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HOME APICOLTURA E ISTITUZIONI Notizie - Dal mondo dell'apicoltura Serafino Spiggia: dalla tradizione la costruzione di un futuro di qualità per l'apicoltura della Sardegna

Serafino Spiggia: dalla tradizione la costruzione di un futuro di qualità per l'apicoltura della Sardegna

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(4 agosto 2010)

Presentiamo i passi salienti del saluto che Serafino Spiggia, presidente della Associazione Produttori Apistici di Sassari, ha rivolto al XX Congresso della A.A.P.I.

La nostra apicoltura, stante l'insularità...

 

...e gli scarsi contatti con allevatori ed allevamenti delle aree maditerranee, ha continuato ad esistere autonomamente grazie ad una razza di api adeguatamente acclimatata, in condizione di trovare alimento in tutte le stagioni e di aver rifugi sicuri anche spontanei. La possibilità di accasarsi in cavi d'albero, in conche di roccia o in muri diroccati ne ha consentito la sopravvivenza anche senza l'intervento umano.

Dal momento in cui l'uomo iniziò convivere con le api, questo suo interesse fu senza dubbio favorito dalla disponibilità dei cilindri di sughero quasi in tutte le contrade dell'Isola; la costruzione senza particolari attrezzi degli alveari, sempre della stessa forma, fece diventare l'allevamento delle api una consuetudine assai diffusa ed anche redditizia rapportata ai quei tempi ed a quelle esigenze. La libertà di estrazione del sughero dalle piante rendeva più favorevole la raccolta del materiale. (...)

Gli alveari erano per consuetudine riuniti e tenuti in ortos de abes, casidderas, ortos de rnojos; vicino agli ovili, nei vigneti ed in terreni in cui vigeva la comunità dei pascoli. La dispersione di sciami destinati a rifugiarsi in cavi di piante e di roccia era talmente frequente da costituire aree in cui sos apiarjos, sas casas, gli staddi abbondavano fino al punto di poter ricavare scorte di miele per numerosi nuclei umani mediante il saccheggio parziale delle colonie raggiungibili da terra o con scale di fortuna.

La smelatura dei bugnos, casiddos, inojos avveniva subito dopo il solstizio d'estate quando in pianura, completato il ciclo naturale della vegetazione, venivano meno le fioriture. Le famiglie, sloggiate dagli alveari con l'uso di fumo e di tambussi, venivano raccolte in cilindri vuoti, rimessi poi al posto di quelli asportati. Raccolte tutte le api si praticava un sistema di transumanza con fasci di alveari in groppa ai cavalli per raggiungere aree montane sopra i mille metri di quota ove talune fioriture si prolungavano per tutto luglio ed agosto. La transumanza consentiva alle colonie-sciami di ricostruire il nido e, sovente, di sciamare accrescendo ancora la consistenza dell'apiario. (…)

L'associazionismo era del tutto inesistente: ogni produttore di miele e di cera operava in proprio anche per minime quantità, quasi vi fosse un bisogno intimo di tenere celata la produzione di miele e di cera, saccheggiata dalle decime e dai diritti avanzati dai feudatari. Per lo scambio dei prodotti, secondo numerose citazioni, vi erano giorni stabiliti e in genere legati a festività religiose (la festa di San Giovanni era una di tali ricorrenze, ancora viva ad Olbia fino a qualche decennio fa). Il miele si scambiava alla pari col formaggio e col frumento, una parte di miele con due di lardo e di lana; un alveare nel mese di marzo si scambiava con una pecora o una capra in produzione e con un suino di circa un anno; uno sciame con un'agnella o una capretta nate in autunno.

In tutta la Sardegna la lunghissima convivenza con le api portò sin dal periodo della dominazione romana e durante il periodo giudicale ad una larga diffusione nella onomastica di cognomi attestati in documenti medioevali. Ne citiamo alcuni: Medde, Mele, Melis, Melinu, Melachinu, Melaiu, Abe, Ape, Casiddu ed altri. (…)

I primi tentativi di svecchiamento degli apiari, per quanto ci risulta, avvennero nell'area di Cagliari già alla fine dell'800, quando industriosi pionieri tentarono la trasformazione degli allevamenti, passando dagli alveari rustici alle arnie con favi mobili. Tali pionieri, mossi dalla novità delle casette in legno con i telaini, dal desiderio di accogliere meglio le nostre produttrici per ottenere produzioni più abbondanti, iniziarono a distinguere pian piano sapori e qualità derivanti dall'ampia gamma delle fioriture. La transumanza non era un'operazione frequente, né allora c'era l'esigenza di distinguere in modo adeguato i periodi delle fioriture delle varie specie botaniche: in sostanza si produceva esclusivamente millefiori ed in qualche zona si estraeva pochissimo miele di corbezzolo. (...) Un maggior sviluppo ed impegno nell'apicoltura, si ebbe con la costituzione nel 1951 del primo sodalizio apistico sardo: il Consorzio Apicoltori della Sardegna e, fu grazie a questa spinta associativa che il Consiglio Regionale votò la prima legge sull'apicoltura nel 1954, assegnando contributi per favorire la crescita e diffusione degli apiari, con particolare attenzione alla cura delle malattie. Il Consorzio Regionale continuava ad accogliere gli allevatori di tutte le province, ma le distanze impedivano la partecipazione agli incontri. Avvenne così che nel 1977, grazie a un corso di informazione apistica promosso dall'ERSAT, fu costituita in Olbia l'Associazione Apicoltori Galluresi che per alcuni anni gradualmente aggregò tutti gli apicoltori della provincia di Sassari.

I corsi di apicoltura, rilevato l'interesse crescente di anziani e di giovani, si moltiplicarono e nell'arco di un lustro nacquero successivamente un'Associazione a Sassari, una a Nuoro, altre a Cagliari ed infine ad Oristano ed ancora a Nuoro.

L'azione svolta dalla nostra Associazione dal `77 fino al `90, relativamente alla trasformazione degli apiari da rustici in razionali, è stata di grande fortuna. Dobbiamo rilevare con soddisfazione che in quel momento vi fu una risposta insperata al tentativo di cambiamento di metodo e nacque una apprezzabile volontà di allevare le api non più nei bugni di sughero, ma nelle arnie razionali.


Le arnie in sughero: la storia dell'apicoltura in Sardegna Il passato dell'apicoltura sarda a confronto con un razionale apiario della odierna apicoltura.
Trent'anni fa Asfodelo: una delle fioriture caratteristiche dell'isola che, nelle annate favorevoli, garantisce una importante produzione monoflorale

La nuova casa fu accolta con entusiasmo e chi ancora operava in apicoltura rustica non tardò ad accorgersi che la trasformazione era indispensabile ed urgente.

Il mercato richiedeva notevoli quantità di prodotto che gli apiari rustici non erano in grado di fornire. Occorreva cambiare sistema, rendere la produzione più abbondante, disporre di miele igienicamente più accettabile, costruire o migliorare gli ambienti di lavoro, orientarsi su contenitori non più raccogliticci né antidiluviani ed assolutamente antiigienici..(…)

Negli anni Ottanta e Novanta nacquero in tutta la regione Cooperative di giovani alcune delle quali riuscirono ad affermarsi, altre per defezione di soci non ebbero vita lunga. Tutto ciò contribuì alla svecchiamento degli apiari esistenti ed alla creazione di nuovi, partendo non più da sciami reperiti qua e là presso amici, ma con nuclei acquistati in allevamenti locali e della Penisola. In quei due decenni vi fu un passaggio continuo di api tra le sponde tirreniche che, se da un lato servì a rinforzare la razza locale, col cambio delle regine, dall'altro portò nell'isola patologie prima sconosciute e per ultima la varroa. La diffusione rapida del parassita portò a gravi perdite di colonie in tutti gli apiari. (…)

Di pari passo è cresciuta la capacità produttiva in tutte le aziende. I finanziamenti per l'acquisto di materiali, la costruzione di strutture idonee alla produzione, raccolta e commercializzazione del miele in pochi anni ci hanno messo in condizioni di uscire allo scoperto. Singoli operatori e cooperative hanno sostenuto la diffusione e lo sviluppo di un'apicoltura moderna, razionale, redditizia e varia nella gamma delle produzioni monoflorali che qui cito per conoscenza degli apicoltori ospiti: abbiamo aree limitate, ma numerose, di agrumeti; fioriture assai estese e lunghe di asfodelo, cardo, castagno, erica, lavanda, mirto, rosmarino, timo, nonché vaste plaghe di colla rivestite di corbezzolo che ci danno il ben noto miele amaro; resta 1'eucaliptus che, pur non essendo un'essenza locale, fornisce oggi un abbondante raccolto entrato nella grande filiera del consumo quotidiano. (…)

Negli oltre vent'anni di attività le Associazioni hanno creato una cultura nuova di tutta l'apicoltura, nelle sue varie ramificazioni ed hanno posto solide basi per lo sfruttamento delle essenze floreali di tutta la Regione. Ci auguriamo che non vengano meno la volontà e l'entusiasmo nei giovani di oggi e di domani. A loro è affidata la buona fortuna delle nostre laboriose e carissime api.
Sebastiano Spiggia

(Da L'Apis n.3 - 2004)

4 Agosto, 2010 -