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Un
viaggio nell'apicoltura argentina, apicoltori lontani ma con i nostri
stessi problemi.
Immaginate
una provincia senza confini, lievemente ondulata, i cui fondi sono
occupati da laghi senza fiumi. I prati e le colture si susseguono
a perdita d'occhio e l'orizzonte è interrotto solo dalle
"Caldenie", Prosopis caldenia, arbusto simbolo della Pampa.
L'apicoltura nella Pampa è molto recente, una decina di anni,
ed in pieno sviluppo. In seguito ai problemi di inondazioni e di
urbanizzazione avvenuti nella provincia di Buenos Aires, gli apiari
si sono progressivamente spostati verso ovest. Anche se questa regione
si trova a 13.000 chilometri dall'Europa, è incredibile constatare
come i problemi cui vanno incontro i giovani apicoltori siano molto
vicini ai nostri.
A
Sud dell'equatore i punti di riferimento si invertono. Così,
conversando con un apicoltore Argentino, non vi dovrete stupire
se vi parla di raccolto in dicembre, di formazione di nuclei in
ottobre o ancora di invernamento in febbraio. Un piccolo calendario
delle stagioni è un preliminare ben utile se si vuole comprendere
come si articola una stagione apistica nel sud.
L'Argentina è un immenso paese che si estende dal 22 di latitudine
sud (a nord del tropico del Capricorno), al 55 di latitudine sud.
Le condizioni climatiche variano molto in funzione della zona in
cui ci si trova. La Pampa è una regione naturale, situata
nel cuore del paese all'altezza di Buenos Aires, e comprende la
provincia di Buenos Aires ed in gran parte le provincie della Pampa,
di Cordoba e di Santa Fe'. Parleremo in particolare dell'apicoltura
nella provincia della Pampa, in prossimità di Santa Rosa,
centro amministrativo della provincia, situata nella Pampa semiarida.
Le precipitazioni medie qui sono dell'ordine di 650 mm di acqua
per anno. Le piogge, generalmente di forte intensità soprattutto
in estate, si concentrano al di fuori del periodo invernale. Più
ci si allontana dal mare, più le precipitazioni diminuiscono
(da 1000 a 200 mm di acqua). Si passa così progressivamente
dalla Pampa umida alla Pampa secca. Nella regione di Santa Rosa,
la temperatura media varia tra 7 C (Luglio) e 24 C (Gennaio) con
degli estremi che vanno da 15 C a 40 C. Gli scarti di temperatura
tra il giorno e la notte possono essere significativi.
Una
flora di prati
La provincia della Pampa è principalmente ricoperta da prati
(permanenti e temporanei) e da colture di frumento, ma anche di
girasole, erba medica, mais... Gli alberi sono molto rari nella
campagna. In prossimità delle abitazioni sono state realizzate
molte piantagioni (eucalipti, frassini,...). Sui bordi delle strade
e sulle bordure degli appezzamenti si trovano principalmente delle
caldenie, ma non è raro vedere dei salici gialli, degli olmi,
degli ontani ed altri arbusti presenti anche nelle nostre regioni.
Le rosacee, molto comuni nelle nostre zone, sono invece praticamente
assenti. Ad ovest della provincia si trova una zona chiamata "Monte",
che ha conservato una caratteristica originale. Qui si vedono ancora
vaste distese ricoperte da specie tipiche della regione: caldenie
(Prosopis caldenia), piquillin (Condalia microphila), Jarvilla macho
(Larrea cuneifolia) che circondano grandi laghi salati. Questo tipo
di vegetazione, appena cento anni or sono, ricopriva ancora spazi
molto estesi nella Pampa. Il paesaggio tradizionale è molto
simile a quello di una savana alberata.
La
flora di prato farebbe invidia a qualsiasi apicoltore europeo. Qui
si trova una varietà florale importante come quella dei nostri
vecchi prati da sfalcio. E' ricca di crucifere, meliloto, erba medica,
trifoglio, tarassaco, centauree, cardo... La flora realmente visitata
dalle api non è ancora stata studiata. Gli apicoltori hanno
le loro idee, ma devono essere intrapresi studi più approfonditi
per cernire meglio le piante che contribuiscono direttamente ai
raccolti. In un tale ambiente, è ovvio che la maggioranza
dei mieli sia rappresentato dai millefiori. Le melate sembrano assenti:
nei mieli non se ne trova infatti alcuna traccia. Le fioriture,
come si può immaginare, sono continue; non esistono "buchi"
di raccolto. Trattandosi di una flora principalmente erbacea, le
riserve di acqua nei primi centimetri di suolo sono molto importanti.
Le prime piogge dopo l'inverno permettono le prime fioriture e l'evaporazione
gioca un ruolo essenziale. Questo spiega come, malgrado le precipitazioni
che si registrano, in gennaio e febbraio il raccolto diminuisce
fortemente (a seconda delle annate).
Apicoltura all'americana
L'apicoltura è praticata principalmente a fini economici
(reddito principale o complementare). Per tale motivo tutti gli
investimenti vengono attentamente ponderati: il sovradimensionamento
è molto raro. La conduzione apistica si ispira fortemente
alla conduzione degli alveari americana. Gli apicoltori hanno optato
tutti per lo stesso materiale, gli
alveari Langstroth. Rinnovano regolarmente le loro regine. Le api
allevate hanno le caratteristiche delle api commercializzate negli
Stati Uniti (ape prolifica ottenuta da ape italiana e carnica).
I criteri di selezione si basano prima di tutto sulla produttività
(fecondità, capacità di bottinatura,...) e sulla resistenza
alla peste americana. La mansuetudine è meno ricercata. Molti
apicoltori producono pacchi d'api o nuclei. Alcuni praticano il
nomadismo ed il servizio di impollinazione. Il raccolto medio registrato
nella regione di Santa Rosa è dell'ordine di 40 50 kg per
alveare. Gli apicoltori più all'avanguardia producono anche
80 90 Kg per alveare con un massimo di 150 Kg per le migliori colonie.
A fine settembre (inizio primavera) le colonie sono normalmente
su 3 4 telaini di covata. Le più forti ne hanno già
sei.
Di seguito sono presentati due metodi di conduzione degli alveari
che assicurano delle buone produzioni.
Metodo
seguito da Luis Fortunato
Apicoltore professionista di Santa Rosa, con più di 1.000
colonie, porta avanti una conduzione molto avanzata che è
stata ripresa da molti apicoltori di questa regione. L'invernamento
avviene su 2 corpi con una griglia escludi regina che mantiene la
stessa nel corpo più basso. Tra il 10 e il 20 di ottobre
le colonie hanno normalmente da 8 a 9 telaini di covata. Si scelgono
i sei telaini più belli senza polline e senza celle da fuco;
si aggiungono 4 telaini già costruiti di buona qualità;
si posiziona questo corpo al di sopra della griglia. Si rimpiazzano
i telaini tolti con fogli cerei. Si rialza di un corpo con favi
costruiti interponendo un foglio di giornale. In questo periodo
si effettua il controllo della sciamatura.
Verso il 20 di novembre, si visitano le colonie e si pone, sotto
al corpo più alto, un nuovo corpo con favi costruiti (eventualmente
con fogli cerei se la forza della colonia lo permette). Tra il 15
e il 20 dicembre vengono prelevati tre corpi (pieni), che vengono
sostituiti con due (tre) nuovi corpi. Nel primo si metteranno 3
fogli cerei, mentre il secondo sarà interamente costruito.
Verso il 20 di gennaio, si ripete questa operazione unicamente con
telaini costruiti.
Tra il 10 e il 15 di febbraio si leva un corpo per riportare la
colonia su due corpi e si formano dei nuclei.
Per fare questo si prelevano tre telaini di covata che si posizionano
al di sopra della griglia escludi regina. Dopo 20 minuti, si introduce
al di sotto della griglia un diaframma separatore e si depone una
cella reale nel nucleo così formato. L'indomani, si rimette
un melario pieno di miele sotto il piatto separatore.
Questo metodo è concepito per effettuare solo una visita
ogni 20 giorni; richiede però molto materiale. Tale tecnica
è stata leggermente modificata da apicoltori meno importanti
che, non disponendo di materiale sufficiente, sono costretti a raccogliere
il miele più frequentemente; devono inoltre visitare il corpo
in basso per togliere i telaini contenenti miele per evitare un
blocco di deposizione.
Metodo
seguito da Daniele Trento
Questo apicoltore, che pratica il nomadismo e vende pacchi d'api
e nuclei, possiede 600 colonie condotte secondo una tecnica leggermente
diversa;.
Il 1 settembre, dopo aver invernato le sue colonie su un corpo,
transuma nella vallata del rio Negro, situato ad una giornata di
strada da Santa Rosa. L'obiettivo è di assicurare l'impollinazione
degli alberi da frutto (per le colonie sufficientemente sviluppate)
e di stimolare le sue colonie più deboli. Alla fine del mese
predispone dei pacchi d'api per livellare le famiglie. Dalle colonie
più forti preleva due telaini di covata, un telaino di riserva
ed un quarto telaino. Completa il nucleo così formato con
dei fogli cerei. Lascia poi la giovane colonia ad una crescita naturale.
Verso il 10 di ottobre parte per la regione del "Monte"
per approfittare delle fioriture là presenti. Pone un melario
(3/4 del corpo) senza griglia escludi regina. Nelle colonie forti
preleva un favo per evitare la sciamatura. Con i telaini raccolti
costruisce nuovi nuclei. La seconda settimana aggiunge una o due
alzate in funzione della popolazione. Verso il 10 novembre, prima
del suo ritorno verso la regione di santa Rosa, raccoglie un miele
dolce e fruttato a cristallizzazione fine. Una alzata contiene circa
14 15 kg di miele.
Verso il 15 novembre comincia il raccolto su cardo, trifoglio, centaurea
ed eucalipti. In questo momento la regina è tenuta nel corpo
basso.
Il
15 dicembre raccoglie da 1,5 a 2 alzate che vengono rimpiazzate
con due nuove o tre se le prime due erano state riempite bene.
Nella seconda quindicina di gennaio, raccoglie le alzate e le rimpiazza
con due nuove, composte da telaini costruiti.
Verso la metà di febbraio riporta le famiglie su un corpo
e costituisce dei nuclei su sei tealini (4 di covata + 1 di scorte
+ 1 telaino nutritore). I nuclei vengono poi disposti per la fecondazione.
Essi invernano con sciroppo di zucchero (2 parti di zucchero per
1 parte di acqua) e un telaino di miele. Fino a quest'anno ha realizzato
un nucleo a partire da due colonie, ma ora conta di ottenere a fine
stagione un nucleo per alveare.
Per poter avere dei tealini di scorte, in stagione, si prende cura
di piazzare alcuni corpi con telaini grandi per costituire una serie
di scorte per i nuclei.
Un
miele banalizzato
La maggior parte degli apicoltori si limita a produrre miele. Attualmente
questo prodotto non è assolutamente valorizzato ed é
venduto in gran parte agli esportatori. Molti apicoltori si limitano
a fornire dei melari ad altri apicoltori che dispongono di una mieleria
più importante, nella quale tutti i mieli vengono miscelati,
diventando così non più identificabili. Inoltre, come
abbiamo precedentemente detto, le smielature non sono realizzate
in funzione di raccolti specifici, bensì dello stato di riempimento
dei melari. Se si desidera valorizzare questa produzione resta da
fare molto lavoro. Gli apicoltori sono naturalmente interessati
a quei passi che permetterebbero loro di non vendere più
il miele come prodotto di bassa gamma, bensì come un prodotto
di qualità. Chiedono che l'origine geografica dei mieli venga
menzionata e si dichiarano pronti ad investire quanto occorre per
migliorare la qualità se ciò porterà ad una
valorizzazione economica del miele. I loro mieli sono di di qualità
molto buona, se confrontati con altri mieli commercializzati sul
mercato mondiale (umidità sempre inferiore al 18%, corrette
condizioni di stoccaggio,...).
Per fare salire il prezzo di vendita del miele, da 0.8 a 1.3 $ US,
molti si sono lanciati nella produzione di mieli rispondenti ai
criteri biologici. Beneficiano di un ambiente molto favorevole per
questo tipo di produzione. Abbiamo incontrato un apicoltore biologico
che possiede un apiario di 300 colonie nella sua azienda di oltre
cento ettari, di cui molti ricoperti da una vegetazione arbustiva
mellifera.
Patologie
Dal punto di vista patologico, i problemi sono principalmente legati
alla varroasi (Varroa jacobsoni) contrastata per lo più con
prodotti di produzione artigianale e senza alcun controllo di efficacia.
Il rischio di comparsa di resistenza al fluvalinate o ad altri prodotti
acaricidi utilizzati è reale e dovrà essere valutato
sul campo. Anche la peste americana (Bacillus larvae) è presente,
ma non è tuttavia generalizzata. Molti apicoltori utilizzano,
a volte senza esserne coscienti, dei nutrimenti stimolanti contenenti
antibiotici.
Il
nosema (Nosema apis) è a volte presente, ma poco conosciuto.
Alcuni apicoltori hanno segnalato casi di acariosi (Acarapis woodi):
i rischi di infestazione esistono, ma non sembrano frequenti in
questa regione dell'Argentina.
Durante una discussione con apicoltori argentini, si sono raccolti
gli stessi pareri degli apicoltori europei in merito alla tecnica
di conduzione degli alveari, all'allevamento, alla lotta contro
le malattie, agli impianti di apiari. Le loro aspettative in materia
di valorizzazione del lavoro e dei prodotti sono identiche a quelle
degli apicoltori europei. Sono molto dinamici ed aperti. Sarebbe
certamente molto interessante mettere in pratica una piattaforma
di scambio di informazioni tra apicoltori europei ed argentini per
contribuire a valorizzare i mieli di qualità.
Una migliore conoscenza dell'apicoltura di questi grossi produttori
mondiali di miele non può che avere una ricaduta positiva
per tutti noi.
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