|
Don Giacomo Angeleri e l'apicoltura
villica
a cura di
Paolo Faccioli - aprile 2006
Argomento principale delle "Giornate
di Studio" del 1936 fu l'apicoltura villica.
Relatore Don Angeleri. A quell'epoca l'apicoltura
villica non rappresentava certo una parte marginale
dell'intera apicoltura. Secondo il censimento del
1933, infatti,si contavano in Piemonte 34.570 bugni
villici contro le 23.321 arnie razionali, che però
vantavano una produzione per unità quasi doppia
rispetto al villico. Una dozzina di chili di miele
annui contro i cinque-sei chili del villico, che testimonia,
tuttavia, di una gestione dell'apicoltura razionale
ancora inadeguata rispetto alle sue premesse e ancora
troppo vicina a quella del villico. Soltanto nella
provincia di Alessandria il numero di arnie razionali
superava quello dei villici. Quasi quarant'anni più
tardi, nel 1975, i bugni villici risulteranno -al
censimento svolto con la collaborazione dell'Istituto
di Apicoltura dell'Università di Torino-solo
il 5% del totale di alveari. L'apicoltura villica,
anche se per lo più è identificabile
col mondo contadino, era stata praticata anche da
dilettanti colti, quali il futuro senatore Giuseppe
Bosia.
L'attualità del discorso di Don Giacomo è
data innanzitutto dall' importante premessa, che oggi
costituisce certamente un elemento retorico obbligato
quando si parla di apicoltura, ma delle cui implicazioni
pratiche si tende a tenere poco conto nel definire
la politica di settore o come strumento di contrattazione
(così ci va per esempio rimproverando da tempo
Marco Accorti): l'importanza delle api per l'agricoltura.
Esordisce dunque:
"L'apicoltura è branca
fondamentale dell'agricoltura, in questo senza l'opera
delle api, agenti provvidenziali pel trasporto dei
pollini dai fiori maschi ai fiori femmine; non avranno
che il 10% della produzione possibile in semi ed in
frutti".
E ne trae la conclusione che:
- a) le api, in un'agricoltura razionale
e redditiva, devono essere presenti in ogni angolo
del territorio patrio;
- b) devono essere presenti anche
se non fanno il miele;
- c) devono essere presenti anche
se costano.
Ma l'apicoltura cosiddetta razionale,
mentre non merita che l'epiteto di industriale, che
tende soltanto a produrre molto miele, col minor costo,
non ha nessuna convenienza di stare o di portarsi
in certe località, mentre la villica, che non
costa, che rende, perchè non costa, più
della industriale, può vivere e compiere la
sua funzione provvidenziale".
Don Angeleri identifica alcune linee
guida nel rapporto col mondo del villico:
- a) il possessore di bugni non vuole
essere molestato;
- b) il possessore di bugni non deve
essere dimenticato;
- c) il possessore di bugni deve essere
istruito e incoraggiato;
- d) il possessore di bugni deve essere,
possibilmente, aiutato nell'interesse comune e dell'apicoltura
industriale"
"E poiché l'apicoltura
villica è praticata, di regola, da persone
particolarmente sensibili e di modeste condizioni;
che vivono isolate nei cascinali sperduti fra i campi,
per i monti e i boschi; che vanno al villaggio soltanto
alle feste grosse; alla città poche volte l'anno;
che non leggono i giornali e ignorano i decreti, ritengo
che non sia il caso di preoccuparsi troppo se, seguendo
le loro tradizioni, alla fine dell'anno, asfissiano
qualche bugno per avere un po' di miele o se ne vendono
all'incettatore".
La posizione di Angeleri, radicato
in un mondo contadino in transizione, si capisce meglio
se si raffronta con quella, per esempio, dell'Avvocato
Luigi Savani un secolo prima ("Modo pratico per
conservare le api per estrarre il mele senza ucciderle"
Milano 1811), tipica espressione dell'apicoltura dei
ceti ricchi e colti, che, se svolge un ruolo di innovazione
e svecchiamento (la "decimazione di favi bianchi"
senza l'apicidio) rispetto alle pratiche tradizionali
e contadine di sfruttamento delle api e estrazione
del miele, è limitata nella sua ottica da un
atteggiamento illuminista, che trasuda un certo disprezzo
per il mondo contadino: la pratica di fare incetta
di miele in campagna, secondo il Savani "fomenta
la naturale infingardaggine dei contadini").
La prima proibizione dell'apicidio, attribuita a un
editto di Giovanni Gastone de' Medici, è additata
ad esempio, anche se "i padroni, i signori parrochi
possono convincere i contadini che è facile
e utile" allevare le api senza ricorrerere all'apicidio.
L'apertura di don Angeleri alla cultura
del villico non esclude però che essa possa
e debba essere integrata nella produzione nazionale:
"Anche il possessore di villici
(pochi o tanti) dev'essere conosciuto dalle organizzazioni
specifiche. Anch'egli non può sfuggire, pur
colla sua modesta attività, al quadro della
produzione nazionale. Egli, anche in breve cerchio,
è fonte di produzione e chi lo sorveglia e
guida deve preoccuparsi della sua presenza o della
sua assenza in quel dato settore, come si preoccupa
delle monte taurine, delle buone sementi o altre cose".
"Non molestiamo per nessun motivo l'apicoltura
villica alla quale tutto dobbiamo; guardiamola coll'affetto
e colla cura dei buoni figli verso i loro vecchi genitori.
Solo quando essa sarà distrutta ne conosceremo
l'importanza".
"Certo è che, quando senza la dovuta preparazione,
si provocano dei decreti contro l'apicidio come è
avvenuto in alcune province, obbligando i possessori
rustici a trasformare o a vendere, se i Decreti si
fanno poi eseguire, nessun villico si salva".
Come si incoraggia, si favorisce e
si migliora l'apicoltura villica?A questa domanda
così risponde Angeleri:
Il più elementare dei metodi
per incoraggiare l'apicoltura villica è quello
di fingere di ignorarla, non parlarne, lasciar fare,
battere la sella e non il giumento; in una parola:
parlare, legiferare considerando soltanto l'apicoltura
industriale; intervenire, caso per caso, con mano
amica quando sono in gioco le sorti di questa.
E' vero:
- a) c'è la questione sentimentale,
in veste economica, della lotta contro l'apicidio
barbaro e crudele che schianta l'albero pel frutto;
- b) c'è l'immondo miele torchiato
che fa concorrenza al confratello centrifugato;
- c) c'è la questione delle
malattie che si attribuiscono tutte o quasi ai villici.
Permettete che vi dica che non pochi
anni fa, ne' miei entusiasmi apistici, sono stato
io stesso tra i più feroci a dare addosso a
l'apicoltura villica sventolando queste tre bandiere
per condurre alla vittoria l'apicoltura razionale.(
)
Ma non solo da oggi, io credo che, volendo seguire
il sentimentalismo e eliminare l'atto di barbaro e
il danno, un mezzo buono sia questo che in non poche
provincie è già stato anche fin troppo
efficace; gli apicoltori senza i Decreti acquistano
i bugni che il contadino, in mancanza di altri compratori
ha venduto finora all'incettatore. Così, senza
ricorrere a mezzi coercitivi e antipatici si mettono
le cose sulla giusta via (
).
Il contadino è sensibilissimo all'interesse;
e non è crudele: per qualche lira preferisce
l'apicoltore e, anche senza il sovrapprezzo, facilmente
capisce che le bestiole che egli ama non meritano
la strage per aver lavorato come egli lavora. Non
pochi poi tra i più intelligenti apriranno
gli occhi e cambieranno sistema.
Non vi pare che non pochi tra gli apicoltori attuali
siano venuti da questa via?
Così coll'apicidio cesserà il miele
torchiato salvo il poco fatto pel consumo proprio
che, a parte la pulizia, non potè mai essere
incolpato di aver generato pestilenze. Chi si contenta
gode. Ma anche in ciò la conversione al meglio
non è difficile.
Restano le malattie infettive, che nessun apicoltore
spassionato e competente crede abbiano origine dai
villici, salvo casi di eccezione; mentre essi sono
piuttosto vittime del pretenzioso razionalismo.
Noi, dunque, facendo dell'apicoltura razionale, anche
senza mai parlarne metteremo a posto la villica eliminando
da essa tutto ciò che è oggetto di critica;
mentre andremo creandole un'onorata ed utile esistenza".
Siamo nel 1936, e don Angeleri
sta continuando la sua battaglia contro gli aspetti
coercitivi e le imposizioni dall'alto che lui percepisce
nella legge del 1925.
|