Storia
dell’apicoltura nel Roero: note su Battista
Cauda
a cura di Paolo Faccioli
L’apicoltura dei fratelli
Cauda - Battista, del 1922, e Nicola, del 1930 -
ha inizio in Cascina Valteppe nel 1940. Là esisteva
un piccolo apiario di Cauda Tuiin, cugino di loro
padre. L’apiario era costituito da una decina
di alveari e i giovani fratelli erano molto incuriositi
dalle api.
Tuiin seguiva le direttive di Don Panera, di Canale,
collaboratore di Don Angeleri, ed utilizzava in quegli
anni arnie Dadant Blatt con misure interne 45x45.
Caratteristica dei suoi alveari era una fessura alta
sul davanti, nella quale veniva inserita una scatola
di sardine piena di sciroppo per nutrire le api,
per poi essere chiusa dalla porticina.
Nel 1945 la presenza di Tuiin fa appassionare i fratelli,
che cominciano la loro avventura con le api catturando
due sciami. Mancanti tuttavia degli alveari, si procurano
le arnie a S. Rocco di Canale, dove c’era qualcuno
a cui le api erano morte (probabilmente di peste)
ed aveva quindi le arnie vuote. La prima rivista
di apicoltura che incontrano viene loro donata dalla
Ghiona di Montà ed è “l’Apicoltore
Moderno” di Don Angeleri. Battista inizia i
contatti con la scuola di Don Angeleri, anche perchè pratico
di Torino, dove ha risieduto dall’età di
14 anni sino ai 18-19. Inizialmente presso una parente,
lavorando al contempo in un macello di Corso Moncalieri.
Dopo un po’ di tempo si trasferisce con un
altro in una soffitta. In seguito il compagno se
ne va e Battista rimane da solo nella soffitta, dove
cucina e vive, assieme ai pidocchi che dopo un po’ si
prende. Rimane a Torino per circa 4 anni e ritorna
probabilmente nel 1940. A 18 anni va alla visita
di leva e viene rinviato come rivedibile per due
anni.
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| Battista Cauda con la moglie Natalina Novo |
Nel ‘41 rimane a servizio tre giorni la settimana
presso la famiglia Occhetti, per pagare un vecchio
debito contratto dal padre 10 anni prima, e alla
fine dell’annata riporta a casa le cambiali
emesse a garanzia del prestito. La casa degli Occhetti
dista poco da quella di Domenico Bordone, ed è quasi
certo che i due si incontrino.
Nel 1943, riconosciuto abile al servizio militare,
Cauda viene mandato a Sambuco, in valle Stura.
Nel periodo trascorso lassù incontra Stefano
Capello di Monteu, il quale gli riferisce dei trasporti
apistici di Domenico Bordone (Minòt).
Passano pochi mesi ed arriva l’8 settembre:
con lo sbandamento, Cauda fugge da Sambuco, ma viene
ripreso a Cuneo e chiuso in una stalla, in attesa
di essere spedito in Germania. Riesce coraggiosamente
a fuggire da un’ apertura nella grata: girovagando,
la sera giunge presso Madonna dell’Olmo, dove
una brava famiglia lo indirizza e gli consiglia di
seguire la Stura sino a Pollenzo. Dopo di che attraverso
le colline rientra a Valteppe. Qualche tempo dopo,
a Valteppe suo cugino Neiu gli porta una capretta
che deve macellare, valendosi dell’esperienza
acquisita a Torino. L’affare è concepito
a metà tra i due e alla fine raddoppiano il
valore della capra: inizia cosi un’attività di
macello clandestino, prima con altre capre successivamente
con piccoli buoi e mucche. Il fratello minore Nicola
faceva la staffetta nel raccogliere gli ordini di
carne sulle colline e faceva le consegne della carne
appena macellata.
A lato di questa proficua attività di macellazione
clandestina, si sviluppa anche l’apicoltura:
nel 1947, prendendo a mezzadria dei bugni villici
da Nino d’Arluge, da Matrin d’la Benna
e da un altro, da cui ne prendono 40, arrivano ad
una settantina di famiglie. Inizia la transumanza
in montagna con, al seguito, improvvisati aiutanti.
L’attività di macellazione si interrompe
bruscamente alla fine della guerra, su consiglio
dei dazieri e dei responsabili pubblici.
Nel frattempo Battista va anche a scuola da Don Angeleri,
a Torino.
Una lezione classica di don Angeleri verteva sul
travaso dal bugno rustico all’arnia moderna,
il che gli permetteva di condurre una campagna per
il passaggio ad un’apicoltura più razionale
e redditizia. Una volta don Angeleri si fa portare
dalla cantina un bugno, lo rovescia per iniziare
il “tambusso”, e dice al nipote, che
lo assisteva, che quel bugno non va bene e lo fa
riportare in cantina con la consegna di sostituirlo
con un altro.
Battista Cauda scende allora furtivamente in cantina,
prende il bugno, lo riporta davanti a Don Angeleri
e glielo squarcia davanti, esclamando ad alta voce: “Questo è quello
che dobbiamo sapere, questo è quello che vogliamo
capire!”: il bugno era ammalato di peste americana
e allora non si sapeva proprio cosa fare (l’episodio è stato
riferito da Gervasio Brezzo e dovrebbe essere avvenuto
appena dopo la seconda guerra mondiale).
Nicola il più piccolo dei fratelli, viene
mandato a servizio da “vachè” a
guardia delle mucche al pascolo, dove si sentiva
dire dai titolari dell’azienda che suo fratello
era in montagna a controllare le api.
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Diploma
di medaglia d’argento conferito ai Fratelli
Cauda per la presentazione di miele
pregiato di produzione propria alla Mostra
Agricola Artigiana di Montà, settembre
1953
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Battista Cauda
con Gervasio Brezzo
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L’avventura dei Cauda in montagna nasce con
una spedizione in bicicletta alla ricerca del posto.
Giunto a Demonte, Battista imbocca il vallone di
San Giacomo per evitare il vallone centrale già in
uso dal Minòt e giunge in località San
Giacomo,dove incontra probabilmente dei vecchi commilitoni.
Nell’estate del 1947 comincia la transumanza.
L’avventura montanara prosegue nell’inverno,
con la visita a Valteppe di due o tre personaggi
(Teo Bertaina- Giuvanin Bacica e forse suo fratello
Mario). Amanti del vino, i montanari conosciuti forse
durante l’estate, forse durante il servizio
militare, diventano subito compagni di feste e libagioni.
Lasciano capire che il vino in montagna può essere
un commercio interessante.
Nell’inverno del 1947 la madre dei fratelli
Cauda vendeva il miele al mercato di Canale, dove
era richiesto soprattutto quello di acacia. Una volta
terminato, per quell’anno, proseguì vendendo
quello di montagna, chiaro anch’esso. Allora
infatti la gente disdegnava quello scuro di castagno.
Anche la mamma dei Brezzo vendeva al mercato di Canale,
e si era trovata in difficoltà in quanto,
avendo esaurito l’acacia, le rimaneva solo
il castagno. Così nel 1948 anche i Brezzo
partono alla ricerca del miele chiaro di montagna,
cambiando valle e scegliendo la Val Maira. Così ricorda
Nicola Cauda.
Alla fine della guerra, nel ‘47 e nel ’48,
un periodo di scarsità di zucchero aveva portato
il miele alle stelle. Questo portò un inaspettato
guadagno, che permise l’acquisto di un “camion”,
in realtà un’ autovettura 520 tagliata
e fatta diventare autocarro con motore del 501.
“Da quel momento- racconta sempre Nicola Cauda - eravamo
diventati en-su” (saliti di grado).
Iniziano i trasporti delle api a S. Giacomo di Demonte
e il commercio delle pesche nella vallata, ed insieme
alle pesche comincia la vendita del vino: dapprima
quello proprio, che ben presto finisce, ed allora
si compra quello del vicino e poi altri: è l’inizio
dell’attività di commercio del vino.
Nel 1949 i Cauda comprano anche un cavallo, che serviva
per i trasferimenti a Montà,
ma anche per dimostrare al mondo che erano riemersi
dalla povertà e potevano permettersi quello
che allora era probabilmente considerato un simbolo
di benessere. In quegli anni affittano a Montà due
camere, che vengono utilizzate come magazzino del
miele, e un garage per riporvi il camion al rientro.
Era necessario poichè la strada per cascina
Valteppe era praticabile per il trasporto con animali
ma impraticabile agli autocarri, e l’alternativa
era ovviamene quella di andare a a piedi.
Negli anni ‘50 fa la sua comparsa anche la
peste americana, e Battista spedisce un telaino a
Bologna all’Istituto Nazionale di Apicoltura,
da dove arriva la ricetta miracolosa: “il sulfatiazolo”.
Battista è ovviamente il primo della zona
a scoprire il prodotto.
Nel 1952 lasciano definitivamente Cascina Valteppe
per andare ad abitare in paese.
Negli anni ‘60 arriva un’altra malattia,
l’acariosi, e sempre con i contatti attivati
in precedenza i Cauda trovano il rimedio nelle fumigazioni
di folbex.
Nel 1956 i fratelli comprano in comune la casa in
Via Cavour e si dividono nel 1962, dopo di che il
Battista compra la quota parte dal fratello Nicola,
ma muore nel 1966, all’età di 44 anni.
All’epoca disponeva di circa 150 arnie e praticava
la transumanza in montagna e successivamente in pianura
per il trifoglio.
Stesso spessore apistico aveva il fratello Nicola,
che poi incrementerà notevolmente l’attività negli
anni seguenti.
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