Sandro
Godano, fabbro
Sampeyre, 29.10.2008
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Matteodo, geometra
Quattro generazioni dietro alle api
“Qui in montagna le api erano
allo stato selvatico, andavano a ficcarsi negli alberi.
Per prendere il
miele tagliavano la corteccia dell’albero,
facevano un buco, mio papà mi raccontava che
le facevano morire col fumo, poi si prendevano il
miele. Solo che poi si accorgevano che la famiglia
non c’era più, e allora avevano escogitato
un altro modo: tagliavano il tronco sopra e sotto
con la famiglia dentro e poi lo chiudevano, facevano
un buco davanti, in pratica era un’arnia, un
alveare a livello primordiale. Appiccicavano il coperchio
e il fondo e la tenevano lì dentro, quando
dovevano togliere il miele allora toglievano via
uno di questi coperchi qua e poi ritagliavano la
cera che c’era dentro col miele, ma cercavano
di salvare il più possibile le api, e quanto
meno la regina, poi quelle si rifacevano la cera.
Solo che c’era il problema che non essendoci
il ricambio delle cere, tutte
le volte che nasce un’ape lascia dentro la
cella una piccola pellicola, andava a finire che
alla lunga le api che venivano
fuori erano grosse come delle mosche. Recuperavano
quel problema lì con le sciamature: lo spazio
era quello che era e le api sciamavano. Così si
facevano delle cassette un pochino più ben
fatte e le ficcavano lì dentro. C’erano
anche dei tronchi vuoti li tenevano vicino a casa,
tre muri e a una certa altezza una specie di ripiano.
Li mettevano alti perché lo spazio era poco,
sotto magari facevano orto. A piano terra se le beccavano
tutte in faccia, invece su un ripiano non davano
tanto fastidio.
Noi
in famiglia da sempre avevamo avute le api, parliamo
di un secolo fa o anche
più, era
una ricchezza per la famiglia, perché allora
andare a comprare lo zucchero costava caro e allora
chi aveva le api era un privilegiato. Di miele si
prendeva quello che veniva, non è che producessero
gran che, comunque veniva tenuto lì come medicina
o per i vecchi o per i bambini; nel dopoguerra si
consumava regolarmente, come uno voleva, però anche
lì con modifica degli alveari, si era venuti
a fare le arnie quadrate…Io è dall’85
che non le ho più, da quando è morto
mio papà mi son morte anche le api, anche
se l’idea è ancora poi quella… le
arnie le facevano da quattordici telai, erano anche
più grossi, dei bestioni, allora non c’era
il problema del nomadismo,uno non andava in giro
perché non c’erano le strade e poi per
portarle si portavano sulla schiena. Mio papà mi
aveva raccontato che suo nonno voleva portarle su
in montagna, solo che lui ci aveva i bugni, ancora
quelli là rotondi. Allora aveva messo il basto
all’asino, coi due ganci laterali per caricare
poi gli aveva ficcato sopra quei bugni e aveva chiuso
i buchi, perché avevano tre buchi. Aveva messo
della carta un po’così, ma le api pian
pianino si son mangiate la carta mentre che andavan
su, si aveva una baita un po’più alto
verso Croso e ‘ste api sono venute fuori e
han cominciato a pungere le orecchie all’asino,
che è scappato col bugno e tutta la baracca… allora
la faccenda del nomadismo era un po’ problematica.
Al di là di quello, facevano l’arnia
più grande perché avendo più telai
dentro facevano più miele. In un secondo tempo
han cominciato a provare il melario da mettere sopra.
Smelavano i telaini, allora ne mettevano un po’ di
più così ne avevano almeno tre per
parte da prendere. Sei telaini, circa quattro chili
di miele cadauno, faceva già 20-25 chili di
miele per arnia ogni anno, era già una sciccheria,
perché se no più che due, tre, quattro
chili non riuscivano a fare qua coi bugni. Lo toglievano,
lo mettevano a scolare su delle griglie e il resto
se no lo ficcavano nel torchio, il problema come
ripeto è che nel nido vero e proprio non veniva
cambiata la cera dimodochè le api diventavano
piccole.
Storia dello sciame nel pero
A un certo punto gli antenati
si sono divisi, perché erano
due o tre fratelli e lì dividevano tutto.
Il terreno su di qua è quello che è,
molto roccioso, tutto ripido e ognuno voleva avere
il suo pezzo di orto, e andavano a contare le piante
da frutta . Poi era venuto fuori il problema delle
api, perché c’erano anche le api . Allora
ne han preso un tot ciascuno, poi ce n’era
uno che era ficcato dentro un pero, un tronco cavo,
e allora hanno fatto la divisione in modo che il
mio bisnonno si è preso il pero, per prendere
le pere che c’erano sopra, ma anche il bugno
che c’era dentro era diventato suo. Suo, ma
piantato nel prato di suo fratello, fintantochè il
pero è esistito.L’abbiamo poi tagliato
noi quel pero lì- erano passati cento e passa
anni, noi siamo diventati proprietari di quel pero.
Il bugno non c’era più. Il pero era
sul prato di un nostro lontano cugino, perché poi
lì i rami delle famiglie si dividono e c’era
scritto sulla divisione che quando veniva tagliato
il pero chi tagliava il pero non poteva più ripiantarlo.
Lì era una specie di usufrutto, una cosa stranissima,
però a quei tempi là esisteva: dividevano
tutto e uno dei due fratelli poteva andare a ritirare
il miele e le pere, era proprietario del pero però il
pero era piantato sul terreno di suo fratello e sin
lì è andato bene però quando
quella generazione lì è morta son diventati
cugini e poi la generazione dopo che sarebbe stato
mio papà eran già di quarto grado.
Lo sciame alla lunga è morto ma mi ricordo
che mio papà ha tagliato quel pero, che era
nel prato di suo cugino già di 3° o 4° grado
E’lassù sotto il lavatoio, piantato
lì. Io ero un ragazzino e mi ricordo che mio
papà ha detto: qui non abbiamo più niente
da fare perché ci siamo portati via il nostro
e quindi bon. Questo nostro cugino adesso è in
Francia, è andato via, e adesso quel terreno
là non vale più niente, ma a quei tempi
tutto valeva molto, anche l’albero.
Si vendeva tutto quello che
si poteva e poi in casa tiravamo, era proprio un
sistema di vivere.
Mio papà mi raccontava che per esempio ai
suoi vecchi non è che mancasse il necessario:
il necessario c’era perchè poi c’erano
le api, chi piantava le patate, e poi c’era
la mela, li su era una bella zona…solo che
era proprio nel DNA della gente: bisognava che facevano
la fame. Perché se uno li vedeva che stavan
bene, veniva a crearsi tutto un problema, venivano
rigettati da quella che era la comunità della
borgata. Allora c’eran tutte borgate molto
abitate e in ognuna c’era il cap cantùn
che era un po’ il sindaco, quello che faceva
da portavoce per le necessità della borgata.
Se mai andava lui in comune perché era un
po’ più capace a parlare.
Come si faceva apicoltura
Le api su di qua un po’ tutti le avevano:
chi era capace a tenerle, perché poi d’inverno,
siccome uno non le poteva coibentare per il freddo, ‘sti
bugni di solito morivano perché poi a quei
tempi là io mi ricordo che c’erano degli
inverni che erano degli inverni: ai Santi c’era
già la neve e fino a San Giuseppe non andava
più via. Temperature da 10-15 gradi sotto
zero erano regolari quindi poi al bugno ci mettevano
intorno dei cuscini, io ho ancora trovato per lassù ,dentro
un vecchio fienile,dei vecchi cuscini fatti con dei
pezzi di lana che poi mio papà mi diceva che
li mettevano intorno legati con delle corde: cercavano
in qualche modo di proteggerlo, poi se questo bugno
era un po’ spesso come legno, più o
meno in primavera arrivavano e invece certe volte
era già mangiato dalle tarme.
La nostra famiglia ha sempre
avuto le api, nonno, bisnonno… ma non solo noi. Nella borgata c’erano
due o tre posti dove c’erano degli apiari,
adesso è stato tutto tolto, però un
apiario esiste ancora a Goria, piccolino, piantato
là in fondo alla borgata, e quello lì non è rialzato
rispetto al terreno, avevano le api ficcate lì sotto.
Poi mio papà mi raccontava… perché lui
era uno che ci prova e a un certo punto, negli anni
60-70, aveva già una quindicina di famiglie.
Poi quando c’ero io eravamo arrivati a più di
settanta quando ci sono morte tutte. Quando ne avevamo
una ventina lui era amico con un signore di Pontechianale.
Mio padre faceva il postino, è stato il mio
bisnonno che ha preso il primo servizio di posta
qui a Sampeyre. Era nato nel 1840, ha fatto il servizio
militare proprio quando c’è stata l’unità d’Italia.
L’avevano spedito giù a Napoli a fare
l’ordine pubblico, dice che c’era un
brigantaggio enorme, difendevano con la sciabola,
si vede che il papà l’aveva fatto studiare
un po’: era già uno che più o
meno ci masticava qualche cosa, o forse da militare.
E allora addirittura faceva il maestro oltre che
al postino, e ci aveva ‘ste api. Dopo mio papà faceva
il postino come mio nonno e mio bisnonno: da padre
in figlio, poi noi niente, abbiam lasciato perdere.
Ma appunto mio papà ha cominciato a dire:
Perché non proviamo a portarle? Aveva un amico
che abitava lì in colonia. Mio papà e
mia mamma hanno preso ‘sti alveari, li hanno
messi legati tre o quattro a un bastone abbastanza
grosso, un barò, li hanno appesi sotto con
una corda. Poi uno davanti e uno dietro sono passati
sopra Miretto, ci han messo un giorno per alveare.
Dopo un anno o due poi han visto che il risultato
non era poi quello che speravano. Poi più tardi,
essendo amico del postino di Pontechianale, gli ha
detto: “Portali su da me, lassù il miele è buono,
di alta montagna”. Allora noi portavamo su
le nostre, non tutte ma una buona parte, d’estate.
E poi d’inverno portavamo giù tutte
anche le sue. Le loro svernavano qua da noi e le
nostre le portavamo per il periodo di accolta lassù,
avevamo una specie di cambio. Quando poi mio papà mi
aveva insegnato un po’, mi ero appassionato
e avevo cercato di mettere su anche un allevamento
di regine. Ero interessato, volevo addirittura lasciar
perdere l’officina di fabbro per mettermi a
fare quello, perché mi piaceva. Poi purtoppo
mio papa è morto nell’85. Mio papà diceva
sempre che c’era il detto che quando moriva
il padrone le api se ne andavano via.Non è che
morissero, ma se ne andavano via. Non è che
sono andate, quell’anno c’e stata una
pestilenza e sono morte tutte finchè ce n’era
una sola e allora bon, poi ho lasciato perdere. Parliamo
dell’85, non era poi tanto lontano ma non c’era
il problema varroa come c’è adesso.
Esperimenti col “sistema
grattacielo”
C’era un trattato di apicoltura che mio papà si
era procurato, era un “sistema grattacielo” :
si partiva con due famiglie e si arrivava con quattro,
con in teoria un quintale o più di miele,
che si ricavava da questo grattacielo. Bisognava
avere un allevamento di regine, perché si
cambiava la regina tutti gli anni perché veniva
sfruttata al massimo. Si partiva con una famiglia
normale, poi si stimolava la regina a deporre uova
e man mano che la regina deponeva si metteva una
rete escludiregina sopra la prima famiglia, dopodiché si
prendeva un’altra arnia, si toglieva il fondo
e si metteva sopra a quella lì, in modo che
le api potessero passare sopra e sotto e la regina
no. Bisognava prendere tutta la covata che c’era
sotto e ficcarla lassù sopra e sotto mettere
dei telai vuoti finchè si riempiva completamente
e poi avanti un’altra sopra, sempre lo stesso
procedimento allora c’era la famiglia sotto,
due arnie che contenevano un sacco di api e per ultimo
là sopra si metteva il melario, con la rete
escludiregina e con una regina anche sopra, e a ogni
piano loro uscivano e entravano di lì.
Sarebbe stata un’arnia moltiplicata per tre
virgola cinque: aveva circa duecentomila api almeno.
Solo che bisognava darci da mangiare perché morivano,
allora è andato a comperare dello zucchero
e ci ha dato da mangiare per quindici-venti giorni
per tutti i giorni, e intanto il periodo di grossa
raccolta era finito. Alla fine della fiera ha tirato
fuori un po’ di roba ma si è stufato
perché ha visto che ha dato un lavoro del
cavolo, tutte le volte togli, monta, fai… fosse
adesso, magari con una gru qualcosina, riesce meglio,
solo che poi è una cosa che non ha preso piede.
Facevo anche le regine, mi ero fatto un’arnia
tripla, una famiglia per parte e a metà allevavano
regine, mi facevo i cupolini con la cera e si andava
a prendere le larve di tre giorni con un cucchiaino
piccolo, dopo un po’ di giorni si andava a
vedere se avevan tirato la cella
Avevo già l’officina ma lo facevo un
po’ per passatempo il sabato e la domenica,
ma il grosso lavoro di preparazione lo faceva mio
papà: preparava i telai, li ripuliva, toglieva
la cera, metteva la cera …Non tutte si fecondavano
ce n’erano quelle che andavano perse.
Il miele lo vendevamo perché ne avevamo anche
parecchio. Avevamo preso un anno, non so più se
nel 78 o giù di lì, che aveva fatto
un caldo micidiale, afoso, e d’estate era venuto
fuori il miele verde, perché raccoglievano
sulle foglie, il miele di melata. Tra i nostri clienti
c’eran di quelli che storcevano il naso, non
sapevano bene che cos’era, poi però quando
lo assaggiavano… c’era una famiglia di
Roma che arrivava qua a Sampeyre, loro se ne arrivavano
direttamente coi secchi da 10-12 litri col tappo
di plastica.
Si vendeva anche a gente del posto c’era il
tam tam, il passaparola, ma più che altro
a gente da fuori. C’era già il turismo,
io l’ho sempre visto il turismo.
Anche con settanta casse arrivavamo a Natale che
non ne avevamo più io so che quell’anno
lì, il famoso anno della melata ne avevamo
fatto un bel po’, quattro quintali o giù di
lì , mio papà era tutto preoccupato:
adesso cosa ne facciamo di tutto quel miele? Io dicevo:
lo mettiamo lì, qualcuno verrà a comperare.
Ben, siamo arrivati a Natale che non c’era
più.
Chi veniva su comunque era tutta gente del ceto medio
e poi finiva che spendevano, quei pochi che venivano,
adesso viene su un sacco di gente ma…
Arrivano i nomadisti in Val Varaita
I nomadisti sono arrivati dopo,
c’era già qualcuno
che veniva su, ma i nomadismi quelli veri e propri,
quelli che poi secondo me son quelli che hanno portato
su le infezioni, che han fatto morire tutto, secondo
me è così…poi magari non è così!.
Quando avevano fatto il Consorzio di Cussanio, la
Cooperativa, erano venuti su a Sampeyre, avevano
parlato in Comune. Non so bene dove erano andati,
avevan detto che avrebbero voluto fare un corso per
gli apicoltori di montagna , se fossero stati interessati
a come si mandava avanti un apiario coi sistemi moderni.
Infatti eravamo andati in molti a sentire quattro
o cinque serate dove spiegavano come fare per evitare
la sciamatura, la creazione di famiglie e nuclei,
la produzione di pappa reale e secondo me era stata
una cosa buona perché aveva portato una ventata
di novità in valle. Infatti poi tanta gente
si era messa di nuovo a tenere le api. In seguito
a quello quelli lì venivano su e portavano
su i loro apiari infestati, e ne avevan messi dappertutto,
ce ne sono ancora adesso, poi era venuto fuori il
discorso che c’era una legge che diceva che
dei nomadisti dovevano mettere i loro apiari in un
raggio di tre chilometri dagli stanziali, allora
se metti un apiario qua tre chilometri di raggio
prende fino a… poi c’erano state delle
discussioni, s’era bisticciato. Poi nel giro
di qualche anno è scoppiata questa epidemia
di peste americana, che poi uno non si può difendere.
Fosse peste europea, uno si difende ancora, ma lì dovevi
buttare via tutto, bruciare… non si poteva
neanche recuperare il materiale, telai e arnie, perché le
spore rimangono lì. C’era da ripartire
da zero
Questa legge nessuno l’ha mai fatta rispettare,
esiste tuttora ma io vedo che non viene rispettata
perché ci sono api da tutte le parti, d’estate.
Già tanti anni venivano su, ma piùttosto
dalle parti di Casteldelfino e Pontechianale perché su
a Casteldelfino c’era Feliciòt Gaude
era uno che ne aveva un mucchio, poi uno a Frassino
che sarebbe il papà della maestra Bastonero
erano quelli più grossi. Da noi qua (a Sampeyre)
non venivano, han cominciato a venire in seguito,dal
Roero, e poi andavano anche nelle altre valli, ho
sentito dire che anche in Valmaira avevano”invaso” la
valle un po’dappertutto, e a un certo puntosi
sono trovati tutte le arnie giù nel fiume:
la gente parlano poco ma fanno di più e allora
poi non le han più portate. Han fatto anche
portar via i cervi di là, si sono aggiustati
in modo che ‘sti i cervi sparivano.
C’erano andate su delle guardie per controllare ‘sti
cervi su dietro il Pergo. Quando sono arrivati sul
poggio han cominciato a sentire sparare. Giù un
cervo, giù un altro… non si sono mica
fidati tanto ad andare avanti, e allora sono tornati
indietro. Quando sono spariti dalla vista dei cervi
gli spari sono anche smessi, allora han capito, allora
son saliti su il giorno dopo con tutta una serie
di gente e quei cervi li hanno mandati qua in Valvaraita.
Dopodiché quelli di Chianale si sono messi
a litigare, a protestare, perché saltavano
negli orti, allora chi era responsabile di tutte
queste bestie qua ha detto “No, no, non sono
quelli della Valmaira, sono quelli della Francia,
del Cheirasco che sono venuti in qua… Solo
che su al Colle dell’Agnello c’erano
ancora due o tre metri di neve: non si riusciva a
capire come avevano fatto ad arrivare fin qua, e
poi chissà perché tutti in Valle Varaita
, e così è stato.
La montagna sfruttata
E’ sempre stato terreno di conquista, ma
adesso di più ancora, perché è come
la storia del “Mondo dei Vinti”: non è mica
finita. L’unica ricchezza della montagna era
l’acqua, adesso è andata a finire in
mano a quelli della pianura. Esula da tutto il discorso
delle api, è solo per mettere un piccolo punto
alle cose come stanno. Su di qua il vecchio detto
del dividi ed impera dei tempi romani continua a
esistere adesso, perché se no si sarebbe potuto
benissimo fare un consorzio di valle coi sindaci
della valle. Dopodiché l’acqua è nostra
noi la gestiamo. Se la pianura la vuole ce la paga.
Cerchiamo di tirar su due soldi e di migliorare le
condizioni qua. Solo che poi tra comuni non si possono
vedere, tra sindaci neanche, allora si è dovuto
fare un Consorzio più allargato i voti vengono
divisi per numero di abitanti,noi qua siamo nessuno
e allora anche lì abbiamo perso un’altra
battaglia, un po’ come la storia delle api.
Adesso la storia dei nomadi che vengono su vanno
dai soliti e poi li mettono nei posti recintati perché forse
hanno paura che succeda come in Valle Maira , poi
gli danno due soldi e un po’ di miele qualcosa
così. Secondo me noi qua siamo proprio aggrappati
alla montagna. Adesso c’è mio figlio
che vuol fermarsi qua, fa bene, per carità perché se
no finisce tutto. Come abbiamo tribulato noi penso
non tribulerà mai degli altri. Siamo penalizzati
un po’ su tutto.Quello che è brutto è che
la montagna non ha mai voce in capitolo perché quando
si tratta di venire a cercare i voti tutti vengono …dopodiché non
li vedi più, poi chi se ne frega perché a
Sampeyre siamo sei settecento votanti che è già un
comune grosso, Casteldelfino credo sia di cinquanta
cento. L’onorevole va a Lagnasco, lì dove
ci sono i consorzi delle mele e delle pere e dei
kiwi, laggiù ci sono i soldi, ma noi su di
qua…giù c’è la gente, c’è l’economia,
c’è tutto. Da noi qua vengono ogni tanto,
fanno i convegni sulla montagna, a un certo punto
ci metteranno dentro una teca di vetro… che
poi servono per mangiare quattro soldi e fare una
cena al ristorante, punto, finisce lì. Infatti
la gente del posto non va. Piccoli politici della
valle, della comunità Montana. Poi tanti progetti,
ma non si sa perché non sono mai professionisti
della valle che li fanno, ma gente che arriva da
chissà dove. Secondo me però adesso
le cose vanno cambiando perché con questa
crisi che è venuta fuori va a finire magari
che qualcuno viene ancora su di qua. C’è la
Michelin che sta chiudendo a Torino, se chiudono
poi anche a Cuneo, è un primo indizio, vorrei
sbagliarmi ma tra due anni ci sarà un bel
po’ di gente senza lavoro e magari con case
pignorate se han fatto mutui per avere un tetto sulla
testa. Proprio oggi al telegiornale del Piemonte
sentivo che a tutt’oggi han già superato
non so di quanto i pignoramenti dell’anno scorso.Non
sono dei delinquenti, è gente che purtroppo
ha perso il lavoro, non ha più potuto far
fronte a un mutuo e quindi han fatto quella fine
lì. Se vogliamo, noi qua non si sta ancora
male dal punto di vista economico a differenza di
quello che era nell’immediato dopoguerra, quando
c’era un sacco di gente che poi è emigrata,
tutti in Francia. Alla fine dell’Ottocento
andavano in America, mio nonno stesso è stato
in Argentina per sette anni, dopo per un caso è ritornato,
se no sarei nato là. E poi la montagna ha
sempre fornito gli alpini da mandare a morire in
Russia piuttosto che sul Carso o da qualche altra
parte. Guarda i monumenti che ci sono in giro, ci
son delle liste tante di caduti, non è per
fare le vittime ma siamo sempre stati un po’sfruttati,
il mondo contadino. Adesso non più tanto,
ma allora erano tanti i contadini. Chi aveva due
mucche stava bene, chi ne aveva quattro era ricco,
nel mio ricordo. Fino anni 50-60 giu di lì.
Noi avevamo addirittura cinque mucche, eravamo quasi
i più ricchi del comune, di fronte alla gente.
Adesso con un affare del genere cosa fai?
Trentamila capi di bestiame
E sempre tornando al discorso
delle api mio padre raccontava un aneddoto, non
so se poi è successo,
ce n’era uno che passava un po’come il
Bertoldo della famosa storia di Bertoldo e Bertoldino,
uno che aveva il podere, le sue cose. E’ arrivato
uno che voleva comperargli le mucche ma non voleva
dargli niente e allora lui: “ Sì, sì,
va bene, mi dai un tot per ogni animale che io ho.
Io ti do tutto, mi paghi un tot per ogni animale,
grossi o piccoli”. L’altro ha studiato
un po’:”Avrà delle galline, avrà dei
conigli, però aveva le mucche, faceva una
buona media…” Allora quando è venuto
su che ha caricato la baracca, han cominciato a contare.
C’erano tre o quattro mucche, poi c’era
l’asino. poi c’erano le galline poi c’erano
i conigli… Poi han moltiplicato, e lui dice: “Mica è finito
lì!”, c’erano quattro alveari,
e lui gli fa: “Là dentro ce ne sono
trentamila per posto, se non ci credi valle a contare!” E’ una
storia che mi raccontava mio papà.
Noi ai nostri tempi gli sciami ti partivano, allora
ci correvi dietro con una falce, o un martello
e ci picchiavi sopra per fermarli. Dicono che quello
li fermava, io l’ho fatto. Mio papà mi
mandava in giro, uno era partito si era fermato
lì davanti all’apiario…si fermano,
si fermano…ma poi sono di nuovo partite,
allora dagli dietro! Poi sono andate fino alla
Roera, un bel pezzo, poi sono andate a ficcarsi
su un frassino,ma in punta a dieci o quindici metri
di altezza. Ben, mio papà è andato
a prenderlo. Mio papà era un gatto a andare
sugli alberi, era una cosa di famiglia c’era
anche un suo cugino di Morero, anche quello lì andava
fino in punta. Allora avevi la scala a pioli, di
legno, cinque metri al massimo. E da lì andar
su, se era un albero bello che tutti gli anni venivano
tagliati i rami, era quasi una scala, uno saliva.
Ma se non avevi tagliato i rami… Era salito
su con la sega, pian pianino aveva preso ‘sto
ramo, l’aveva tagliato, poi l’aveva
legato con la corda, pian piano è andato
giù e sotto si era preparatole cassettino
e poi l’aveva legato lì all’albero
in modo che le api che erano ancora in giro andassero
a finire tutte lì.
Era andato a prenderne uno che era nel sopraluce
di una porta di signori francesi. Avevan già fatto
la cera, ha tagliato la cera, messa nella cassetta
e portato via tutto.
Non so se oggi il miele vale come allora,anni ’70-’80.
Quell’anno che avevamo fatto tanto miele io
mi ero arredato la camera da letto mia. Mio papà e
mia mamma si erano rifatti la camera da letto loro
e ne avevamo ancora avanzati un bel po’. Poi è cominciato
a arrivare ‘sto miele argentino. Il problema
grave dell’apicoltura è che non si è evoluta.
Qui in montagna c’è tanti prodotti di
nicchia, ci sono le nostre mele che sono proprio
miele autoctone, si trovano solo qua, da nessun’altra
parte. Probabilmente nessuno ci ha mai pensato, non è che
non si vuole fare, siamo talmente in pochi…
Se no sarebbero prodotti di nicchia che secondo me
avrebbero un ottimo mercato perchè ormai la
gente cerca. Anche il nostro miele avrebbe un grande
futuro, il miele della montagna.
Questi giovani, adesso il pallino è in mano
loro. Intanto hanno avuto la fortuna di aver studiato
un po’ di più. Io son stato già privilegiato
perchè sono riuscito ad avere un titolo di
studio che era già equiparato alla terza media.
Allora c’era il famoso avviamento, sono uno
dei pochi della mia generazione che ha potuto studiare
fino a quattordici anni, avrei tanto voluto andare
oltre, solo che mio papà aveva già finito
i soldi. Però secondo me avete la possibilità.
Sarà complicato perché se voi saltate
fuori a chiedere un marchio di qualità ci
saranno sicuramente le Langhe e il Roero che saltan
su: “lo facciamo noi!”
Montanari e langaroli
Noi andavamo a comperar le uve
giù di là,
in Langa, un anno andavamo a raccogliercele. Prima
andavi a veder la vigna: se fossero andati in cento
a comprare l’uva facevan vedere a tutti la
stessa vigna!
Dopodiché andavi giù, raccoglievi è successo
a me a venti, venticinque anni. Eravamo andati giù a
raccogliere perché poi più tardi veniva
giù il camion per caricare. Allora eravamo
su di sopra in cascina, caricavamo un trattore cingolato
lì poi andavamo giù a scaricar le cassette
e io mi sono attardato un momentino: “No, no,
io vengo su a piedi…”, vado su un po’e
mi giro indietro e vedo un ragazzino-avrà avuto
dodici anni -che tirava fuori delle cassette dal
garage e metteva dentro le altre. Loro erano andati
a prendere queste uve chissà dove, ci cambiavano
le uve.
Allora doppia beffa, perchè noi eravamo andati
a raccoglierci l’uva per sapere cosa ci portavamo
a casa, gli altri ce le han pure cambiate e allora è venuta
fuori una grana che non finiva più. Il camion
era arrivato, e il camion costava caro, prendeva
un giorno. Allora abbiamo mandato al diavolo quello
lì e abbiamo cominciato a girare finchè abbiamo
trovato delle uve, perché non potevi venire
a casa col camion vuoto, dovevi pagarlo, ed è stato
l’ultimo anno che siamo andati a cercar l’uva
giù. Dopo a un certo punto sono andati in
crisi venivano su a cercare di venderci uva perché non
c’era più nessuno che andava a comperarla,
poi han tirato fuori ‘sto Slowfood, sono state
quelle cose lì che li han tirati fuori. Adesso
son carichi di soldi che non finisce più.
Noi qua siamo in un paese turistico dove la roba
non è che costa poco. Noi se capitiamo giù di
lì andiamo anche al supermercato qualche volta,
per salvare due soldi. Quei signori lì quando
vengono su da Alba che vengono a far la spesa qui
a Sampeyre… Adesso forse sono cambiati i langaroli
perché sono già generazioni dopo, ma
quelli che ho conosciuto io…Quando andavamo
a prendere le uve giù di lì loro facevano
cuocere la faraona. Quando avevi caricato tutta la
baracca intanto c’era sempre la bottiglia,
ti mettevano già un po’…, poi
non so se era faraona, mangiavi come un bue e poi
quando uscivi di lì non ne capivi più niente
e chissà cosa facevano. Andavi giù e
quando caricavi ‘ste uve misuravi e facevano
venti ventuno ventidue più di saccarina, andavi
su le misuravi e facevano diciotto e mezzo! Perso
nel viaggio!
I bombi e le vespe
Quando eravamo ragazzi andavamo
a fare il fieno con la falce. Poi mio papà ha comprato la
falciatrice, eravamo già signori. Quando andavamo
a tagliare questo fieno trovavamo un nido di bombi.
Allora ce n’eran di quelli rossi, di quelli
bianchi un po’ neri, di quelli neri un po’bianchi
e facevano il nido in piccole infossature del terreno
e si coprivano la loro cera con del muschio. Andavano
a prenderlo in giro e quando ero ragazzino e mio
papà andava a tagliare il fieno gli dicevo: “quando
trovi un nido di bombi metti un segno”, allora
lui prendeva un bastoncino e lo piantava. Io andavo,
avevamo la scatolette della carne, andavo lì di
sera, toglievo tutto e mettevo dentro le scatolette.Mi
facevo anche pungere un po’ Poi la lasciavi
due o tre giorni andavi la notte chiudevo e me la
portavo a casa e lo mettevo sul balcone. Un anno
ne avrò avuto dieci quindici. Poi mi prendevo
una paglia di grano e mi succhiavo il miele, era
buono…
Noi capivamo dai bombi e dalle vespe l’andamento
della stagione, se c’erano tanti bombi quando
tagliavi il fieno, stai tranquillo che quell’estate
lì era un’estate estremamente piovosa,
e se invece non c’erano i bombi trovavi le
vespe, ma lì era diverso, perché quando
arrivavi a tagliare il fieno e trovavi un vespaio
ficcato nel terreno lasciavi tutto lì e scappavi,
se c’erano le vespe stai tranquillo che era
l’estate della siccità e non sbagliavi,
era così.
Qualche bombo lo vedo in giro, ma proprio i nidi
non li vedo più, adesso poi con la falciatrice
spacchi tutto.
Vita di una volta in valle
Noi finivamo scuola verso il
venti di giugno ed era già in pieno periodo di fienagione, si
cominciava verso fine maggio e allora si tagliava
tutto a mano e quindi la fienagione durava anche
più di un mese, non si tagliavano grosse estensioni
come oggi. Un pezzo per volta, e poi dovevi girarlo
tutto a mano, te lo portavi a casa sulla schiena.
Abbiamo tutti un bel mal di schiena, da qualche parte
mi è venuto… Poi non era in piano, era
ripido…Ma era una bella vita al di là delle
faticacce che bisognava fare. Comunque c’era
un tessuto sociale che andava bene, lasciamo perdere
l’estate, tutti da fare fin sopra la testa,
ma a partire dai Santi in avanti c’erano le
varie tradizioni. Potevi mandare le pecore in quello
di tutti. C’erano delle date fisse. Non c’era
la televisione né niente, la sera ci si trovava
nelle stalle e c’era la famosa vegliata. Allora
i bambini giocavano, le donne chi faceva a maglia
chi filava, e gli uomini preparavano per far le slitte,
facevano le corde, e lì si chiacchierava.
Facevi cuocere due castagne o due patate. Verso novembre
si faceva il pane per l’inverno per la famiglia.
Ma non tanto per la famiglia, per gli animali si
faceva il pane piuttosto di crusca, che sarebbe servito
per fare il pastone per le mucche. Allora si faceva
turnazione: il primo che scaldava il forno prendeva
un po’di legna da tutti gli altri perché per
scaldare il forno la prima volta ci voleva più roba.
Scaldavamo con le fascine, legno piccolo, allora
nella borgata ci volevano dodici, tredici fascine
per scaldare il forno: era grosso, cuoceva cento
e passa pani. Gli altri dopo si trovavano già il
forno caldo, usavano circa la metà. Alla fine
quando si tirava fuori il pane che il forno era ancora
caldo si faceva la famosa torta, quella dolce e quella
salata. Sono ricordi lontani, c’era mia nonna
che lo faceva, mia mamma non lo ha mai fatto. Metteva
due strati di pasta, in mezzo ci metteva della verdura,
delle rape, un po’di tutto e poi, dopo il pane,
siccome era più sottile, cuoceva. E facevano
la torta di mele, sempre per sfruttare bene il caldo
del forno.
Studiare da fabbro
Io ho ancora visto tutto questo
di sfuggita, parliamo della fine degli anni sessanta
forse anche prima,
perché poi è sparito tutto. Quando
Giovanni Agnelli ha avuto bisogno delle braccia del
papà per fare la Cinquecento è finito
tutto. Giustamente la gente voleva riscattare la
miseria che aveva patito e sono andati. Poi non c’era
possibilità di sviluppo, sono andati via.
Poi c’erano i pazzi come me che avrebbero trovato
un posto di lavoro anche in banca, perché ai
quei tempi là …non avevo voglia di andarmi
a ficcare in banca. Mio papà faceva dei salti
alti così: “E’andato a studiare!” “Cosa
vuoi fare? Se vuoi teniamo le mucche, prendiamo due,
tre mucche più. Io però le mucche le
avevo prese in odio perché son sempre andato
al pascolo con le mucche. Io ero il più piccolo
e il più piccolo andava al pascolo con le
mucche, non scappavi di lì, era la regola
e io odiavo quella parte anche perché una
volta era caduto un fulmine ed ero rimasto intontito.
Mio papà è venuto a prendermi, io avevo
perso le mucche. Era poi stato il cane che aveva
accompagnato mio papà a trovarmi dov’ero,
perché aveva portato a case le mucche.Mio
papà e mia mamma avevano visto che arrivavano
a casa le mucche e io non c’ero. Raccontava
sempre che aveva chiesto al cane: “Dov’è Sandro?” e
l’altro ha abbaiato due volte ed è partito,
e lui dietro. Solo che io mi ricordo di questo fulmine
che mi è caduto proprio davanti al naso. Era
un pino e mi ero appena tolto di lì, si era
messo a piovere e io mi ero rificcato sotto il pino,
poi mi era venuto in testa che mio papà mi
diceva: “quando piove non star sotto una pianta” e
così mi ero spostato un po’: era stato
scortecciato completamente, il fulmine gli aveva
fatto un giro intorno. Mio papà si era arrabbiato: “devi
decidere cosa vuoi fare!” “A me piacerebbe
imparare a fare il meccanico e il fabbro”.
Allora lui era amico a Sampeyre con uno che gli portava
la moto ad aggiustare. Perché lui aveva imparato
a andare in moto a cinquant’anni e non sapeva
il motore che cos’era! Ho cominciato a lavorare
e da lui poi son stato così pazzo da prendere
questa attività qua. Mi ritengo già un
fortunato perché sono riuscito a fare quello
che mi piaceva, ho potuto scegliere. Se uno lavora
per forza, poi tribola.
Sono stato amministratore del ricovero, consigliere
comunale e assessore, sono stato per tredici anni
in Croce Rossa. Adesso mi limito a fare il donatore
di sangue ogni tanto.
Sono andati un bel po’ a comprare pacchi d’api
in Toscana nell’85
A quei tempi là c’era l’Emilia
Romagna che era forte come apiari e poi c’era
il Comasco.
A noi per farci entrare per forza in Cooperativa
ci hanno inventato la storia che non avremmo potuto
vendere il miele per conto nostro, già allora
bisognava mettere il marchio, il sigilllo dovevi
chiedere all’ASL
Il fine ultimo era quella di invadere la valle, memori
dell’esperienza della Valmaira hanno cercato
di partire da un altro sistema. Sono partiti con
l’apiario sperimentale della Valle Varaita
che era presidente il sindaco di Casteldelfino. E’ tutto
partito da lì, lì probabilmente un
po’ di soldi giravano, c’è ancora
il posto dell’apiario.
Loro facevano la voce grossa, portavano le loro api.
Noi abbiamo cercato di fare fronte comune per difenderci
un pochettino da questa invasione. C’eravamo
rivolti ai Coltivatori Diretti, io non ero qua e
mio papa era pensionato parastatale, ma c’era
tanta gente che erano coltivatori diretti e si erano
rivolti alla loro associazione, solo che quelli laggiù contavano
di più. E io ero giù a Cussanio, ero
andato a prendere il famoso melittosio, zucchero
denaturato per nutrire le api, dopodiché pretendevano
che bisognava dargli il miele, dargli la cera. Mio
papà ha trovato uno a Cuneo che ritirava la
cera, e lui prendeva i fogli cerei. Era lì in
Borgo Garibaldi, dopo Piazza Galimberti: Chiappello.
Portavamo lì i pani di cera e ce li pagavano
pure bene. E poi venivano su i mobilieri a prendere
la cera e la pagavano pure bene, per quello dicevo
che una volta l’ape era una ricchezza. Adesso è diventato
tutto troppo appiattito, per questo ho detto che
non capisco perché non si è pensato
a fare la doc sul miele.
Da noi avevamo grano. Loro lassù, grano saraceno,
segale e un po’di patate. Partivano, andavano
su nell’Alevè con dei sacchi e li riempivano
di pinoli. Li rompevano tutti e li portavano a un
frantoio che c’era qua e facevano l’olio
coi pinoli dopodichè recuperavano la truietta,
quella che rimaneva e facevano delle specie di torte
e se le mangiavano pure. Mia mamma diceva che quell’olio
lì lo usavano solo nelle grandi occasioni,
perché quando ne facevano tanto, ne facevano
un paio di litri”.
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