Val
Varaita - Storia per immagini
Tutte le immagini sono di Laura Sandrone
Documenti collegati: I
Pellirossa della Val Varaita :: Sandro
Godano, fabbro :: Olga
Bernardi Gerthoux :: Mario
Matteodo, geometra
Le immagini di questi apiari-tettoia,
così come
delle vecchie robuste arnie in pino cembro, dei bugni
e dei vecchi strumenti, sono state prese in alcuni
luoghi della media-alta Valle Varaita soltanto, ma
sono rappresentative di una realtà assai diffusa
nell’intera valle, come anche in valli vicine.
In genere i tetti delle costruzioni tendono (con
alcune eccezioni) a essere spioventi in avanti fino
a Frassino, cioè fino agli 800 metri di altezza;
spioventi all’indietro da Frassino in su, per
meglio convogliare il sole. Un palo sormontato da
un’assicella traversa asportabile veniva in
genere collocato frontalmente all’apiario,
allo scopo di attirare eventuali sciami e, attraverso,
l’assicella asportabile, di poterli rimuovere
e trasferire in un alveare.
L’abbandono di queste strutture copre un arco
di tempo che probabilmente va dal dopoguerra fino
alla fine degli anni 80, man mano che i vecchi apicoltori
sparivano e che nessuno li rimpiazzava. Oggi risulterebbero
inadatte all’apicoltura moderna.
Ma abbandonate o riciclate, queste tettoie rimandano
a una tradizione di familiarità con le api
che attinge alla presenza di una ricchezza naturale
di fioriture. Perciò non devono necessariamente
evocare solo rimpianto. Oggi nella valle, oltre al
nomadismo che nel corso degli anni è andato
aumentando, c’è un’apicoltura
locale, amatoriale, che è tornata a diffondersi,
e tre aziende professionali, a Brossasco, Piasco
e Casteldelfino.
BORGATA PALAZZO
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Costruzione
isolata, chiusa da tutti i lati espressamente
adibita ad apiario,
con una porta d’ingresso. E’ collocata
nel mezzo di una prato in discesa, con un’ottima
esposizione. Abbandonata.
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Sui caratteristici
ripiani all’interno
della costruzione è collocata una varietà di
alveari
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Bugno rustico rotondo con fori di ingresso
per le api |
Bugno rustico ricavato
da un tronco d’albero
con la classica croce per permettere alle api
di attaccare solidi favi in verticale
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Bugno rustico squadrato |
Persino un bugno squadrato
può avere
una finestrella d’osservazione
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Apiario all’interno
del gruppo di case |
Altro apiario-tettoia a Borgata Palazzo, riutilizzato
come legnaia |
BORGATA RORE
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L’apiario
del parroco, che aveva una sessantina di alveari,
oggi adibito
a garage |
CASTELDELFINO
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Apiario abbandonato all’interno
del paese di Casteldelfino
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La scritta “apiario”ancora
leggibile su un muro della costruzione ne definisce
la funzione originaria |
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Nei ripiani costruiti per
sistemare gli alveari in posizione rialzata
compaiono dei numeri che si riferiscono agli
alveari
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Arnia abbandonata sul balcone
di una casa di Casteldelfino |
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In una mappa
di Casteldelfino del 1895 compare l’apiario
come struttura specifica
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Ai piedi della stessa casa,
un piccolo riparo tipicamente adibito ad apiario |
FRASSINO
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Alveari sul balcone nella casa della Famiglia
Garnero
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Apiario con tettoia di fronte alla casa dei
Garnero, il locale chiuso era adibito a magazzino
per gli attrezzi da apicoltura |
MUSEO “IER A LA VILO” (CASTELDELFINO)
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Torchio per
favi appartenuto a Felice Botta (Fliciòt)
di Frassino
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Torchio per favi appartenuto
a Felice Botta (Fliciòt) di Frassino |
Una lettera del 1935 trovata
all’interno del torchio, in cui un cliente
torinese chiede a Felice Botta il prezzo della “cera
gialla d’api garantita pura”
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Cassetta degli attrezzi
appartenuta al padre dell’apicoltore
Gian Luca Garnero
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Tipo squadrato di bugno
rustico, coi canonici tre fori di ingresso
per le api |
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Solide arnie in pino cembro
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Solide arnie in pino cembro |
Finestrella interna (a
diaframma) e finestrella esterna, per l’osservazione
dello sviluppo delle famiglie d’api senza
aprire l’arnia
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Finestrella
interna (a diaframma) e finestrella esterna,
per l’osservazione
dello sviluppo delle famiglie d’api senza
aprire l’arnia |
SAMPEYRE
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| Tettoia-apiario nel centro del paese |
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