Storia
dell’apicoltura nel
Biellese: Valerio Brovarone, giardiniere apicoltore
a cura di Paolo Faccioli
Abbiamo voluto dedicare un’intervista
a un apicoltore di piccole dimensioni, sia perché ci
mancava chi rappresentasse il Biellese, sia perché ci
ha colpito la data d’inizio della sua attività di
apicoltore (che è continuata fino a oggi):
1936. Nonostante l’esiguità delle dimensioni,
abbiamo trovato nel suo racconto alcuni elementi
di grande interesse, tra cui:
- una testimonianza
sull’ uso sporadico dell’arnia “tipo
Sartori“ anche in Piemonte
- la capillare diffusione
della rivista “L’Apicoltore
Moderno” e la sua funzione di orientamento
pratico
- lo sperimentalismo
che veniva stimolato dalla rivista, che magari,
come dice
Brovarone, “lasciò il
tempo che trovava” in quanto tale, ma che
sicuramente faceva familiarizzare gli apicoltori
con la gestione
moderna degli alveari
- uno dei tanti episodi
di arrivo precoce della varroa - al di là del normale avanzamento territoriale-
a causa di importazioni di api da regioni dell’est
- una interessante testimonianza
(tanto più che
viene da un giardiniere) sul cambiamento della
flora in un ambito territoriale specifico e le
sue ripercussioni
sulla tipologia di miele prodotto
“
Ho cominciato nel ’39. Nel mese di marzo un
mio amico mi ha regalato un’arnia, perché vedeva
che mi piacevano. Io avevo visto smielare da un amico
di famiglia di Bioglio che ci invitava andare a aiutare
a smielare già nel ’36-’37, appena
avevo finito le elementari. Era già apicoltura
moderna, però non erano le arnie come adesso,
Dadant Blatt, erano tutte una sull’altra e
si estraevano di dietro. ‘Sti apiari sono stati
in uso ancora dopo nelle nazioni nordiche, in Tirolo,
in Svizzera, in Francia. Appunto questo signore aveva
lavorato in Francia e aveva quel suo metodo, invece
questo mio amico mi ha regalato un’arnia Dadant
Blatt, allora erano tutte da 12, e un po’ alla
volta sono andato avanti. Tra l’altro il principale
dove abitavo mi ha detto: “Cosa vuoi fare di
un’arnia, te ne regalo io due, così mi
dai poi del miele”. E’ cominciata così.
Era un Rivetti di Biella, industriali, mio padre
lavorava nella sua proprietà, io ero ancora
ragazzino. Mi ha anche aiutato ad attrezzarmi: lo
smielatore, il disopercolatore, perché allora
i soldi in giro erano scarsi. Era una spesa, ancora
con l’incognita che non si sapeva cosa poteva
fare un ragazzino con quelle cose lì. Poi
c’è stato il periodo del militare, in
tempo di guerra, che le ha curate un po’ mio
papà. Le ha curate come ha potuto, difatti
son diminuite un pochino. Ne avevo sette, quando
son partito, son rimasto a cinque. Il lavoro mi impegnava,
non ho aumentato, al massimo sono arrivato a dodici.
Quello che mi ha dato la prima arnia mi ha spiegato
un po’ e poi allora c’era “L’Apicoltore
Moderno”, una rivista di Torino di Don Angeleri,
che spiegava bene. Sono stato abbonato diversi anni.
Ho ancora il libro di don Angeleri “Trent’anni
con le api e gli apicoltori”. Ho fatto tutti
gli esperimenti che consigliavano là, tutte
cose che han lasciato il tempo che trovavano: il
fondo Eureka, mi pare brevettato da Don Angeleri,
l’arnia cooperativa… Le fabbricavo da
solo andavo a prendere le assi dal falegname e poi
me le facevo, la sceratrice solare, me l’ero
fatta leggendo e con le misure prese da lì,
erano gli anni dal ‘39 al ‘52 .Poi il
lavoro è aumentato e se avevo bisogno di qualcosa
andavo a comperarlo. Facevo il giardiniere in un
grosso parco, la villa dei Rivetti, dove c’era
già anche mio papà che era mezzadro,
lavorava alla vigna. Eravamo in pochi che avevamo
l’apicoltura razionale qui in questa zona,
perché in tante cascine c’erano le villiche
e queste qui, secondo quelli che lavoravano la campagna,
davano troppo lavoro. Al mese di maggio e giugno,
quando sciamano e bisogna stargli dietro per melari
e tutto, eran troppi lavori da fare: le vigne da
disinfettare, i prati da tagliare, e allora preferivano
i villici. Bastava solo andare a raccoglier lo sciame
alla sera quando arrivavano a casa e poi farle morire
in autunno per fare il miele. Nell’autunno
da quanti sciami erano venuti sopprimevano tanti
di quelli vecchi per prendere il miele quando non
c’era più la covata. Toglievano tutto,
avevano dei piccoli torchi, mettevano dentro, schiacciavano
e veniva fuori il miele. Una volta facevano così.
Apicoltori moderni qui nel paese ai miei tempi eravamo
in tre, gli altri due lavoravano in fabbrica, e ne
avevano più di me, poi sono rimasto io, qui
a Valdengo. Poi nel periodo fine anni ‘70 principio ‘80
c’è stata una propaganda per l’apicoltura… qui
a Chiavazza un industriale ha messo su una ditta.
Faceva arrivare api dalla Slovenia, dal Friuli. E’ lì che è arrivata
prima degli altri la varroa, sono andati a caricarla
là. Che poi non si sapeva che cos’era.
Le api non funzionavano. Io ero andato in pensione,
il mio principale è deceduto. Lì vicino
c’era un industriale meccanico che tutto entusiasta
di questa propaganda, e non gli mancavano i soldi,
aveva comperato tante arnie e le aveva sistemate
molto bene, in collina. Con tutte quelle arnie credeva,
credeva… ma poi ha preso una beccata, non una,
tante una volta tante l’altra. Ci siam conosciuti
perché io ero andato a dirgli “guarda
che c’è uno sciame tuo, qui, vieni a
prenderlo”, e lui ha detto: “Guarda,
se è così fai che venire tu a guardarle,
perché io non ho tempo”. Soffriva le
punture. Lì abbiam lottato con la varroa in
tutti i modi.
Una volta era molto meglio. Si faceva il miele di
acacia, poi si lasciava lì, a settembre si
prendeva tutto, adesso invece bisogna far presto,
il castagno o quel che c’è, per poter
disinfettare.
Tanti hanno cominciato con le api, poi si son disamorati
subito, uno perché è arrivata la varroa,
altri perché non potevano curarli, altri per
le punture…è sempre stato così,
già prima.
Lì siamo arrivati a quarantacinque tra le
mie e quelle comperate. L’anno dopo però erano
arrivate a undici. Malandate, con la varroa che non
si sapeva proprio che cos’era. Le han portate
a analizzare mi pare, e han detto “E’ nosema,
basta dare acqua e zucchero con dentro aspirina e
sulfamidici”. Fatto tutto quello, ma è capitato
niente; poi si è cominciato a sapere che cos’era
veramente.
Un po’ alla volta si sono riprese.
Poi c’era un vecchietto su di Bioglio che ne
voleva vendere. Comperate anche là, per sostituire,
e anche lì con tutti gli esperimenti che si
faceva non c’era niente di certo, era sempre
peggio, finchè è arrivato quello che
ha salvato. Che si è imparato a curarla è stato
l’’84-‘85. Quello che ha salvato
tutto è stato l’Apistan. Poi non serviva
più.
Il paese qui sotto è 320, qua sarà 350-60.
Qui si fa l’acacia e il castagno, ma il castagno è diminuito
perché quando si taglia il ceduo entra dentro
l’acacia, invade tutto, e il castagno ne soffre.
Tra l’altro i castagni sono malati. Qui il
castagno di produzione in tutte le cascine una volta
c’era: i marroni, quello da far le caldarroste
o lessato,una volta le facevano essiccare. E’ tipo
un cancro, fa essiccare un pezzo di pelle, la pianta
soffre e un po’alla volta muore. Qui ci sono
queste colline che da ovest vanno verso est: davanti
una volta era tutto vigna, dietro eran tutti boschi,
era castagno selvatico che serviva ogni otto-dieci
anni a tagliare per piantare i pali nella vigna.
In questi anni che cresceva produceva anche delle
castagne, di quelle belle, buone e di quelle un po’meno.
I castagni non erano curati come frutto, erano curati
come legno. Adesso le vigne son sparite qui, e vengono
vecchi e muoiono anche quelli selvatici, ma c’è ancora
qualcuno che fa castagne.
Quando c’è il castagno, adesso c’è qualche
tiglio in giro, chi tiene ancora bene qualche pezzetto
di prato, c’è del trifoglio, e il castagno è un
po’addolcito. Unifloreale qui non si riesce
a fare. Anche l’acacia si fa rarissimamente.
Per farla buona dovrebbe piovere (che poi bisognerebbe
alimentarle) finchè inizia l’acacia.
Prima dove lavoravo c’era un bel gruppo di
ippocastani o castagno d’India che mi arrivava
lì, iniziava già l’acacia e l’ippocastano
era ancora un po’ fiorito, quindi veniva già un
po’ambrata. Qui invece siccome nel ‘68 è venuta
l’alluvione, sono franate tutte le colline,
e allora in diversi posti la forestale ha dato piante
da piantare e tra l’altro c’era l’acero
platanoide che è uno che cresce abbastanza
in fretta, e fiorisce. In primavera, coll’acacia,
o appena prima. Il miele di acero è abbastanza
scuro. In origine l’acacia si faceva più pura
perché gli aceri non c’erano e qui che
ero un po’ lontano dagli ippocastani lo facevo
proprio puro puro e uno dei primi anni che le avevo
qui l’ho fatta pura perché ha sempre
piovuto sull’acero, e quando ha cessato di
piovere ha fatto una settimana magnifica sull’acacia
e ho fatto dell’acacia che era splendida. Acero
e acacia si sovrappongono e se si guarda bene, il
primo melario che si mette, bisogna tenerlo a mente
e smelarli tutti assieme i primi melari, e il secondo è tutta
acacia.
L’ippocastano sono isole, ma son belle grosse
e quando son fiorite rende anche. Anche a Biella
c’è un bel viale di ippocastani.
Abbiamo sempre fatto i due raccolti,
l’acacia
e l’altro. Come richiesta (i compratori)chiedevano
solo miele, ma una volta che assaggiavano l’uno
o l’altro naturalmente per la tavola preferivano
tutti l’acacia, l’agasìa. Una
volta non c’era il castagno, c’era il
millefiori, che era molto meglio perchè da
luglio, agosto e anche settembre…qui il settembre
nei boschi c’era tanta erica, che è il
miele più dolce che c’è. Era
difficile farla venir fuori, se si lascia opercolare è difficile
che venga fuori. La smielavo ma bisognava cercare
che non fosse tutta opercolata. Adesso non si può più chiamare
millefiori perché raccolgono sul castagno
e qualche cosa nei prati che adesso non ci son più neanche
i prati di una volta, perché su in collina è tutto
deserto e sotto son concimati, sì, c’è un
po’ di trifoglio ancora in certi posti ma tutte
le erbe prative sono sparite con la coltura che c’è adesso.
C’è più festuca che tutti i fiori
che c’era una volta, plantago, ranuncolo, trifoglio
ladino e diverse cicorie selvatiche. In primavera
c’era il tarassaco, tutti quei soffioni, e
c’è ancora. Ma quello non disturba perché è presto,
prima ancora dell’acacia. Serve. E poi le altre
insalate che ci son nei prati fan tutte parte delle
cicorie, ma non ci son più adesso. Prati concimati
come adesso gettano più su festuche che roba
da foglia. Tutto è cambiato. La collina prima
era tutta vigna, adesso pezzetti ce ne sono tre e
il resto diventa quasi tutto bosco. Qualcuno ce n’è che
tiene un po’ pulito vicino a casa ma il resto è tutto
bosco, quello che viene spontaneo è l’acacia,
perché venga altro bisogna piantare. Come è diminuito
il castagno è aumentata l’acacia, anche
di più.
Adesso bisogna smielare a luglio per fare il trattamento
tampone. Il raccolto era luglio, agosto e settembre
e lì c’era altro che mille fiori! Adesso
c’è castagno, qualche tiglio, qualche
trifoglio. Un bosco di tiglio non c’è,
ce ne sono sempre stati, ma pochi. L’unico
posto dove c’è un bosco che è tutto
tiglio è giù oltre la Baraggia, una
conca che è tutto tiglio. Mentre in giro c’è chi
se l’è piantato vicino a casa, per il
profumo, ma son poche. Viali di tiglio non ce ne
sono qui in giro, e anche dov’eravamo su di
là.
L’erica è andata sparendo perché viene,
più che dove ci sono i castagni, dove ci son
le querce. Sotto le querce, se non sono tanto fitte,
e i boschi allora li tenevano puliti, tutti, lì c’era
l’erica e soprattutto nei boschi verso meggiogiorno
c’era sempre della bell’erica fiorita.
Verso nord era meno vigorosa e invece verso sud si
notava questa raccolta. Qui ci sono dei posti dove
si potrebbe ancora trovare, c’è un altipiano,
si chiama la Baraggia tra Candelo, Montalciata, e
lì ci sono roveri, farnie, cerri, è un
posto un po’ magro e lì c’è ancora
della bell’erica. Sotto l’acacia vengon
solo rovi, quando poi sono alte non viene più niente,
qualche pianta di sambuco e basta. O nell’alto
Biellese, a mille metri dove non c’è altre
piante. Lì c’è una bruera, perché l’erica
in piemontese si chiama bru, dove c’e n’è tanto
l’è na bruera. E’ lì per
andare a Bielmonte.
Una volta il miele la gente lo consumava quando aveva
la tosse. Pochissimo. Adesso invece tanti lo usano
per addolcire al posto dello zucchero c’è più consumo,
ma una volta latte e miele quando c’era la
tosse. Quando io non avevo le api, andavamo da quel
signore dove ho detto che ho visto le prime api,
a Broglio, se ne prendeva un’arbarella da tre
chili, in casa eravamo papà, la mamma, una
zia, il nonno ancora, due fratelli e una sorella:
tre chili di miele faceva tutto l’anno, non
si usava per addolcire. Tra l’altro allora
non c’era l‘acacia: quando se ne prendeva
là, miele era solo uno, perchè quelle
zone là, Bioglio, la collina, l’acacia
non le aveva ancora infestate
Valdengo è metà piano metà collina
e qui c’era già perché le acacie,
dicendo dei miei vecchi, parlando di mio nonno, qui
sono arrivate quando han fatto le ferrovie, nelle
scarpate. Perché dove c’era la ferrovia
dovevano fare ‘ste scarpate per non andare
indietro il terreno, nella scarpata han piantato
le acacie, altrimenti prima non c’erano e dopo
fanno il seme lungo i torrenti, e poi gli uccelli
che portano il seme, qualcheduno che le ha viste
fiorite è andato a prenderle se le è portate,
e si sono sviluppate così. Le ferrovie a Biella
sono venute nel 1800 e non so più quanto,
mio nonno era del 1863, quando era giovane lui le
acacie non c’erano. Se si lascia un prato incolto,
qui nel piano, le prime a spuntare sono betulle,
rovi – ruvei-, e acacie. Senza piantarle diventa
tutto pieno, in pochi anni. Anche le betulle ce n’era
solo qualcheduna, poi dopo la guerra è venuta
quella mania lì: il gruppo di betulle, tre
betulle piantate in tutti quei giardinetti. Anche
il salice nero, il primo che fa quelle gemme che
sembrano argentate a primavera. Anche quello lì si
moltiplica da solo. Adesso io penso che col castagno
qui si fa anche il miele di rovo, ho visto quest’anno
c’era un roveto lì in fondo che era
tutto un fiore, sembrava che ci fosse dentro uno
sciame che viaggiava, però dura poco”.
Valdengo (Biella), ottobre 2008
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