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aggiornato a: 26.01.2008
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EUGENIO CASTRINI: “Non ho sciupato l’esistenza”- le vite intense di Mauro e Eugenio Castrini

a cura di Paolo Faccioli - gennaio 2008

Da guardafili ad apicoltore

“Io sono bresciano. Mio padre Mario faceva il guardafili del telegrafo, nel lontano 30-35. Allora assegnavano le tratte dei tronchi telegrafici a un guardafili. A Brescia non c’era posto: si era liberato un posto qui a Barge, lui venne qui, gli piacque il posto e si trasferì. Io ero un bambino piccolo piccolo: io sono del 29, e si era nel 35. Ecco perché i Castrini, bresciani, sono finiti a Barge. La mia infanzia l’ho fatta qui coi ragazzi della mia età, le elementari le ho fatte tutte a Barge, poi ho fatto tre anni di avviamento a Pinerolo: siamo sempre stati qui nella zona, prima in paese, poi mio padre ha comprato questo appezzamento di terra.
Dunque, a mio padre avevano appena assegnato il troncone di linea che partiva da Barge e prendeva tutta la Val Pellice. Assegnavano queste tratte e il guardafili doveva essere a disposizione per eventuali guasti che dovessero verificarsi, per interventi sulle linee telegrafiche. Mio padre aveva come obbligo tre perlustrazioni ordinarie la settimana, il tronco tra Barge e Bobbio Pellice era diviso in tre. Al lunedì andava fino a Bricherasio, il mercoledì andava fino a Torre Pellice e il venerdì fino a Bobbio Pellice, guardava che non ci fossero isolatori rotti o rami che toccavano i fili e disperdevano corrente. Il resto del tempo era libero, anche se doveva essere sempre reperibile e partire immediatamente per rimuovere un eventuale guasto. Tante ore libere. “Sono lì che non faccio niente” pensava mio padre. Andava tanto in Val Pellice, e lì c’erano tanti apicoltori a livello famigliare, con pochi alveari magari ancora villici. Così tentò di appassionarsi all’apicoltura; non ne sapeva niente. Acquistò, nel 36 o nel 37, quattro alveari in una cascina. Erano alveari moderni, malandati, costavano anche poco. Lì cominciò l’avventura in apicoltura. Poi passò da quattro a otto, da otto a dodici e via via aumentò fino a quando arrivò la guerra, e bene fu che mio padre fosse apicoltore: la gente era quasi alla fame e con il miele si riusciva a fare cambio merce, ad avere quasi tutto, noi non ci siam quasi accorti delle ristrettezze della guerra. Un chilo di miele valeva tanti chili di farina, un salame magari, e zucchero non ce n’era. E il miele era molto ricercato.Gli eventi della guerra avevano quasi distrutto il patrimonio apistico in Italia e chi aveva delle api aveva una fortuna in mano. Tutti cercavano delle api e allora mio padre, che aveva settanta-ottanta alveari, vendette delle api e realizzò. Finchè poi, dopo il 45-46-47 andò tutto peggio, fino agli anni 70 che l’apicoltura era quasi morta: più nessuno cercava il miele, ormai c’era abbondanza di zucchero.
Mio padre guadagnava ancora perché aveva uno sbocco nella Val Chisone, a Pragelato. Allora gli apicoltori di lassù compravano api in pianura, api che fossero pronte per il raccolto estivo dei prati alpini, poi toglievano completamente tutto il miele. Quel miele infatti riuscivano ancora a venderlo a prezzi remunerativi, anche perché erano riusciti a pubblicizzarlo bene: del miele di Pragelato si parlava sulle guide del Touring . Dunque comperavano le api a primavera, toglievano tutto il miele, se riuscivano a far sopravvivere le api bene, altrimenti niente, le compravano di nuovo. E si era instaurato questo rapporto con mio padre, che li riforniva di api a primavera. Quello sbocco permise a mio padre di continuare l’apicoltura mantenendo il suo impegno di lavoro e avendo una certa remunerazione. Il miele all’epoca non valeva niente. Negli anni 55-60 valeva di più lo zucchero che il miele. Vendevamo il miele a 170-180 lire e lo zucchero era sullo stesso prezzo
In quel periodo nessuno teneva più le api, nessuno si appassionava di apicoltura a meno che non avesse proprio il pallino”.

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Castrini Castrini Castrini
Mario Castrini con uno sciame Mario Castrini con uno sciame

Eugenio Castrini con uno sciame

Inizi avventurosi del nomadismo

“Mio padre aveva un pezzo di terreno e centocinquanta arnie. Seguendo le sue orme, ero anch’io entrato nel telegrafo già a quindici anni- Andavamo, appena finita la guerra, a maggio a riparare le linee telegrafiche distrutte dalla guerra. Durante la settimana e la domenica si trasportavano le api in montagna per fare il miele di montagna, o giù nel Roero e nelle Langhe per fare il miele di acacia. Si noleggiava un autotrasportatore. Poi venne il momento che ci prendemmo un mezzo nostro.
Nomadismo mio padre lo aveva fatto quasi da subito. Aveva iniziato con quattro alveari nel 36-37. Nel 41- 42 portava già a Crissolo, in Val del Po, otto-dieci alveari su un carretto trainato da un mulo. In piena guerra! Mi ricordo che aveva le api su a Crissolo. Era già dopo il 43 , c’era stato l’armistizio e si erano già formate le formazioni partigiane qui nella zona. Crissolo venne bombardata da aerei tedeschi Cicogne, buttavano giù spezzoni perchè ritenevano che ci fosse una base partigiana. Quell’anno non vennero distrutti gli alveari, ma portò a casa diverse latte di copertura che erano state forate dalle schegge di questi spezzoni. Nel 44 non è più andato perché le condizioni dell’epoca erano proibitive, era tutto un continuo viavai di rastrellamenti e spedizioni punitive contro le formazioni partigiane: qui c’erano delle formazioni garibaldine che erano molto vivaci , nel contrastare sia i repubblichini sia i tedeschi”.

Una rete di contatti e amicizie

“Mio padre si era appassionato molto. Si era già abbonato, in un’epoca in cui pochissimi leggevano riviste, all”Apicoltore d’Italia” e poi, essendoci qui a Barge una famiglia svizzera, si fece abbonare a “L’ape”, una rivista del Canton Ticino che leggeva sempre. Era molto portato a socializzare e dove vedeva che c’erano degli alveari, andava a curiosare. S’era fatto una cerchia di amicizie e di contatti anche sotto il profilo economico: compravano sciami e cera, lui comprava i favi e faceva fondere la cera: con la sua attività vivace inculcò anche a me la passione, e quando eravamo a casa eravamo sempre intorno i alle api.
Quando andò in pensione, si allargò il numero degli alveari, si aumentò la produzione e si cominciò a produrre anche polline, propoli e pappa reale, sia pure in quantità modeste, per sfruttare tutte le possibilità che poteva dare l’apicoltura. Si faceva allevamento e siamo arrivati ad avere trecentocinquanta alveari.
Mio padre si informava con tutti, era in contatto anche con apicoltori di livello più alto, anche se allora ce n’erano pochissimi, qualcuno che magari aveva 30 40 alveari. Si scambiavano -è sempre un dare e ricevere- e poi leggeva tanto e si era fatto una buona esperienza. Nella zona Torino- Cuneo era forse il miglior apicoltore. Ci si serviva da Stalè, anche loro erano apicoltori e sapevano cose che mio padre non sapeva.
E’ morto nel 2000, gli mancavano un paio di mesi ai 91 anni. Io avevo cominciato nel 1945 il servizio, che ci garantiva quel minimo di stipendio e poi di pensione e ci permetteva di lavorare con una certa tranquillità e arrivavamo da esperienze che l’apicoltura non era un’attività che potesse dare un grosso reddito, e invece dagli anni 70 in avanti si poteva anche vivere di apicoltura. Io avevo già cinquant’anni, che è un’età in cui uno può cominciare a pensare a tirare i remi in barca, altro che iniziare un’attività, un’attività professionale!”

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Castrini Castrini Castrini
Valle San Lorenzo, Roero, 1976, premiazione al Concorso mieli di qualità. Eugenio Castrini con Nicola Cauda Mario ed Eugenio Castrini sulla fioritura dell’acacia nel Roero, 1980

Luisa ed Eugenio Castrini alla fiera Viverbe di Pancalieri, 1987

Apicidio in arnie razionali

“Con cento alveari iniziali, si arrivava magari in autunno con centotrenta, più tutti gli sciami, e, se capitava l’occasione, mio padre comperava sempre. Magari c’era qualcuno che aveva villici e non sapeva cosa farne. In primavera le travasava nel moderno si aveva quello sbocco della Val Chisone, di Pragelato e si vendevano settanta-ottanta, fino a cento famiglie. Gli davamo l’arnia piena sotto raccolto, verso il 15-20 di giugno portava su le api, poi un giro in autunno a ritirare le arnie vuote.Il contratto era così, tanti le uccidevano per prendere il miele, e gli conveniva così. A Pragelato, 1400 metri di altezza, era molto difficile mantenere le api d’inverno per l’anno successivo, aveva un costo.
Poi quando ci eravamo perfezionati si mandava su le arnie piene e si tornava d’autunno a ritirarle coi dieci favi svuotati. Era un po’ rischioso perché in quelle zone serpeggiava molto la peste americana. E mio padre si era fatto costruire un recipiente d’acciaio in cui ci stava dentro un’arnia intera, la faceva bollire cinque minuti con acqua e soda, e non abbiamo mai avuto epidemie. Questa era una disinfezione sistematica. I favi si ritagliavano dai telai e si facevano fondere, si faceva la cera e i telai si bruciavano. Le riproducevamo per divisione o per allevamento o per sciamatura. Abbiamo avuto sempre una sciamatura abbastanza vivace perché le api si raccoglievano dai villici della zona, ce n’erano molte nelle cascine e ciabòt, era piccola proprietà contadina con un ettaro, un ettaro e mezzo di terra, moltissimi avevano le api. E così sia perchè le nostre api erano di un ceppo di qui e sciamavano molto, sia per i contatti con i piccoli apicoltori che vendevano sciami, si continuava a far famiglie. Erano piccole quest’anno, normali l’anno dopo. L’apiario qui a casa era il porto di mare dell’apicoltura. Ci tenevamo 50 alveari e quando portavamo qualcosa lo portavamo qui, così lo potevamo tenere sotto osservazione e curarlo”.

La tecnica del travaso

“Mio padre prendeva il bugno e lo portava a casa e gli riportava poi il tronco d’albero e le quattro assi inchiodate se lo richiedevano, ma non era un problema per i contadini, perciò in genere portava via tutto. Il bugno villico era piazzato su un’assicella o su una pietra, qui usavano soprattutto tronchi d’albero. Faceva con un trapano tre-quattro fori da 12, 13 mm intorno alla testa del bugno. Poi lo rovesciava, la testa del bugno andava a finire sul banchetto. Poi metteva sopra al bugno rovesciato un cassettino pigliasciami, i fori erano sul fondo. Faceva fumo dentro questi fori Le api tendevano a salire e anche la regina saliva e trovavano, appoggiato su un angolo del bugno, il pigliasciami. Con degli accorgimenti, con magari del mastice, si faceva in modo che la superficie di salita fosse più larga possibile,appoggiata allo spigolo del bugno.Con un martelletto ta-ta-ta, si faceva ta-ta-ta-ta-ta-ta -ta, le api si riempivano di miele, come fanno quando sentono rumore, e cominciavano a salire, quando si muoveva la regina in un attimo salivano su tutte. Il pigliasciami era appoggiato sul bordo nudo, loro arrivavano lì perché erano spinte dal fumo lo si metteva nel senso dei favi e si appiccicavano tutte sul fondo di questo pigliasciami, a volte ci mettevano dieci minuti a volte mezz’ora a seconda anche della temperatura che c’era. Se si faceva in primavera, per recuperare la covata dei bugni si legavano i pezzi di favo dentro i telaini già predisposti, d’autunno invece si prendevano le api e si portavano a casa, e si lasciava al contadino il bugno coi favi e tutto , lui li ritagliava. li torchiava e faceva il suo miele. Il torchio per torchiare, c’è chi ce l’aveva, e altri non ce l’aveva, e a pagamento dell’uso del torchio ci lasciava la cera”.

Anni prosperi

“Vennero gli anni migliori. Dagli anni 70 in avanti i consumatori cominciarono ad apprezzare i prodotti dell’alveare Eravamo già molto conosciuti nella zona Dieci anni dopo che è andato in pensione mio padre, ci sono andato anch’io, dopo trentacinque anni di onorato servizio, e allora dall’hobbistica passammo a un’apicoltura professionale a livello familiare, mettendoci a posto sotto il profilo igienico, fiscale, una piccola azienda agricola di apicoltura. All’epoca avevamo trecentocinquanta alveari. Vendevamo tutta la produzione di miele, cera, api, e anche polline e pappa reale sia pure in quantitativi modesti. Vendevamo tutto noi direttamente, con grosso sacrificio, quasi la completa produzione, tranne in annate particolarmente favorevoli, ma il 90% si vendeva tutto a casa. Alla Cooperativa Piemonte Miele, dove io ero anche nel Direttivo, cedevamo qualche quintale di miele, qualche chilo di propoli. qualche forma di cera Avevamo un piccolo locale di vendita. Barge non è tanto lontano da Torino, molta gente andava in Val Po, andavano a Crissolo per fare sport invernale, eravamo molto conosciuti nella Val Pellice e nella Val Chisone, nel Pinerolese e nel Saluzzese e c’eravamo fatti una clientela che riusciva ad assorbire tutto o quasi tutto, li abbiamo sempre trattati come i consumatori dovevano essere trattati, dandogli un prodotto genuino, dandogli solo il miele che si produceva, che magari poteva non piacere come il miele di castagno: allora gli si spiegava con molta pazienza la differenza che c’è tra un miele cristallizzato e un miele liquido, una pubblicità corretta fino al 2000”.

Sequenza delle fioriture in un territorio che cambia

“Noi producevamo solo i mieli della zona. Avevamo il tarassaco, che si faceva in pianura. Poi si andava nel Roero e nelle Langhe a fare il miele di acacia. C’era una zona del Roero dove c’era anche il castagno, e alle volte lasciavamo le api fino a fare il raccolto anche del castagno; anche se non era completamente maturo lo si portava qui nel magazzino dove avevamo la camera calda e lo facevamo asciugare. Oppure quei melari si mettevano sulle api qui, chè qui è zona di castagno. Là la fioritura era precoce, qui veniva quindici giorni più tardi e poi dall’acacia si prendevano le migliori e si andava in alta montagna, sui 1400-1600 metri. Qualche volta lasciavamo le api per fare il castagno e invece quelle che dovevano andare in alta montagna non gli si faceva fare il castagno nelle colline delle Langhe, perché avrebbe inquinato il prodotto dell’alta montagna.Per questo miele di prati andavamo in Val del Po, Val Varaita o Val Chisone, ultimamente eravamo in Val Chisone, negli anni 95, 97, 98. Tornando indietro a fine luglio dall’alta montagna, mettevamo le api in pianura, le avevamo dislocate. Fino al 90 erano tutte in pianura. Quando le campagne non erano ancora invase dal mais e dalla soia c’era il trifoglio bianco, il ladino, e se le condizioni erano favorevoli si poteva produrre un melario di miele di ladino che noi chiamavamo genericamente millefiori perché, oltre al trifoglio bianco, lungo gli incolti o i torrenti o il Po c’era una fioritura di solidago. Adesso la soia e il granturco hanno invaso tutto non c’è più da fare produzione.
Era un buon miele profumato, ma non pregiato: non era flora alpina, era di prati di pianura. Cambiamenti nella produzione ce ne sono stati, per esempio quando il tarassaco, da erba presente nei prati, è diventato infestante: dal 75 i prati hanno cominciato a essere completamente gialli di tarassaco. Si cominciava a fare la produzione adesso non lo so perché ho smesso nel 2000 aveva diminuito un pochino perché gli agricoltori lavoravano la terra e seminavano l’erba. E si produceva il tarassaco, che noi riuscivamo a vendere molto bene. Si era rotto un equilibrio naturale. C’è stata una variazione nei prati stabili non so a cosa dovuta. Poi sono subentrati mais e soia, ed è sparito il trifoglio.
Come quantità di miele in anni straordinari abbiamo fatto anche 60-70 chili di miele, ma non siamo mai andati al di sotto dei 30 chili ,dal 70 al 2000. Noi non ci siamo accorti di un cambiamento nella quantità prodotta, forse qualcosa dovuto alla selezione delle regine. Può darsi che degli apicoltori più in gamba che sono riusciti a produrre di più, più che altro i raccolti erano determinati dalle condizioni meteorologiche. Anche perché qui siamo molto vicino alle Alpi e l’escursione termica è molto vivace più che nel centro della Pianura Padana. Sul Monviso, passava una nube e il giorno dopo c’era pioggia, e le temperature si abbassavano. Questa zona è molto influenzata dalla posizione geografica”.

Rapporti di buon vicinato

“Non abbiamo mai avuto atti vandalici contro le nostre api ma sia mio padre che io abbiamo sempre agito con molta delicatezza, se si portavano vicino alle case si è sempre avuto un occhio di riguardo per i vicini, se poi reclamavano o avevano paura si portavano via, se no gli si dava del miele in modo che non facessero obiezioni
Mai avuto nessun problema con altri apicoltori. Se c’erano altri apicoltori in una zona si cercava di andare in un’altra zona. A un certo punto eravamo andati nella Val del Po, a media altezza, il proprietario diceva: “l’erba la taglio io, non ho paura delle api”, poi un vicino che aveva un terreno vicino, a cento metri dagli alveari -non c’era nessun pericolo- dice:” Non voglio avere api perchè poi pungono i nipoti che arrivano d’estate”. Niente, piuttosto che mettersi a bisticciare… non erano sul loro terreno, ma piuttosto che trovare gli alveari incendiati o avvelenati , due giorni dopo che avevamo scaricato siamo tornati a prenderle e le abbiamo portate da un’altra parte. Facendo così non abbiamo mai avuto nessun atto vandalico nessun dispetto, qualche furtarello sì”.

Riuscire a vendere

“Avevamo cinque qualità di miele, noi abbiamo sempre cercato di educare i consumatori quando venivano, facendogli assaggiare: questo qui ha queste caratteristiche, questo qui è acacia, va molto bene per i bambini, è delicato; il castagno è un miele un po’ più rustico, e va bene per l’inverno. Da quando noi ci siamo messi a posto come laboratorio, tutto a norma, abbiamo anche messo un cartello pubblicitario sulla strada. Essendo una zona di passaggio la gente veniva e poi eravamo molto conosciuti . Mio padre come guardafili aveva avuto contatto con un’infinità di gente nella zona, nel saluzzese, nel pinerolese e anch’io, che avevo aggiunto all’attività di apicoltura l’interesse per la politica, avevo allargato la cerchia di conoscenze: sono stato consigliere comunale qui al mio paese per 27-28 anni e nel mezzo del consiglio comunale ho fatto l’assessore e il vicesindaco, e per cinque anni sono stato anche consigliere provinciale. Io ero entrato nel telegrafo a quindici anni e avevo percorso tutti i gradini, da operaio a operaio specializzato qualificato fino a quando negli ultimi 15 anni ero tecnico addetto alla centrale telex di Torino. Avevo 50-60 colleghi e tra loro ce n’erano 15-20 che consumavano miele, e allora tutte le mattine che andavo a Torino portavo su il miele. E quando sono andato in pensione, che non andavo più, venivano qui a Barge. Lavorando con serietà, il miele lo davamo come lo facevano le api.
Prima dell’interesse che c’è stato negli anni 70, la gente usciva la domenica, andava in giro. C’era un cartello “Apicoltura”. Quando venivano gli si spiegava, e poi facevano pubblicità
Prima di allora il miele era considerato una medicina, si vendeva soprattutto d’inverno perché quando si è raffreddati o si ha la tosse il miele fa bene, dalla notte dei tempi il miele si usava per questo, salvo nella parentesi della guerra che lo si usava per addolcire. Prima della guerra e dopo la guerra veniva usato come una medicina. E noi a continuare a pubblicizzare il miele come alimento perfetto, completo. Abbiamo cominciato a fare delle rassegne, a Pinerolo facevamo una volta all’anno una rassegna dell’artigianato.Una settimana facevamo la Viverbe a Pancalieri, nel Saluzzese, se il nostro miele piaceva, poi venivano a prenderselo. Se noi avessimo tentato a Torino ci saremmo trovati in difficoltà per portarcelo e anche per produrlo perchè non potevamo andare oltre un certo numero di alveari, a cinquant’anni non si allarga un’azienda e infatti siamo andati avanti fino a settant’anni e poi abbiamo smesso. Vendevamo anche in Toscana anche a Milano”.

Luisa

“Nel mio peregrinare quando facevo il tecnico del telegrafo mi spedivano in Val d’Aosta per fare impianti: e ci lasciai le penne, mia moglie è Valdostana, era commessa in un negozio. Ci siamo conosciuti e siamo ancora assieme, abbiamo festeggiato l’anno scorso le nozze d’oro.
Lei faceva quasi tutto il lavoro esterno. Io prendevo le arnie dal camion e mio padre mi aiutava a posarle sull’appoggio. Quando è stato troppo anziano, veniva un amico o mia moglie si metteva tuta e maschera. Lei si occupava di smielatura, confezionamento, vendita, pubbliche relazioni”.

Cambia la genetica

“Pappa reale raccoglievamo quella naturale, poi avevamo delle arnie cooperative in cui, facendo gli innesti, facevamo un certo numero di celle. Se avevamo tempo facevamo qualche tornata di regine.
Noi sostituivamo ogni anno il 90% delle regine tutti gli anni, in genere le prendevamo da Piana, ultimamente anche da Cauda.
I ceppi locali si esaurirono completamente. Continuavamo ad avere una certa mescolanza, ma l’apicoltura praticata dai contadini della zona cessò completamente quando arrivò la varroa, nell’82-83 . Il ceppo locale era molto rustico, molto propenso alla sciamatura, aveva delle sue qualità, era anche molto vivace. La stirpe Piana era molto più tranquilla, andava più in produzione ma erano più delicate. Forse erano più sensibili al nosema. Un anno mi sono accorto che c’era un po’di mortalità, mi ricordo che ne parlai con Porrini che mi dette una medicina; trattammo con questa medicina messa nello sciroppo. Forse qualche caso di peste, ma non abbiamo mai avuto epidemie, eravamo molto attenti, anche solo aprire e vedere la covata. Con la peste americana abbiamo sempre bruciato. Quando portavamo giù dalla Val Chisone le arnie con la cera, là serpeggiava la peste, allora bruciavamo tutto. Non medicavamo. Sempre avuto solo casi, manifestazioni. E le arnie le facevamo bollire.
Anche con la varroa abbiamo perso qualche alveare, ma mai epidemia Avendo assorbito i principi basilari della lotta alla varroa, noi massimo il dieci d’agosto avevamo iniziato a trattare”.

Porrini

“Dagli anni 70 in avanti, tutto quello che avevamo in più di alveari li prendeva Porrini. Avevamo già i contatti nel 75, io non ero ancora in pensione, mio padre sì. Lui veniva a prendere queste arnie in autunno, nei mesi di ottobre- novembre.
All’epoca invernavamo su 8 telaini e i 2 che toglievamo dai nostri alveari normali erano l’”arredo” di provviste che davamo, d’autunno, a quegli sciami che facevamo uscire dal villico. Una parte li tenevamo noi,una parte li vendevamo a Porrini, insieme agli alveari normali. Lui in primavera ci portava sessanta, settanta ,ottanta pigliasciami, a seconda di quello che gli dicevamo noi, coi 5 favi da nido. Ci dava le provviste di zucchero per nutrire e prendevamo gli sciami usciti dai villici e li mettevamo nelle sue cassettine portasciami, oltre che vendergli le arnie normali. Vendevamo a Porrini anche la cera che riuscivamo a racimolare dai contadini. Siamo arrivati un anno a dargliene anche 130 di quei sciametti dei villici. In genere i contadini facevano fuori il villico che aveva sciamato, lo sciame che prendevano loro lo mettevano in quelle cassette o tronchi, e arrivato l’autunno difficilmente aveva costruito fino in fondo tutti i favi, e aveva poche provviste perché, non essendo stato aiutato, nel tronco villico aveva magari costruito fino a metà e lo sciame era uscito con la regina vecchia. Quello che era rimasto, da dove era uscito lo sciame, era quello con la regina nuova ed era quello, con le provviste di miele, che i contadini e facevano fuori, in genere 3 o 4 su 10. Su 4 regine in genere 3 erano nuove e partivano che era uno spettacolo. Certo, era un traffico… Siamo arrivati a un record di fare uscire dai villici 20 famiglie in un giorno. Si poteva lavorare solo al mattino, non in pieno giorno perchè c’era il rischio del saccheggio. E settembre ottobre erano dedicati a questo lavoro, ma nello stesso periodo facevamo pulire i melari smielati, guardavamo i cambi di regine, stringevamo togliendo due telaini”.

Api e frutteti

“Negli anni più indietro facevamo anche l’impollinazione dei frutteti nel lagnaschese e nel saluzzese. Si portavano circa 200 alveari nei frutteti, cosa che abbandonammo in seguito perchè diventava un’ operazione rischiosa per i trattamenti. Quando avevano bisogno delle api ti facevano ponti d’oro. C’era una distribuzione troppo frastagliata delle arnie:dieci arnie qui, dieci arnie là, cinque qui… “No, ma ve le portiamo noi col trattore”…quando c’erano da portare le api, ponti d’oro, quando dovevano fare il trattamento ci lasciavano nella bagna o si dovevano portare via. Loro il trattamento lo facevano e la collaborazione non c’era più- Un anno o due così , poi ci siamo stufati.
Ho sempre invernato in pianura, in pianura le api si sviluppavano molto più in fretta. A paragone, tra le temperature giornaliere là c’erano due o tre gradi in più, che qui c’erano magari d’inverno. Ma col primo sole, là era più caldo. Difatti il tarassaco fioriva molto prima là che qui . C’era un pochino anche qui, qui è zona da frutta, è già collina. Adesso è maturata una coscienza nei frutticoltori e i trattamenti li fanno con più circospezione, ma all’epoca buttavano giù come veniva veniva, in piena fioritura facevano i trattamenti e poi, a forza di fare riunioni, di stampare manifesti, -hanno varato anche una legge regionale in merito- negli ultimi anni non ci siamo più accorti di avvelenamenti. Perché l’apiario che avevamo qui era soggetto a quattro avvelenamenti, prima le albicocche, poi il pesco, poi i meli e in ultimo anche le viti, trattavano le viti in fioritura, e allora abbiamo spostato tutto in pianura, fuori dagli avvelenamenti e qui avevamo sempre pochissimi alveari e al primo segnale di avvelenamento si portava giù tutto in pianura. Qui c’è una pianura dove le produzioni agricole sono latte e carne. Là nel saluzzese sì ma venendo lungo la statale Pinerolo Cavour Saluzzo, la parte sotto verso Moretta, Cardè, Vigore, Villafranca, lì frutta non ce n’é. Ce n'è ancora vicino ad Arpò. E’ tutto fieno, grano, granoturco, soia”.

I remi in barca, senza rimpianti

“Ultimamente avevamo solo più centocinquanta alveari, smettere è stata una decisione sofferta. Io avevo ormai settant’anni e vedevo che faticavo e dicevo “piuttosto che smettere a caldo è meglio smettere a freddo” e allora eravamo in contatto con molti apicoltori, un po’ li ha presi un apicoltore del varesotto, un certo Mussi e Porrini. Una parte è andata a finire a Novi Ligure, a un ex dipendente dell’Enel, una parte in Liguria, a Dino Gastaldi, una trentina di famiglie rimaste le ha prese ancora il figlio di Porrini, Paolo, dopo che avevamo già chiuso. Poi abbiamo tenuto ancora quattro o cinque alveari per noi quando è sopravvenuta la mia cecità. Sono quasi cieco E’ successo quello che non avrebbe dovuto succedere. Si chiama maculopatia. Si sono esaurite delle cellule visive e l’organismo non le rigenera più. Faccio delle cure, ma con esito molto incerto. In questo momento fanno delle infiltrazioni negli occhi di una medicina che è stata scoperta negli Stati Uniti e che è stata autorizzata dal Ministero della Salute in Italia da questa primavera, però per il momento… Vedo sì, ma non posso leggere…e da anni non guido più Quell’aggeggio lì e un videoingranditore, per poter leggere qualche cosetta. La cecità non è totale perché ho ancora 0.50 da un occhio e 0.70 dall’altro, io lei non la vedo, il suo viso è una macchia nera
Nel 2000 abbiamo venduto quasi tutto, nel 2001 abbiamo venduto l’ultima trentina di alveari. C’è ancora il basamento della postazione. Nel 2003 cominciai ad accorgermi della perdita della vista. Sono rimasti un piccolo smelatore, solo pochi secchielli di latta, tre maturatori da cinquanta chili. In vita c’è ancora il laboratorio di falegnameria. Siamo partiti con un’ apicoltura povera e abbiamo continuato così. Ci facevamo tutto da noi. Si comperava il meno possibile: alveari, melari, telaini …meno i fogli cerei. Prima mio padre poi io, siamo stati nel direttivo del Consorzio Apicoltori, poi nel direttivo di Piemonte Miele per diversi anni A sessant’anni ho liquidato la politica, ero assessore qui al Comune di Barge e a un certo punto ho visto che mi ero preso un’anemia. Non stavo bene: “Qui tiro le cuoia”… Ero andato da diversi specialisti e nessuno mi aveva dato medicine: “E’ stress”. Allora ho cominciato a mollare mollare mollare. Passato lo stress è passata l’anemia, ma sono passati anche gli anni vivaci e sono entrato negli anni della senilità, ho cominciato a perder la vista . Tener l’apicoltura e fare politica, tante volte alle due di notte ero ancora in consiglio comunale e alle tre, tre e mezza il carico era pronto a partire, il carico delle api. Allora non me ne accorgevo, ma ho cominciato ad accorgermene. Ho smesso la politica a sessantatre anni, avevo fatto un frutteto-modello di kiwi e ho venduto tutto l’impianto. Era stato fatto, per l’epoca con tutti i migliori ritrovati: avevo fatto scavare un pozzo artesiano, avevo acqua in abbondanza, centocinquanta litri al minuto in continuazione, il sistema di irrigazione era computerizzato; un impianto d’avanguardia nella zona, degno dei migliori frutteti del lagnaschese; poi è capitata l’occasione buona e così mi sono ritirato pure dalla frutticoltura e man mano che scadevano i mandati, sia dal consorzio sia da Piemonte Miele. Questi disturbi al cuore passarono, ma ne subentrarono degli altri. Non ho rimpianti, non ho nostalgie. Quando è stato il momento l’apicoltura l’ho fatta con dedizione, sia mio padre che io: poi è venuto il momento di tirare i remi in barca, non ho rimpianti. Nei momenti che fisicamente e intellettualmente si era nel pieno delle forze, non abbiamo lesinato. Quando è venuto il momento di tirare i remi in barca, non ci son stati rimpianti. Adesso i rimpianti li ho, la mia passione era leggere adesso non leggo più nemmeno il giornale, leggo solo i titoli”.

Una vita vissuta pienamente

“Quando ero forte e vivace, non ho sciupato l’esistenza. Mi sono sempre dato da fare, sia mio padre prima, che io dopo. E ho fatto un sacco di esperienze, perché oltre che essere un tecnico, un tecnico bravo, lì a Torino, ho fatto esperienza da sindacalista ho fatto esperienza politica, sia pure a livelli modesti. In paese ho fatto il frutticoltore e l’apicoltore. La politica porta a fare un sacco di esperienze, di conoscenze, a stimolare l’essere aggiornati in tutto per non fare brutta figura, per poter dire la propria opinione quando si è sempre insieme alla gente di tutti i livelli, dal più modesto al più elevato, dall’agricoltore al commerciante all’avvocato all’ingegnere, un sacco di gente che si interessa di politica. Non avendo avuto la fortuna di avere avuto una cultura, è difficile recuperare negli anni quanto non ci si è dato negli anni giovani. E non perché non ho potuto, perché mio padre si sarebbe fatto in quattro per farmi studiare: è che ero talmente vivace che non potevo stare un’ora seduto. Ho fatto male 3 anni di avviamento in tempo di guerra, male perché una mosca che passava attirava la mia curiosità più che il libro che avevo davanti, e questo influì negli anni in seguito, perché mi accorsi di non aver assorbito cultura, mi trovavo male. Ho cercato di recuperare perché ho viaggiato per 35 anni Barge-Torino in treno, due ore la mattina e due la sera e tutte e quattro le ore leggevo: la mattina il quotidiano La Stampa, e la sera al rientro un libro o una rivista e cercavo di mettere a profitto tutti gli interventi che dovevo fare in ambito sindacale o al consiglio comunale, perché c’è stato un periodo che ero sindacalista, ero in consiglio comunale qui al paese, segretario di sezione,componente del direttivo provinciale del partito a Cuneo. E gli interventi li facevo in treno, buttando giù le linee principali, perché quando ero a Torino dovevo fare il mio lavoro e quando ero a Barge dovevo star dietro alle api. Ho la soddisfazione di non avere mai perso un minuto, ho passato una ventina d’anni che dormivo tre, quattro, cinque ore per notte: sempre in marcia. Col sindacato ero molto impegnato, quando c’erano le riunioni che finivano a mezzanotte, l’una, le due, dormivo sul pavimento o sul tavolo dove lavoravo. Treni per venire a casa non ce n’era più e nel mio armadietto avevo sempre una coperta. Quando dovevo andare a Bologna o Roma per riunioni sindacali, si viaggiava tutta la notte in treno per non perdere tempo. Facevo i turni di notte dei colleghi per recuperare ore e avere il tempo di andare a spostare le api. Tutta la vita così!…”

Barge (Cuneo), 6 dicembre 2007