sciogliere
un po’, perché le api in una bella giornata
venivano fuori anche con la neve a orientarsi. Per
non proprio distruggere, cercavo di spalare un po’ la
neve davanti l’entrata. Ma poi veniva la primavera,
e il mese di marzo-aprile era una cosa da non credere,
aprivo il coprifavo di quelle cassette, quelle famiglie
bollivano fuori! Avevo degli sciami che erano alti
un metro, una cosa da non credere. Oggi non lo credo
più io, che pure ho toccato con le mani. Avevo
fuori delle barbe, come si dice, davanti alla cassetta,
non per il contenuto del miele che manda calorie,
ma per il contenuto delle api che la famiglia si
era sviluppata nell’interno della cassetta.
Avevamo cassette da 12 telaini, la covata era su
otto nove dieci telaini da in cima in fondo
Oggi è cambiato molto, le famiglie non sono
più quelle di una volta numericamente parlando,
ma anche i raccolti non son più i raccolti
di una volta. Io sono arrivato a un punto che non
mettevo mai il foglio cereo tutto intero, mettevo
soltanto una striscia sopra, anche perché comperando
terreno, comperando camion, comperando le api, avendo
già due figli, avevo anche difficoltà magari
quell’anno coi soldi, e allora non potevo né comperare
cassette nuove né fogli cerei e allora mettevo
solo una striscia sopra, eppure…In una giornata
in quegli anni lì mi riempivano un melario
di acacia, in una giornata sola dalla mattina alla
sera mi trovavo il melario pieno completamente, c’era
un profumo di acacia in quegli anni lì che
dava la nausea…dappertutto si sentiva, anche
nell’interno delle case la sera arrivava dentro
ventilato, adesso non si sente quasi neanche più.
Quando volavano, che poi si posavano per terra caricate
prima di entrare nella cassetta, era un tappeto di
api. Poi piano piano siamo sempre andati al declino.
Io queste giornate che ho visto in quell’epoca
là, di riempirmi un melario in un giornata
sola, non mi è più successo.
Non c’è più il clima di una volta.
Io non so ben descrivere cosa sta succedendo: prima
roba non son più le famiglie di una volta,
e poi abbiamo indebolito troppo geneticamente, con
questi incroci… Sembra che si rinforzi, ma
geneticamente con tutte queste regine allevate artificiali,
fecondate anche artificialmente, abbiamo indebolito
enormemente anche la genetica dell’ape, non è più l’ape
di una volta. Quando cambiamo una regina sembra che
faccian gran che, ma all’epoca io avevo delle
regine con quattro anni, ed erano ancora efficaci.
Perché erano regine, non so ben descrivermi
la parola, autoctone, famiglie naturali. L’ape
stessa geneticamente era un’ape endemica del
territorio . Oggi abbiamo incrociato troppo e siamo
andati troppo al di là . E non abbiamo più i
climi di una volta. L’inverno era inverno ma
poi quando veniva la primavera, era primavera. Io
mi ricordo bene da ragazzino, già al mese
di maggio viaggiavamo scalzi in giro, già coi
pantaloni corti, ma adesso delle volte gela ancora,
c’è il rischio che ci gela con l’acacia
fiorita. E poi c’è qualche cosa nell’atmosfera
che non permette più alla pianta di svilupparsi,
non tira più su dal terreno. C’è da
dire una cosa, che in quegli anni lì l’agricoltura
era ancora fiorente, c’era molta gente che
lavorava in agricoltura e concimava anche il terreno.
Concimando il terreno le pianta di ciliegi e di pesche
davano maggiore sviluppo, sia nel fiore che poi nel
frutto, perché la pianta stessa dal terreno
tirava questa sostanza organica che l’uomo
procurava tramite il concimamento anche giù in
pianura. Abbiamo ancora fioriture di ciliegio selvatico,
però non c’è più il clima
e poi non abbiamo più le famiglie. I primi
di aprile, quando fiorisce non abbiamo più le
famiglie forti com’erano in quell’epoca
là. La sciamatura avveniva ai primi di aprile,
alla fine di aprile oramai stava già cessando,
e invece adesso il mese di aprile è ben di
rado che abbiamo ancora sciamatura. Comincia qualche
cosa in maggio. Siamo indietro di un mese proprio
perché la famiglia non è più pronta,
non si è più sviluppata come in quegli
anni lì e non abbiamo più queste fioriture.
Dopo il tiglio e il castagno c’era ancora molta
erica (calluna). C’era l’edera e la vergadoro,
che c’era in pianura ma anche qui. Siccome
l’erica è un miele che indurisce subito,
finita la fioritura del castagno e del tiglio tiravamo
giù i melari e togliendo i melari erano costrette
a immagazzinarla nel nido. Facevano delle scorte,
arrivavano fino all’ultima covata e riempivano
ancora quando la famiglia andava in glomere. La famiglia
non rimaneva mai su vicino al coprifavo, andava sempre
giù in basso dove scarseggiava il miele perché alle
api non piace molto svernare sul miele opercolato.
Cerca sempre di svernare nelle parti dove non c’è miele.
E difatti noi le famiglie le trovavamo pochissimo,
andavano tutte giù in basso a svernare. Non
avevamo manna, la manna non esisteva, questa metcalfa
che c’è adesso, le montagne erano tutte
piene di erica. E invece dalla parte della pianura,
nella bassa, dove le ho ancora oggi, lì facevano
vergadoro, io non la tiravo giù perché è un
miele non tanto gradito, non tanto conosciuto.
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| In visita alla Cooperativa Piemonte Miele a
Cussanio. Locca è a sinistra, Pietro Quarone,
primo presidente della Cooperativa, a destra
coi baffi; alla sua destra, Eugenio Castrini |
A tavola con l’amico Porrini |
Chi comprava il miele della Valsesia
I primi anni quando non avevo
ancora un grande quantitativo c’era una ditta a Varallo che
vendeva questo miele, un certo Bertòli, che
vendeva “Miele Monte Rosa” e il prezzo
dell’epoca era centocinquanta-centosessanta
lire. Avevo 17-18 anni. Io avevo poi cinque o sei
cassette di api che mi ha regalate, che mi servono
adesso per far questi musei. Cassette Langstroth,
il nido era grande come il melario. Più che
tutto, non era un apicoltore il Bertòli, era
un commerciante. Aveva quelle cinque-sei cassette
di api e le portava su in alta Valsesia, da Varallo
caricavano su un carretto, anche per fare un po’ vedere,
cinque-sei cassette che portava avanti e indietro.
Perchè tutto veniva commercializzato in Alta
Val Sesia al tempo del turismo, ma allora il villeggiante
era tutto differente di adesso. Poi alla fine questa
ditta è cessata. Lui comperava tutto dagli
apicoltori viciniori, era un miele molto genuino,
fatto da noi alla buona. Poi c’era ancora l’Ambrosoli:
acquistava da noi apicoltori più che tutto
miele di acacia e poi alla fine ha smesso di prendere
il miele dalle nostre parti. Si è trattenuto
solo miele estero, prima caricava camion di miele
interi. E i prezzi si aggiravano sui duequaranta,
duecinquanta, duesessanta al chilo. Son trent’anni
fa. Essendo giovane, quando uno vive su una determinata
cosa, ci facevano gola, ci facevano effetto, dopo
aver caricato questo miele, queste latte, aprire
questa valigia piena di banconote… era il suo
rappresentante che veniva, e mi ricordo che assaggiava
tutti i fusti, aveva un’esperienza enorme sul
miele. Determinato fusto, mi diceva: “adesso
io ti porto una tanica o due, da cinque o dieci chili.
Me la riempi, che è per noi della famiglia”.
Lui sapeva da quel gusto, da quella gradazione, da
quell’umidità che era un miele più particolare,
per lui era il migliore di tutti gli altri . Assaggiava
tutti i fusti ed era bellissimo perché si
prendeva poco, ma almeno si vendeva. E poi ultimamente
io sono stato molto amico col Porrini. L’ho
conosciuto come commerciante, io fornivo tutto a
Porrini, saldavamo i soldi ma più che tutto
noi si condivideva proprio, avevamo una fiducia,
l’intimità di amicizia… Lui se
aveva un gruppo lo portava a vedere i miei apiari
perché io ho sempre avuto degli apiari non
come si usa adesso, da quaranta-cinquanta famiglie
dislocate in diverse parti. Io sono arrivato ad avere
apiari di duecento famiglie insieme, eppure facevo
dei raccolti enormi, perché quando c’è la
fioritura, c’era per tutti: anche duecento
famiglie, ce n’era per tutte. Poi veniva quel
periodo di crisi anche per loro: lì bisognava
stare attenti forse perché l’apiario
grosso era più soggetto a saccheggio. E al
Porrini questa cosa qui piaceva molto, mi ha portato
cinesi più volte, io mi ricordo questi cinesi
che mi dicevano “Voi avete tante api e non
avete fioritura, mentre noi in Cina abbiamo poche
api ma tanta fioritura”; m’ha portato
coreani, libici, dalla Libia, dove portava giù i
nuclei, perchè malgrado le sue spiegazioni
voleva sentire le mie parole, che io mi riferissi
a loro per dargli una spiegazione. In Libia il primo
anno che ha mandato giù questi nuclei gli
sono morti tutti bruciati dal calore. Travasati nella
cassetta normale, non mettevano il coprifavo, che
faceva da isolante: mettevano sopra la lamiera e
il calore enorme del ferro riscaldato dal sole della
Libia scioglieva completamente la cera, il miele,
le api. Tutto colava fuori dalla portina davanti.
Porrini ha avuto delle sberle enormi, più volte
gli davano la colpa a lui, difatti ultimamente è quello
che l’ha buttato anche a terra, perché non
gli hanno più pagato gli sciami.
Bertòli più che tutto cercava per il
cliente che non era valsesiano, che veniva su dalla
zona di Torino, di Milano e conosceva più che
tutto il miele di acacia. E poi acquistava il miele
misto tra tiglio e castagno, ma molto poco e di malavoglia.
Era sempre stata una difficoltà a venderlo
perché la gente del turismo dell’epoca
dalle nostre parti, non lo conosceva. In Valsesia
all’epoca si usava molto al mattino per colazione
e quando veniva questo turismo spalmavano un lembo
di burro naturale prodotto lassù con sopra
questo miele, e il miele di acacia gli dava quel
profumo, invece il miele di castagno con quel marognolo
non piaceva.
Anche l’Ambrosoli apprezzava sempre di più il
miele di acacia, acquistava solo una percentuale
in miele scuro; sapeva che noi avevamo un misto,
l’assaggiava e prendeva il misto com’era.
Invece Porrini capiva molto di più e siccome
qui il tiglio fiorisce prima, allora si cercava di
smielarlo per avere un po’ di tiglio, il Porrini
aveva una clientela enorme e lo mandava in Germania
e Austria dove cercavano solo mieli scuri. Non lasciava
niente, piano piano pretendeva tutto, massimo bisognava
aspettare i soldi un periodo di tempo, che facesse
il giro, mentre già l’Ambrosoli faceva
fatica enorme perché già dall’epoca
i mieli scuri li faceva arrivare dall’Argentina,
lo confezionava, faceva le caramelle e lo pagava
già poco, disprezzava i nostri mieli per prendere
già i mieli dell’Argentina. E invece
il miele di acacia lo prendeva perché era
un miele un po’ particolare un miele fino,
profumato, E’ andato avanti per parecchio tempo,
poi non ha mai preso più miele da noi e ha
soltanto preso miele dall’estero. Io l’ho
interpellato ancora, sono stato là parecchie
volte, “Oh ma voi chiedete troppo, il miele
estero costa poco”.
Adesso la gente consuma molto di più ma all’epoca
si faceva una fatica enorme a vendere il miele. Qui
al paese c’è stato un periodo che eravamo
dodici apicoltori. Ogni apicoltore aveva la sua clientela,
un po’di parentela anche. E si faceva una fatica
enorme enorme enorme. Anche perché c’è stato
un periodo che abbiamo cominciato a fare questi corsi,
abbiamo formato questa associazione e lì gli
apicoltori sviluppavano dappertutto, non per niente
che la Val Sesia era arrivata ad avere 1500 cassette
di api, e lì di miele ne circolava molto di
più, adesso si ridotta a quattro-cinquecento,
il colpo di grazia è stata questa varroa.
Il piccolo apicoltore che si era avviato è scomparso
completamente, è rimasto ancora quella testa
dura come un po’ la mia. Noi oramai ci siamo
avviati come mestiere, siamo stati costretti a tirare
ancora avanti, però oggi come oggi io nell’apicoltura
non la vedo più bella. Stiamo sempre declinando,
declinando un po’ tutti gli anni numericamente
come famiglie e per motivi di difficoltà enorme,
inquinamenti, non si riesce a capire. Adesso stanno
bagnando, non riesco a capire come nessuno se ne
accorga, nessuno ne parli, stando dando veleni contro
queste zanzare con gli elicotteri, e poi c’è il
bacillus thuringiensis che parassita tutte le larve,
non solo degli imenotteri e lepidotteri e di altre
famiglie, ma sta distruggendo anche l’apicoltura.
Perché non abbiamo veleni che preservano l’ape,
difendono solo l’agricoltura ricca, l’apicoltura
non ha mai avuto difese neanche governative. Non
siamo mai stati un grande popolo da difendersi. Mi
vengono qui i francesi d’estate a prendermi
il miele. Per colpa che bagnano i girasoli, il tornasole
come loro dicono, l’apicoltura in Francia è declinata
oltre il cinquanta per cento…
Quando abbiamo formato questa Associazione avevo
all’incirca sui trent’anni, trenta-trentacinque
anni fa. L’associazione c’è ancora,
ma non ci sono più dentro con gli impegni
che ho adesso in tutti gli altri campi non ce la
faccio più, qui mi passano più di cento
scuole l’anno a visitare i musei , e ho settant’anni
suonati!
Eravamo i primi, era una cosa un po’ nuova,
una cosa un po’ incredula. La gente ci stava
perché portavamo delle nozioni di apicoltura
già evoluta, non industriale, io la chiamo
apicoltura evoluta in confronto a questa apicoltura,
a questa mentalità dura che c’era in
tutta la Valsesia-Valsessera, ma anche nel Biellese.
Noi eravamo all’avanguardia, avevamo già cinque-seicento
cassette di api e portavamo addirittura a visitare
i nostri apiari, , e allora sentendoci parlare il
piccolo che aveva otto- dieci cassette apriva gli
occhi, ci seguiva: uno è grosso perché ha
una mentalità evolutiva. E’ servito
molto, ma la mazzata più grossa l’ha
data la varroa. L’apicoltore piccolo è rimasto
a terra completamente e noi ci siamo ridotti a malapena
a neanche più la metà, abbiamo ancora
le cassette vuote: di lì c’è stato
un disgusto enorme, e questa varroa non siamo mai
riusciti a debellarla perché tutti gli anni
l’apicoltore ha sempre un declino enorme, un
danno enorme.
Quando ho tenuto le api su in alta Valsesia, su a
1600 metri, dove ho anche l’altro museo e il piccolo museo di apicoltura là, se uno non
prendeva uno sciame da quegli ultimi relitti di apicoltori che sono rimasti.
quelli che avevano ancora i bugni villici, portar su una famiglia a svernare
là non resisteva: gli veniva subito la dissenteria già da ottobre-novembre.
Bisognava proprio prendere le api che si sono acclimatate in quella zona lì,
noi qui abbiamo indebolito troppo la genetica. Capitava soltanto più tardi
che facevamo arrivare le regine, se no di regine ne avevamo a volontà e
talmente sciamavano talmente avevamo celle reali. Quando una famiglia indeboliva,
mettevamo dentro le celle reali, avevam sempre delle regine nate naturali,
fecondate naturali.
Il solo sistema che noi riuscivamo a contenere la sciamatura era quello di
mettere il melario presto, già a fine di marzo, anche quando non c’era
ancora raccolto, ma per dargli spazio. Un tantino frenava. Arrivavo al mese
di aprile che avevo famiglie con su due melari, però avevamo una quantità di
sciami maggiore che adesso perchè le famiglie all’epoca erano
forti che era un piacere. Uno che ha quasi sessant’anni di storia delle
api, c’è una differenza che uno che l’ha toccato con le
mani quasi non crede più.
“Mancarmi il Porrini mi è mancato
un braccio”
Porrini ha sempre portato api
qui in Valsesia, a Guardabosone, a Crevacuore,
e anche il figlio. Noi
abbiamo un legame di amicizia, non per niente ho
qui l’invito che gli dedicano questa stanza
(la sala riunioni presso la sede dell’Associazione
Produttori Apistici della Provincia di Varese), sono
sempre stato legato con Domenico come un fratello,
e anche oggi con Mauro, il figlio, abbiamo un legame
enorme. Ha difficoltà a venire quassù,
mi manda a vedere:” Vai un po’ a vedere
se dobbiam portar su il secondo melario”, sono
io quello che faccio una scappatina per dargli un
aiuto. Noi siamo come una famiglia, per me mancarmi
il Porrini mi è mancato un braccio, nell’ambito
dell’amicizia era una collaborazione sincera.
Io mi ricordo molto bene che era venuto su in montagna
a vedere quelle api che resistevano a quell’altura
lì, a milleseicento metri. Un anno gli ho
portato giù uno sciame perché anche
lui voleva allevare di quelle regine lì e
poi le ha allevate per rinforzare anche la genetica
dell’ape. Oggi basta che produciamo… ma
abbiamo perso enormemente. E’ ancora un’ape,
ma ha perso tutti i suoi crismi. Quando si parla
di ape, sembra che ci sia un’ape unica, invece
erano delle razze dislocate in diversi territori
dell’Italia, ognuna aveva un endemismo favorevole
per il clima e la fioritura che c’era nel posto,
questa è una cosa una delle più importanti
ma oggi più nessuno ci crede.
Adesso io più che tutto ho passato un po’ l’apicoltura
alla figlia, lo faccio io l’apicoltore però il
nome è il suo. Oramai abbiamo solo un centinaio
di cassette. Io a parte l’apicoltura, a parte
i musei, faccio ancora parecchi corsi di frutticoltura
in giro ma non mi sento più e ho voglia di
riposarmi se scampo ancora qualche anno, gli anni
pesano anche a me, però vedo che l’apicoltura
specialmente da noi a nord sta morendo lentamente
lentamente lentamente sta morendo. Ci vorrà magari
ancora trenta quarant’anni”.
Testimonianza raccolta a Guardabosone il 3.12.2007
Nota
Carlo Locca accenna più volte, in questa testimonianza,
ai suoi musei. Si tratta innanzitutto del Museo Etnografico
Walser. I Walser sono una popolazione di origine
germanica, migrata nel 1200 dall’alto Vallese,
e inseritasi anche in Val d’Aosta e in alcune
zone del Piemonte, come appunto la Valsesia. La moglie
di Locca è di origine walser. Il museo è situato
in una frazione dell’Alta Val Sesia che domina
la Valle Vogna, a 1545 metri di altezza, in una tipica
casa walser del 1640, e riproduce l’antico
stile di vita di quella minoranza etnica. Sono undici
stanze da visitare. Esiste un piccolo settore dedicato
all’apicoltura come si svolgeva all’epoca
della casa, che include un torchio del 1620 per la
pressatura del miele. All’ epoca ogni famiglia
aveva 7-8 bugni villici e il miele era conservato
dalla famiglia per uso medicinale. In quegli anni
le malattie da raffreddamento si guarivano solo col
miele molto balsamico di quelle zone.
Nel piccolo borgo di Guardabosone, all’inizio
della Valsessera, ha invece sede una serie di sale,
frutto di cinquant’anni di incredibile lavoro
di raccolta del Locca, dedicate a mineralogia, paleontologia,
zoologia. Le teche con gli animali imbalsamati sono
apribili, perché è negli intenti di
Locca che anche un bambino cieco possa, toccando,
avere l’ esperienza per esempio di un leone.
Attigua al museo, una “casa dei mestieri”,
situata in un edificio storico del 1600. Ogni ambiente è dedicato
a un mestiere: fabbro, falegname, ciabattino, tessitore,
carrettiere, la cantina del vino. Alcuni bugni rustici
posti su un lobbiale annunciano lo sviluppo di un
settore dedicato anche all’apicoltura.
In una stanza c’è una ricchissima collezione
entomologica (più di 100mila specie classificate,
alcune delle quali portano il nome del Locca), e
una biblioteca scientifica e storica.
“
Il giorno che mi canteranno la ninna nanna, lascierò tutto
questo. Lo lascio a chiunque si impegni a conservarlo,
a non smembrarlo. In fondo non è roba mia, è roba
che appartiene alla storia” .
Ringrazio Massimiliano
Gotti, tecnico di Aspromiele, che mi ha segnalato
l’esistenza di Carlo Locca,
senza peraltro sapere bene nemmeno lui cosa sarei
andato a trovare. In effetti, nessuno degli apicoltori,
dirigenti e tecnici piemontesi che avevo interrogato
prima di avventurarmi in Valsessera, sembrava ricordarsi
del Locca o conoscerlo. Ma il suo nome compare tra
quelli dei soci fondatori di Aspromiele, nell’atto
di costituzione, il 16 ottobre 1985.
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