EUGENIO
CASTRINI: “Non ho sciupato l’esistenza”-
le vite intense di Mauro e Eugenio Castrini
a cura di
Paolo Faccioli - gennaio 2008
Da guardafili
ad apicoltore
“Io sono bresciano. Mio padre Mario faceva
il guardafili del telegrafo, nel lontano 30-35. Allora
assegnavano le tratte dei tronchi telegrafici a un
guardafili. A Brescia non c’era posto: si era
liberato un posto qui a Barge, lui venne qui, gli
piacque il posto e si trasferì. Io ero un
bambino piccolo piccolo: io sono del 29, e si era
nel 35. Ecco perché i Castrini, bresciani,
sono finiti a Barge. La mia infanzia l’ho fatta
qui coi ragazzi della mia età, le elementari
le ho fatte tutte a Barge, poi ho fatto tre anni
di avviamento a Pinerolo: siamo sempre stati qui
nella zona, prima in paese, poi mio padre ha comprato
questo appezzamento di terra.
Dunque, a mio padre avevano appena assegnato il troncone
di linea che partiva da Barge e prendeva tutta la
Val Pellice. Assegnavano queste tratte e il guardafili
doveva essere a disposizione per eventuali guasti
che dovessero verificarsi, per interventi sulle linee
telegrafiche. Mio padre aveva come obbligo tre perlustrazioni
ordinarie la settimana, il tronco tra Barge e Bobbio
Pellice era diviso in tre. Al lunedì andava
fino a Bricherasio, il mercoledì andava fino
a Torre Pellice e il venerdì fino a Bobbio
Pellice, guardava che non ci fossero isolatori rotti
o rami che toccavano i fili e disperdevano corrente.
Il resto del tempo era libero, anche se doveva essere
sempre reperibile e partire immediatamente per rimuovere
un eventuale guasto. Tante ore libere. “Sono
lì che non faccio niente” pensava mio
padre. Andava tanto in Val Pellice, e lì c’erano
tanti apicoltori a livello famigliare, con pochi
alveari magari ancora villici. Così tentò di
appassionarsi all’apicoltura; non ne sapeva
niente. Acquistò, nel 36 o nel 37, quattro
alveari in una cascina. Erano alveari moderni, malandati,
costavano anche poco. Lì cominciò l’avventura
in apicoltura. Poi passò da quattro a otto,
da otto a dodici e via via aumentò fino a
quando arrivò la guerra, e bene fu che mio
padre fosse apicoltore: la gente era quasi alla fame
e con il miele si riusciva a fare cambio merce, ad
avere quasi tutto, noi non ci siam quasi accorti
delle ristrettezze della guerra. Un chilo di miele
valeva tanti chili di farina, un salame magari, e
zucchero non ce n’era. E il miele era molto
ricercato.Gli eventi della guerra avevano quasi distrutto
il patrimonio apistico in Italia e chi aveva delle
api aveva una fortuna in mano. Tutti cercavano delle
api e allora mio padre, che aveva settanta-ottanta
alveari, vendette delle api e realizzò. Finchè poi,
dopo il 45-46-47 andò tutto peggio, fino agli
anni 70 che l’apicoltura era quasi morta: più nessuno
cercava il miele, ormai c’era abbondanza di
zucchero.
Mio padre guadagnava ancora perché aveva uno sbocco nella Val Chisone,
a Pragelato. Allora gli apicoltori di lassù compravano api in pianura,
api che fossero pronte per il raccolto estivo dei prati alpini, poi toglievano
completamente tutto il miele. Quel miele infatti riuscivano ancora a venderlo
a prezzi remunerativi, anche perché erano riusciti a pubblicizzarlo
bene: del miele di Pragelato si parlava sulle guide del Touring . Dunque comperavano
le api a primavera, toglievano tutto il miele, se riuscivano a far sopravvivere
le api bene, altrimenti niente, le compravano di nuovo. E si era instaurato
questo rapporto con mio padre, che li riforniva di api a primavera. Quello
sbocco permise a mio padre di continuare l’apicoltura mantenendo il suo
impegno di lavoro e avendo una certa remunerazione. Il miele all’epoca
non valeva niente. Negli anni 55-60 valeva di più lo zucchero che il
miele. Vendevamo il miele a 170-180 lire e lo zucchero era sullo stesso prezzo
In quel periodo nessuno teneva più le api, nessuno si appassionava di
apicoltura a meno che non avesse proprio il pallino”.
Inizi avventurosi del nomadismo “Mio padre aveva un pezzo di terreno e centocinquanta
arnie. Seguendo le sue orme, ero anch’io entrato
nel telegrafo già a quindici anni- Andavamo,
appena finita la guerra, a maggio a riparare le linee
telegrafiche distrutte dalla guerra. Durante la settimana
e la domenica si trasportavano le api in montagna
per fare il miele di montagna, o giù nel Roero
e nelle Langhe per fare il miele di acacia. Si noleggiava
un autotrasportatore. Poi venne il momento che ci
prendemmo un mezzo nostro.
Nomadismo mio padre lo aveva fatto quasi da subito.
Aveva iniziato con quattro alveari nel 36-37. Nel
41- 42 portava già a Crissolo, in Val del
Po, otto-dieci alveari su un carretto trainato da
un mulo. In piena guerra! Mi ricordo che aveva le
api su a Crissolo. Era già dopo il 43 , c’era
stato l’armistizio e si erano già formate
le formazioni partigiane qui nella zona. Crissolo
venne bombardata da aerei tedeschi Cicogne, buttavano
giù spezzoni perchè ritenevano che
ci fosse una base partigiana. Quell’anno non
vennero distrutti gli alveari, ma portò a
casa diverse latte di copertura che erano state forate
dalle schegge di questi spezzoni. Nel 44 non è più andato
perché le condizioni dell’epoca erano
proibitive, era tutto un continuo viavai di rastrellamenti
e spedizioni punitive contro le formazioni partigiane:
qui c’erano delle formazioni garibaldine che
erano molto vivaci , nel contrastare sia i repubblichini
sia i tedeschi”.
Una rete di contatti e amicizie
“Mio padre si era appassionato molto. Si era
già abbonato, in un’epoca in cui pochissimi
leggevano riviste, all”Apicoltore d’Italia” e
poi, essendoci qui a Barge una famiglia svizzera,
si fece abbonare a “L’ape”, una
rivista del Canton Ticino che leggeva sempre. Era
molto portato a socializzare e dove vedeva che c’erano
degli alveari, andava a curiosare. S’era fatto
una cerchia di amicizie e di contatti anche sotto
il profilo economico: compravano sciami e cera, lui
comprava i favi e faceva fondere la cera: con la
sua attività vivace inculcò anche a
me la passione, e quando eravamo a casa eravamo sempre
intorno i alle api.
Quando andò in pensione, si allargò il
numero degli alveari, si aumentò la produzione
e si cominciò a produrre anche polline, propoli
e pappa reale, sia pure in quantità modeste,
per sfruttare tutte le possibilità che poteva
dare l’apicoltura. Si faceva allevamento e
siamo arrivati ad avere trecentocinquanta alveari.
Mio padre si informava con tutti, era in contatto
anche con apicoltori di livello più alto, anche se allora ce n’erano pochissimi, qualcuno che
magari aveva 30 40 alveari. Si scambiavano -è sempre un dare e ricevere-
e poi leggeva tanto e si era fatto una buona esperienza. Nella zona Torino-
Cuneo era forse il miglior apicoltore. Ci si serviva da Stalè, anche
loro erano apicoltori e sapevano cose che mio padre non sapeva.
E’ morto nel 2000, gli mancavano un paio di mesi ai 91 anni. Io avevo
cominciato nel 1945 il servizio, che ci garantiva quel minimo di stipendio
e poi di pensione e ci permetteva di lavorare con una certa tranquillità e
arrivavamo da esperienze che l’apicoltura non era un’attività che
potesse dare un grosso reddito, e invece dagli anni 70 in avanti si poteva
anche vivere di apicoltura. Io avevo già cinquant’anni, che è un’età in
cui uno può cominciare a pensare a tirare i remi in barca, altro che
iniziare un’attività, un’attività professionale!”
Apicidio in arnie razionali
“Con cento alveari iniziali, si arrivava magari
in autunno con centotrenta, più tutti gli
sciami, e, se capitava l’occasione, mio padre
comperava sempre. Magari c’era qualcuno che
aveva villici e non sapeva cosa farne. In primavera
le travasava nel moderno si aveva quello sbocco della
Val Chisone, di Pragelato e si vendevano settanta-ottanta,
fino a cento famiglie. Gli davamo l’arnia piena
sotto raccolto, verso il 15-20 di giugno portava
su le api, poi un giro in autunno a ritirare le arnie
vuote.Il contratto era così, tanti le uccidevano
per prendere il miele, e gli conveniva così.
A Pragelato, 1400 metri di altezza, era molto difficile
mantenere le api d’inverno per l’anno
successivo, aveva un costo.
Poi quando ci eravamo perfezionati si mandava su
le arnie piene e si tornava d’autunno a ritirarle
coi dieci favi svuotati. Era un po’ rischioso
perché in quelle zone serpeggiava molto la
peste americana. E mio padre si era fatto costruire
un recipiente d’acciaio in cui ci stava dentro
un’arnia intera, la faceva bollire cinque minuti
con acqua e soda, e non abbiamo mai avuto epidemie.
Questa era una disinfezione sistematica. I favi si
ritagliavano dai telai e si facevano fondere, si
faceva la cera e i telai si bruciavano. Le riproducevamo
per divisione o per allevamento o per sciamatura.
Abbiamo avuto sempre una sciamatura abbastanza vivace
perché le api si raccoglievano dai villici
della zona, ce n’erano molte nelle cascine
e ciabòt, era piccola proprietà contadina
con un ettaro, un ettaro e mezzo di terra, moltissimi
avevano le api. E così sia perchè le
nostre api erano di un ceppo di qui e sciamavano
molto, sia per i contatti con i piccoli apicoltori
che vendevano sciami, si continuava a far famiglie.
Erano piccole quest’anno, normali l’anno
dopo. L’apiario qui a casa era il porto di
mare dell’apicoltura. Ci tenevamo 50 alveari
e quando portavamo qualcosa lo portavamo qui, così lo
potevamo tenere sotto osservazione e curarlo”.
La tecnica del travaso
“Mio padre prendeva il bugno e lo portava
a casa e gli riportava poi il tronco d’albero
e le quattro assi inchiodate se lo richiedevano,
ma non era un problema per i contadini, perciò in
genere portava via tutto. Il bugno villico era piazzato
su un’assicella o su una pietra, qui usavano
soprattutto tronchi d’albero. Faceva con un
trapano tre-quattro fori da 12, 13 mm intorno alla
testa del bugno. Poi lo rovesciava, la testa del
bugno andava a finire sul banchetto. Poi metteva
sopra al bugno rovesciato un cassettino pigliasciami,
i fori erano sul fondo. Faceva fumo dentro questi
fori Le api tendevano a salire e anche la regina
saliva e trovavano, appoggiato su un angolo del bugno,
il pigliasciami. Con degli accorgimenti, con magari
del mastice, si faceva in modo che la superficie
di salita fosse più larga possibile,appoggiata
allo spigolo del bugno.Con un martelletto ta-ta-ta,
si faceva ta-ta-ta-ta-ta-ta
-ta, le api si riempivano
di miele, come fanno quando sentono rumore, e cominciavano
a salire, quando si muoveva la regina in un attimo
salivano su tutte. Il pigliasciami era appoggiato
sul bordo nudo, loro arrivavano lì perché erano
spinte dal fumo lo si metteva nel senso dei favi
e si appiccicavano tutte sul fondo di questo pigliasciami,
a volte ci mettevano dieci minuti a volte mezz’ora
a seconda anche della temperatura che c’era.
Se si faceva in primavera, per recuperare la covata
dei bugni si legavano i pezzi di favo dentro i telaini
già predisposti, d’autunno invece si
prendevano le api e si portavano a casa, e si lasciava
al contadino il bugno coi favi e tutto , lui li ritagliava.
li torchiava e faceva il suo miele. Il torchio per
torchiare, c’è chi ce l’aveva,
e altri non ce l’aveva, e a pagamento dell’uso
del torchio ci lasciava la cera”.
Anni prosperi
“Vennero gli anni migliori. Dagli anni 70
in avanti i consumatori cominciarono ad apprezzare
i prodotti dell’alveare Eravamo già molto
conosciuti nella zona Dieci anni dopo che è andato
in pensione mio padre, ci sono andato anch’io,
dopo trentacinque anni di onorato servizio, e allora
dall’hobbistica passammo a un’apicoltura
professionale a livello familiare, mettendoci a posto
sotto il profilo igienico, fiscale, una piccola azienda
agricola di apicoltura. All’epoca avevamo trecentocinquanta
alveari. Vendevamo tutta la produzione di miele,
cera, api, e anche polline e pappa reale sia pure
in quantitativi modesti. Vendevamo tutto noi direttamente,
con grosso sacrificio, quasi la completa produzione,
tranne in annate particolarmente favorevoli, ma il
90% si vendeva tutto a casa. Alla Cooperativa Piemonte
Miele, dove io ero anche nel Direttivo, cedevamo
qualche quintale di miele, qualche chilo di propoli.
qualche forma di cera Avevamo un piccolo locale di
vendita. Barge non è tanto lontano da Torino,
molta gente andava in Val Po, andavano a Crissolo
per fare sport invernale, eravamo molto conosciuti
nella Val Pellice e nella Val Chisone, nel Pinerolese
e nel Saluzzese e c’eravamo fatti una clientela
che riusciva ad assorbire tutto o quasi tutto, li
abbiamo sempre trattati come i consumatori dovevano
essere trattati, dandogli un prodotto genuino, dandogli
solo il miele che si produceva, che magari poteva
non piacere come il miele di castagno: allora gli
si spiegava con molta pazienza la differenza che
c’è tra un miele cristallizzato e un
miele liquido, una pubblicità corretta fino
al 2000”.
Sequenza delle fioriture in un territorio che cambia
“Noi producevamo solo i mieli della zona.
Avevamo il tarassaco, che si faceva in pianura. Poi
si andava nel Roero e nelle Langhe a fare il miele
di acacia. C’era una zona del Roero dove c’era
anche il castagno, e alle volte lasciavamo le api
fino a fare il raccolto anche del castagno; anche
se non era completamente maturo lo si portava qui
nel magazzino dove avevamo la camera calda e lo facevamo
asciugare. Oppure quei melari si mettevano sulle
api qui, chè qui è zona di castagno.
Là la fioritura era precoce, qui veniva quindici
giorni più tardi e poi dall’acacia si
prendevano le migliori e si andava in alta montagna,
sui 1400-1600 metri. Qualche volta lasciavamo le
api per fare il castagno e invece quelle che dovevano
andare in alta montagna non gli si faceva fare il
castagno nelle colline delle Langhe, perché avrebbe
inquinato il prodotto dell’alta montagna.Per
questo miele di prati andavamo in Val del Po, Val
Varaita o Val Chisone, ultimamente eravamo in Val
Chisone, negli anni 95, 97, 98. Tornando indietro
a fine luglio dall’alta montagna, mettevamo
le api in pianura, le avevamo dislocate. Fino al
90 erano tutte in pianura. Quando le campagne non
erano ancora invase dal mais e dalla soia c’era
il trifoglio bianco, il ladino, e se le condizioni
erano favorevoli si poteva produrre un melario di
miele di ladino che noi chiamavamo genericamente
millefiori perché, oltre al trifoglio bianco,
lungo gli incolti o i torrenti o il Po c’era
una fioritura di solidago. Adesso la soia e il granturco
hanno invaso tutto non c’è più da
fare produzione.
Era un buon miele profumato, ma non pregiato: non
era flora alpina, era di prati di pianura. Cambiamenti
nella produzione ce ne sono stati, per esempio quando
il tarassaco, da erba presente nei prati, è diventato
infestante: dal 75 i prati hanno cominciato a essere
completamente gialli di tarassaco. Si cominciava
a fare la produzione adesso non lo so perché ho
smesso nel 2000 aveva diminuito un pochino perché gli
agricoltori lavoravano la terra e seminavano l’erba.
E si produceva il tarassaco, che noi riuscivamo a
vendere molto bene. Si era rotto un equilibrio naturale.
C’è stata una variazione nei prati stabili
non so a cosa dovuta. Poi sono subentrati mais e
soia, ed è sparito il trifoglio.
Come quantità di miele in anni straordinari
abbiamo fatto anche 60-70 chili di miele, ma non
siamo mai andati al di sotto dei 30 chili ,dal 70
al 2000. Noi non ci siamo accorti di un cambiamento
nella quantità prodotta, forse qualcosa dovuto
alla selezione delle regine. Può darsi che
degli apicoltori più in gamba che sono riusciti
a produrre di più, più che altro i
raccolti erano determinati dalle condizioni meteorologiche.
Anche perché qui siamo molto vicino alle Alpi
e l’escursione termica è molto vivace
più che nel centro della Pianura Padana. Sul
Monviso, passava una nube e il giorno dopo c’era
pioggia, e le temperature si abbassavano. Questa
zona è molto influenzata dalla posizione geografica”.
Rapporti di buon vicinato
“Non abbiamo mai avuto atti vandalici contro
le nostre api ma sia mio padre che io abbiamo sempre
agito con molta delicatezza, se si portavano vicino
alle case si è sempre avuto un occhio di riguardo
per i vicini, se poi reclamavano o avevano paura
si portavano via, se no gli si dava del miele in
modo che non facessero obiezioni
Mai avuto nessun problema con altri apicoltori. Se
c’erano altri apicoltori in una zona si cercava
di andare in un’altra zona. A un certo punto
eravamo andati nella Val del Po, a media altezza,
il proprietario diceva: “l’erba la taglio
io, non ho paura delle api”, poi un vicino
che aveva un terreno vicino, a cento metri dagli
alveari -non c’era nessun pericolo- dice:” Non
voglio avere api perchè poi pungono i nipoti
che arrivano d’estate”. Niente, piuttosto
che mettersi a bisticciare… non erano sul loro
terreno, ma piuttosto che trovare gli alveari incendiati
o avvelenati , due giorni dopo che avevamo scaricato
siamo tornati a prenderle e le abbiamo portate da
un’altra parte. Facendo così non abbiamo
mai avuto nessun atto vandalico nessun dispetto,
qualche furtarello sì”.
Riuscire a vendere
“Avevamo cinque qualità di
miele, noi abbiamo sempre cercato di educare i consumatori
quando venivano,
facendogli assaggiare: questo qui ha queste caratteristiche,
questo qui è acacia, va molto bene per i bambini, è delicato;
il castagno è un miele un po’ più rustico,
e va bene per l’inverno. Da quando noi ci siamo
messi a posto come laboratorio, tutto a norma, abbiamo
anche messo un cartello pubblicitario sulla strada.
Essendo una zona di passaggio la gente veniva e poi
eravamo molto conosciuti . Mio padre come guardafili
aveva avuto contatto con un’infinità di
gente nella zona, nel saluzzese, nel pinerolese e
anch’io, che avevo aggiunto all’attività di
apicoltura l’interesse per la politica, avevo
allargato la cerchia di conoscenze: sono stato consigliere
comunale qui al mio paese per 27-28 anni e nel mezzo
del consiglio comunale ho fatto l’assessore
e il vicesindaco, e per cinque anni sono stato anche
consigliere provinciale. Io ero entrato nel telegrafo
a quindici anni e avevo percorso tutti i gradini,
da operaio a operaio specializzato qualificato fino
a quando negli ultimi 15 anni ero tecnico addetto
alla centrale telex di Torino. Avevo 50-60 colleghi
e tra loro ce n’erano 15-20 che consumavano
miele, e allora tutte le mattine che andavo a Torino
portavo su il miele. E quando sono andato in pensione,
che non andavo più, venivano qui a Barge.
Lavorando con serietà, il miele lo davamo
come lo facevano le api.
Prima dell’interesse che c’è stato
negli anni 70, la gente usciva la domenica, andava
in giro. C’era un cartello “Apicoltura”.
Quando venivano gli si spiegava, e poi facevano pubblicità
Prima di allora il miele era considerato una medicina,
si vendeva soprattutto d’inverno perché quando
si è raffreddati o si ha la tosse il miele
fa bene, dalla notte dei tempi il miele si usava
per questo, salvo nella parentesi della guerra che
lo si usava per addolcire. Prima della guerra e dopo
la guerra veniva usato come una medicina. E noi a
continuare a pubblicizzare il miele come alimento
perfetto, completo. Abbiamo cominciato a fare delle
rassegne, a Pinerolo facevamo una volta all’anno
una rassegna dell’artigianato.Una settimana
facevamo la Viverbe a Pancalieri, nel Saluzzese,
se il nostro miele piaceva, poi venivano a prenderselo.
Se noi avessimo tentato a Torino ci saremmo trovati
in difficoltà per portarcelo e anche per produrlo
perchè non potevamo andare oltre un certo
numero di alveari, a cinquant’anni non si allarga
un’azienda e infatti siamo andati avanti fino
a settant’anni e poi abbiamo smesso. Vendevamo
anche in Toscana anche a Milano”.
Luisa
“Nel mio peregrinare quando facevo il tecnico
del telegrafo mi spedivano in Val d’Aosta per
fare impianti: e ci lasciai le penne, mia moglie è Valdostana,
era commessa in un negozio. Ci siamo conosciuti e
siamo ancora assieme, abbiamo festeggiato l’anno
scorso le nozze d’oro.
Lei faceva quasi tutto il lavoro esterno. Io prendevo
le arnie dal camion e mio padre mi aiutava a posarle
sull’appoggio. Quando è stato troppo
anziano, veniva un amico o mia moglie si metteva
tuta e maschera. Lei si occupava di smielatura, confezionamento,
vendita, pubbliche relazioni”.
Cambia la genetica
“Pappa reale raccoglievamo
quella naturale, poi avevamo delle arnie cooperative
in cui, facendo
gli innesti, facevamo un certo numero di celle. Se
avevamo tempo facevamo qualche tornata di regine.
Noi sostituivamo ogni anno il 90% delle regine tutti
gli anni, in genere le prendevamo da Piana, ultimamente
anche da Cauda.
I ceppi locali si esaurirono completamente. Continuavamo
ad avere una certa mescolanza, ma l’apicoltura
praticata dai contadini della zona cessò completamente
quando arrivò la varroa, nell’82-83
. Il ceppo locale era molto rustico, molto propenso
alla sciamatura, aveva delle sue qualità,
era anche molto vivace. La stirpe Piana era molto
più tranquilla, andava più in produzione
ma erano più delicate. Forse erano più sensibili
al nosema. Un anno mi sono accorto che c’era
un po’di mortalità, mi ricordo che ne
parlai con Porrini che mi dette una medicina; trattammo
con questa medicina messa nello sciroppo. Forse qualche
caso di peste, ma non abbiamo mai avuto epidemie,
eravamo molto attenti, anche solo aprire e vedere
la covata. Con la peste americana abbiamo sempre
bruciato. Quando portavamo giù dalla Val Chisone
le arnie con la cera, là serpeggiava la peste,
allora bruciavamo tutto. Non medicavamo. Sempre avuto
solo casi, manifestazioni. E le arnie le facevamo
bollire.
Anche con la varroa abbiamo perso qualche alveare,
ma mai epidemia Avendo assorbito i principi basilari
della lotta alla varroa, noi massimo il dieci d’agosto
avevamo iniziato a trattare”.
Porrini
“Dagli anni 70 in avanti, tutto quello che
avevamo in più di alveari li prendeva Porrini.
Avevamo già i contatti nel 75, io non ero
ancora in pensione, mio padre sì. Lui veniva
a prendere queste arnie in autunno, nei mesi di ottobre-
novembre.
All’epoca invernavamo su 8 telaini e i 2 che
toglievamo dai nostri alveari normali erano l’”arredo” di
provviste che davamo, d’autunno, a quegli sciami
che facevamo uscire dal villico. Una parte li tenevamo
noi,una parte li vendevamo a Porrini, insieme agli
alveari normali. Lui in primavera ci portava sessanta,
settanta ,ottanta pigliasciami, a seconda di quello
che gli dicevamo noi, coi 5 favi da nido. Ci dava
le provviste di zucchero per nutrire e prendevamo
gli sciami usciti dai villici e li mettevamo nelle
sue cassettine portasciami, oltre che vendergli le
arnie normali. Vendevamo a Porrini anche la cera
che riuscivamo a racimolare dai contadini. Siamo
arrivati un anno a dargliene anche 130 di quei sciametti
dei villici. In genere i contadini facevano fuori
il villico che aveva sciamato, lo sciame che prendevano
loro lo mettevano in quelle cassette o tronchi, e
arrivato l’autunno difficilmente aveva costruito
fino in fondo tutti i favi, e aveva poche provviste
perché, non essendo stato aiutato, nel tronco
villico aveva magari costruito fino a metà e
lo sciame era uscito con la regina vecchia. Quello
che era rimasto, da dove era uscito lo sciame, era
quello con la regina nuova ed era quello, con le
provviste di miele, che i contadini e facevano fuori,
in genere 3 o 4 su 10. Su 4 regine in genere 3 erano
nuove e partivano che era uno spettacolo. Certo,
era un traffico… Siamo arrivati a un record
di fare uscire dai villici 20 famiglie in un giorno.
Si poteva lavorare solo al mattino, non in pieno
giorno perchè c’era il rischio del saccheggio.
E settembre ottobre erano dedicati a questo lavoro,
ma nello stesso periodo facevamo pulire i melari
smielati, guardavamo i cambi di regine, stringevamo
togliendo due telaini”.
Api e frutteti
“Negli anni più indietro facevamo anche
l’impollinazione dei frutteti nel lagnaschese
e nel saluzzese. Si portavano circa 200 alveari nei
frutteti, cosa che abbandonammo in seguito perchè diventava
un’ operazione rischiosa per i trattamenti.
Quando avevano bisogno delle api ti facevano ponti
d’oro. C’era una distribuzione troppo
frastagliata delle arnie:dieci arnie qui, dieci arnie
là, cinque qui… “No, ma ve le
portiamo noi col trattore”…quando c’erano
da portare le api, ponti d’oro, quando dovevano
fare il trattamento ci lasciavano nella bagna o si
dovevano portare via. Loro il trattamento lo facevano
e la collaborazione non c’era più- Un
anno o due così , poi ci siamo stufati.
Ho sempre invernato in pianura, in pianura le api
si sviluppavano molto più in fretta. A paragone,
tra le temperature giornaliere là c’erano
due o tre gradi in più, che qui c’erano
magari d’inverno. Ma col primo sole, là era
più caldo. Difatti il tarassaco fioriva molto
prima là che qui . C’era un pochino
anche qui, qui è zona da frutta, è già collina.
Adesso è maturata una coscienza nei frutticoltori
e i trattamenti li fanno con più circospezione,
ma all’epoca buttavano giù come veniva
veniva, in piena fioritura facevano i trattamenti
e poi, a forza di fare riunioni, di stampare manifesti,
-hanno varato anche una legge regionale in merito-
negli ultimi anni non ci siamo più accorti
di avvelenamenti. Perché l’apiario che
avevamo qui era soggetto a quattro avvelenamenti,
prima le albicocche, poi il pesco, poi i meli e in
ultimo anche le viti, trattavano le viti in fioritura,
e allora abbiamo spostato tutto in pianura, fuori
dagli avvelenamenti e qui avevamo sempre pochissimi
alveari e al primo segnale di avvelenamento si portava
giù tutto in pianura. Qui c’è una
pianura dove le produzioni agricole sono latte e
carne. Là nel saluzzese sì ma venendo
lungo la statale Pinerolo Cavour Saluzzo, la parte
sotto verso Moretta, Cardè, Vigore, Villafranca,
lì frutta non ce n’é. Ce n'è ancora
vicino ad Arpò. E’ tutto fieno, grano,
granoturco, soia”.
I remi in barca, senza rimpianti
“Ultimamente avevamo solo più centocinquanta
alveari, smettere è stata una decisione sofferta.
Io avevo ormai settant’anni e vedevo che faticavo
e dicevo “piuttosto che smettere a caldo è meglio
smettere a freddo” e allora eravamo in contatto
con molti apicoltori, un po’ li ha presi un
apicoltore del varesotto, un certo Mussi e Porrini.
Una parte è andata a finire a Novi Ligure,
a un ex dipendente dell’Enel, una parte in
Liguria, a Dino Gastaldi, una trentina di famiglie
rimaste le ha prese ancora il figlio di Porrini,
Paolo, dopo che avevamo già chiuso. Poi abbiamo
tenuto ancora quattro o cinque alveari per noi quando è sopravvenuta
la mia cecità. Sono quasi cieco E’ successo
quello che non avrebbe dovuto succedere. Si chiama
maculopatia. Si sono esaurite delle cellule visive
e l’organismo non le rigenera più. Faccio
delle cure, ma con esito molto incerto. In questo
momento fanno delle infiltrazioni negli occhi di
una medicina che è stata scoperta negli Stati
Uniti e che è stata autorizzata dal Ministero
della Salute in Italia da questa primavera, però per
il momento… Vedo sì, ma non posso leggere…e
da anni non guido più Quell’aggeggio
lì e un videoingranditore, per poter leggere
qualche cosetta. La cecità non è totale
perché ho ancora 0.50 da un occhio e 0.70
dall’altro, io lei non la vedo, il suo viso è una
macchia nera
Nel 2000 abbiamo venduto quasi tutto, nel 2001 abbiamo
venduto l’ultima
trentina di alveari. C’è ancora il basamento della postazione.
Nel 2003 cominciai ad accorgermi della perdita della vista. Sono rimasti un
piccolo smelatore, solo pochi secchielli di latta, tre maturatori da cinquanta
chili. In vita c’è ancora il laboratorio di falegnameria. Siamo
partiti con un’ apicoltura povera e abbiamo continuato così. Ci
facevamo tutto da noi. Si comperava il meno possibile: alveari, melari, telaini …meno
i fogli cerei. Prima mio padre poi io, siamo stati nel direttivo del Consorzio
Apicoltori, poi nel direttivo di Piemonte Miele per diversi anni A sessant’anni
ho liquidato la politica, ero assessore qui al Comune di Barge e a un certo
punto ho visto che mi ero preso un’anemia. Non stavo bene: “Qui
tiro le cuoia”… Ero andato da diversi specialisti e nessuno mi
aveva dato medicine: “E’ stress”. Allora ho cominciato a
mollare mollare mollare. Passato lo stress è passata l’anemia,
ma sono passati anche gli anni vivaci e sono entrato negli anni della senilità,
ho cominciato a perder la vista . Tener l’apicoltura e fare politica,
tante volte alle due di notte ero ancora in consiglio comunale e alle tre,
tre e mezza il carico era pronto a partire, il carico delle api. Allora non
me ne accorgevo, ma ho cominciato ad accorgermene. Ho smesso la politica a
sessantatre anni, avevo fatto un frutteto-modello di kiwi e ho venduto tutto
l’impianto. Era stato fatto, per l’epoca con tutti i migliori ritrovati:
avevo fatto scavare un pozzo artesiano, avevo acqua in abbondanza, centocinquanta
litri al minuto in continuazione, il sistema di irrigazione era computerizzato;
un impianto d’avanguardia nella zona, degno dei migliori frutteti del
lagnaschese; poi è capitata l’occasione buona e così mi
sono ritirato pure dalla frutticoltura e man mano che scadevano i mandati,
sia dal consorzio sia da Piemonte Miele. Questi disturbi al cuore passarono,
ma ne subentrarono degli altri. Non ho rimpianti, non ho nostalgie. Quando è stato
il momento l’apicoltura l’ho fatta con dedizione, sia mio padre
che io: poi è venuto il momento di tirare i remi in barca, non ho rimpianti.
Nei momenti che fisicamente e intellettualmente si era nel pieno delle forze,
non abbiamo lesinato. Quando è venuto il momento di tirare i remi in
barca, non ci son stati rimpianti. Adesso i rimpianti li ho, la mia passione
era leggere adesso non leggo più nemmeno il giornale, leggo solo i titoli”.
Una vita vissuta pienamente
“Quando ero forte e vivace, non ho sciupato
l’esistenza. Mi sono sempre dato da fare, sia
mio padre prima, che io dopo. E ho fatto un sacco
di esperienze, perché oltre che essere un
tecnico, un tecnico bravo, lì a Torino, ho
fatto esperienza da sindacalista ho fatto esperienza
politica, sia pure a livelli modesti. In paese ho
fatto il frutticoltore e l’apicoltore. La politica
porta a fare un sacco di esperienze, di conoscenze,
a stimolare l’essere aggiornati in tutto per
non fare brutta figura, per poter dire la propria
opinione quando si è sempre insieme alla gente
di tutti i livelli, dal più modesto al più elevato,
dall’agricoltore al commerciante all’avvocato
all’ingegnere, un sacco di gente che si interessa
di politica. Non avendo avuto la fortuna di avere
avuto una cultura, è difficile recuperare
negli anni quanto non ci si è dato negli anni
giovani. E non perché non ho potuto, perché mio
padre si sarebbe fatto in quattro per farmi studiare: è che
ero talmente vivace che non potevo stare un’ora
seduto. Ho fatto male 3 anni di avviamento in tempo
di guerra, male perché una mosca che passava
attirava la mia curiosità più che il
libro che avevo davanti, e questo influì negli
anni in seguito, perché mi accorsi di non
aver assorbito cultura, mi trovavo male. Ho cercato
di recuperare perché ho viaggiato per 35 anni
Barge-Torino in treno, due ore la mattina e due la
sera e tutte e quattro le ore leggevo: la mattina
il quotidiano La Stampa, e la sera al rientro un
libro o una rivista e cercavo di mettere a profitto
tutti gli interventi che dovevo fare in ambito sindacale
o al consiglio comunale, perché c’è stato
un periodo che ero sindacalista, ero in consiglio
comunale qui al paese, segretario di sezione,componente
del direttivo provinciale del partito a Cuneo. E
gli interventi li facevo in treno, buttando giù le
linee principali, perché quando ero a Torino
dovevo fare il mio lavoro e quando ero a Barge dovevo
star dietro alle api. Ho la soddisfazione di non
avere mai perso un minuto, ho passato una ventina
d’anni che dormivo tre, quattro, cinque ore
per notte: sempre in marcia. Col sindacato ero molto
impegnato, quando c’erano le riunioni che finivano
a mezzanotte, l’una, le due, dormivo sul pavimento
o sul tavolo dove lavoravo. Treni per venire a casa
non ce n’era più e nel mio armadietto
avevo sempre una coperta. Quando dovevo andare a
Bologna o Roma per riunioni sindacali, si viaggiava
tutta la notte in treno per non perdere tempo. Facevo
i turni di notte dei colleghi per recuperare ore
e avere il tempo di andare a spostare le api. Tutta
la vita così!…” Barge (Cuneo), 6 dicembre 2007
|