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2004: anno bisesto, anno funesto?

Un quadro d'insieme della situazione sanitaria degli apiari, particolarmente preoccupante in gran parte del centro nord. Le linee prioritarie di lavoro della Commissione Sanitaria U.N.A.API.

Fare il punto sulla situazione sanitaria attuale è abbastanza facile: un disastro!
Capirne, invece, cause e dinamiche risulta assai più difficile.
La perdita di famiglie d'api, nella fase di stasi produttiva e ripresa primaverile, si aggira normalmente intorno ad un massimo del 10 % del patrimonio aziendale. Quest'anno, invece, sono numerose le segnalazioni di mortalità di api sia nel periodo pre che post invernamento: secondo le zone ci si aggira dal 20% fino oltre il 50%. Frequenti i casi di mortalità di interi apiari. Il quadro non è ovviamente omogeneo, in particolare nel centro nord della penisola presenta un andamento a macchia di leopardo, ma si deve prendere atto degli esiti drammatici della ripresa primaverile.
Le famiglie che sono ancora in vita si presentano o molto piccole ed in forte ritardo o non hanno praticamente scorte ne di nettare ne di polline. Persino in zone del centro-Italia, in cui si è sempre considerata eccezionale l'esigenza di nutrire le famiglie, si è dovuto procedere a somministrazioni di candito fin dall'autunno, per riprendere a primavera.
Molti colleghi sono costretti ad affidare le loro speranze alle previsioni meteo ed al miraggio di una primavera particolarmente favorevole…
Non mancano perdite causate da varroa anche se la più rilevante causa d'indebolimento delle famiglie d'api non è probabilmente, nell'insieme, imputabile al livello di infestazione.
Molte (dal Piemonte alla Sardegna ad esempio) le constatazioni di forti infestazioni da nosema e di mortalità di covata causate, probabilmente, da virosi e pestilenze varie. Nelle zone in cui la peste europea aveva già fatto la sua comparsa, si è assistito ad una sua recrudescenza fin da febbraio.
Non credo che l'elemento scatenante possa essere ricondotto ad una unica causa, ma non sono neanche sicuro che si possano conoscere ed elencare tutti i fattori e le variabili che possono aver interagito per tale infernale esito.
E' necessario, in primo luogo, ricordare una componente ambientale che sicuramente non ha fatto bene. Nella stagione estiva di due anni fa (2002), si sono registrate temperature basse e questo in molti casi ha ridotto l'efficacia dei trattamenti per evaporazione contro la varroa. Si sono invernate famiglie di api con, mediamente, alta infestazione.
Nel 2003, all'opposto, l'estate è stata molto calda; sappiamo, purtroppo, che l'efficacia dei prodotti evaporanti in presenza di alta infestazione di varroe ha dei limiti.
Come se ciò non bastasse dai primi di agosto, a causa della prolungata siccità, le api sono andate in blocco di covata.
La siccità ha comportato nell'insieme una grande penuria di polline ed in particolare di polline con buone caratteristiche qualitative.
La riserva e la qualità dei grassi delle api "invernali", come leggiamo nei manuali, si costituiscono in funzione della quantità e qualità dell'apporto proteico che l'alveare raccoglie nell'ultima fase stagionale.
Interrogandosi inoltre sull'andamento intercorso dalla fine stagione 2003 alla ripresa del 2004, trova più di un fondamento l'ipotesi che la popolazione di api, con le caratteristiche biologiche tali da consentirgli di passare l'inverno, si formi molto prima di quanto non si sia abituati a pensare. Per esemplificare e provare a capirci: è possibile che le api "invernali", nelle zone interne ed a clima più continentale, si preparino nel mese di agosto.
Alcuni areali, nella fine stagione ed in autunno, hanno registrato le prime perdite significative; drammatiche ad esempio quelle verificatesi nel Friuli Venezia Giulia, con mortalità del 70% del patrimonio apistico. Altrove, invece, nell'autunno del 2003 sono arrivate famiglie d'api debilitate; in molti casi con popolazioni apparentemente adeguate, ma nella sostanza composte d'api di "fragile costituzione" per danni da varroa, con scorte insufficienti e, probabilmente, con api vecchie o inadeguate quanto a riserva di grassi, essendo in pratica mancata l'importazione da agosto.
L'inverno prolungato di quest'anno (peraltro un normalissimo inverno) ha operato una crudele "selezione naturale" delle debilitazioni varie facendo consumare tutte le scorte e ritardando lo sviluppo della covata per il ricambio delle api. L'andamento della media delle temperature nella prima parte di febbraio ha, poi, indotto ad una "falsa partenza", che ha incentivato più di una famiglia ad arrischiare l'urgente e necessario ricambio generazionale, cui è seguito il "colpo di grazia"del ritorno di freddo di fine febbraio inizio marzo.
Di ben poca consolazione constatare che apiari in pessimo stato sono presenti in tutta la penisola e indifferentemente dal metodo di lotta alla varroa utilizzato sia nel periodo estivo che invernale.
Nel sottolineare i pregi, per il rispetto dell'ambiente, per i ridotti rischi residuali nel miele ed il minor rischio di resistenza dei prodotti evaporanti a base di timolo (Api Life Var, Apiguard, cartoncini in preparazioni artigianali) dobbiamo, però, nuovamente prendere atto dei limiti dell'evaporazione in funzione della temperatura ambientale nel periodo di trattamento e del grado d'infestazione di varroa, che se troppo alta può non essere ridotta a sufficienza.
Il coumaphos, in compenso, "batte in testa" in moltissime zone con un grado di efficacia sempre più aleatorio. Quanti hanno riposto le loro speranze nell'aumento, se non nel raddoppio, dei dosaggi del formulato in polvere ad uso zootecnico hanno semplicemente moltiplicato gli effetti residuali sulla cera e, più che altro, sul miele con in più risultati di diffusa moria d'api.
In alcuni territori, ove gli apicoltori sono particolarmente ben coordinati, è stato riutilizzato il fluvalinate che è presente nel prodotto commerciale Apistan. Altrove invece si è ricorso, in ordine sparso, a questo o ad altri piretroidi, come la flumetrina. Laddove da anni, in effetti, non era più stato utilizzato piretroide di sorta da nessun apicoltore dell'areale si è ottenuto un risultato di efficacia soddisfacente. Ove invece si è riutilizzato a seguito di interventi recenti con piretroidi l'efficacia è stata tale da comportare gravi perdite d'alveari. Va ribadito e ricordato con insistenza che tale prodotto può essere usato rispettando, però, una rotazione di almeno 5-6 anni in tutte le famiglie d'api di un comprensorio per poter nutrire una qualche speranza che siano assenti ceppi di varroe resistenti. Gli istituti di ricerca al riguardo stanno facendo dei monitoraggi per valutare quale sia il livello della resistenza della varroa al fluvalinate, alla flumetrina e al coumaphos. In merito c'è da porsi più di un interrogativo sulla effettiva significatività dei dati acquisiti potendo il comportamento e le scelte di un solo apicoltore introdurre variabili non rilevabili e tali però da inficiare qualsiasi esito e generalizzazione dell'inchiesta.
L'acido ossalico ha confermato un buon grado di efficacia: nella situazioni di alta infestazione e di certezza d'assenza di covata si è dimostrato, ancora una volta, soddisfacente l'intervento gocciolato. Qualora, invece, non si sia più che certi dell'assenza di covata, in particolare qualora si debbano trattare famiglie deboli e si debba, quindi, ripetere il trattamento nel periodo invernale, la somministrazione per sublimazione, con l'evaporatore Varrox od altri presenti sul mercato, ha garantito risultati più che buoni. Obbligatorio adottare adeguate precauzioni per evitare le possibili irritazioni ed intossicazioni dell'operatore.
Il vero punto debole su cui si stanno facendo passi indietro invece che progressi, al di là del principio attivo utilizzato, è il coordinamento del territorio; infatti solo a condizione che l'intervento sia contemporaneo e con la medesima scelta di principio attivo si avranno buone probabilità di ottenere un risultato adeguato in termini di efficacia.
Altro problema sono le malattie della covata per le quali da quest'anno abbiamo a disposizione i nuovi kit diagnostici della ditta Vita Europe che ci possono aiutare per il riconoscimento tempestivo sia dell'europea che dell'americana. Una volta diagnosticate, tuttavia, non ci resta che procedere all'eliminazione. Sono, infatti, sempre più preoccupanti le segnalazioni di residui di antibiotici nei mieli che arrivano dal nuovo sistema europeo di Allerta Rapido, con la triste novità di prodotti fino a qualche giorno fa sconosciuti, come i composti furanici, senza chiaramente dimenticare sulfamidici, tetracicline, cloramfenicolo…
La Commissione Sanitaria ha comunque sottoposto a tutti gli interlocutori in campo le preoccupazioni per la situazione sanitaria e chiesto a chi dispone di risorse economiche per la ricerca di rinnovare un forte impegno con la priorità di fornire risposte adeguate alla gravità delle problematiche sanitarie. Sia dai lavori della Commissione Sanitaria a Rimini che a Piacenza e dal convegno della A.A.P.I. è uscita una indicazione forte a tutti i soggetti impegnati nel lavoro di campo a concentrare gli sforzi su priorità determinate e condivise, con protocolli tali da rendere confrontabili i lavori nei diversi contesti apistici.
Questi i protocolli predisposti su cui speriamo si concentrino gli sforzi:
- monitoraggio dell'efficacia del timolo, con i vari preparati, sia nel mese di giugno che in quello di agosto;
- confronto tra la tossicità nei confronti delle api nell'utilizzo ripetuto dell'acido ossalico tra le formulazioni e somministrazioni reiterate di gocciolato e sublimato;
- studio sulle ricadute della nutrizione artificiale sia zuccherina che proteica;
- monitoraggio del nosema.
Non ci resta che sperare che la primavera evolva nel modo migliore e che il clima, per almeno un anno, si normalizzi. Ma attenzione perché il detto dice: anno bisesto…

2 aprile 2004
Luca Allais
Responsabile Commissione
Sanitaria U.N.A.API.


Apistan: una risorsa riutilizzabile?
La quasi totalità degli apicoltori che nel 2003 hanno utilizzato l'Apistan sono stati soddisfatti dei risultati.
Sugli altri prodotti il livello di soddisfazione è stato, invece, drammaticamente variabile. Molti alveari sono, tuttavia, spariti anche a causa della scarsa capacità di molti apicoltori di fare un uso intelligente e non cieco dei prodotti evaporanti. E quei commercianti che ancora a settembre li vanno smerciando (alle varie mostre-mercato) di certo non aiutano.
L'anno scorso l'U.N.A.API., dopo un franco confronto interno, ha inserito l'Apistan tra i prodotti consigliati nella strategia di lotta contro la varroa, "PURCHE' SOLO PER UN ANNO".
Nel dare questa indicazione nessuno di noi ovviamente pensava che l'anno successivo l'Apistan avrebbe subito perso totalmente efficacia.
I criteri utilizzati per questa impostazione sono così riassumibili:
o un uso ottimale e strategico del principio attivo, da riproporre eventualmente dopo un "riposo" di qualche anno (inizialmente persino la ditta produttrice e l'esperto di cui si avvale si erano espressi in questo senso);
o l'intento di evitare l'accumulo del principio attivo nella cera, visto che se ne trovano ancora deboli e meno deboli residui ancora risalenti alla prima ondata;
o un atteggiamento di responsabilità e di gestione associativa coordinata del prodotto.
Sapevamo bene che molti avrebbero lasciato le striscie fino a primavera e che molti altri avrebbero utilizzato il più economico surrogato Klartan, e che proprio per questo era importante dare un'indicazione. Era facilmente prevedibile che ci sarebbe stato un "ritorno di fiamma" col fluvalinate, dopo la lunga diffidenza seguita alle enormi morìe di alveari del 94-95. Come certe coppiette delle telenovelas che, quando si lasciano è "per sempre", per poi rimettersi insieme, ed ancora una volta è "per sempre" (almeno fino alla prossima volta). Questo "ritorno di fiamma" può risultare supportato da un monitoraggio sul prodotto effettuato in varie regioni d'Italia, sul cui valore generale è lecito nutrire dubbi. Per fare solo un esempio: la Toscana, una regione da cui parte ed in cui arriva un significativo flusso nomadistico, non è stata monitorata. Stiamo inoltre giorno dopo giorno scoprendo "sacche" territoriali in cui si è continuato ad usare il fluvalinate o la flumetrina. Persino nella forma dell'apicoltore biologico che sta smaltendo ad altri le vecchie striscie della prima ondata. L'estate scorsa abbiamo ancora assistito al solito fenomeno: in alcune zone il coumaphos, dopo anni di messa in guardia sulla sua possibile scarsa efficacia, è stato ancora usato, perchè funzionava… l'anno precedente e, ops, sono morte quasi tutte le api (anche quelle dei vicini che usavano altro e che si sono beccati una bella reinfestazione). Dopo aver investito tanta energia nel cercare di dare un senso strategico alla lotta alla varroa, l'U.N.A.API. ritiene d'impegnarsi per cercare di contrastare alcuni automatismi, atteggiamenti semplificatori e la forza delle abitudini trasmesse con il passa parola tra gli apicoltori.
Considerando improbabile poter troncare di punto in bianco un tale "feeling", la Commissione Sanitaria dell'U.N.A.API. invita chiunque intenda utilizzare Apistan, o chiunque intenda addirittura proporlo territorialmente, poiché presume che in quella zona nessuno nel recente passato ha utilizzato piretroidi di sorta, di considerare, fin da ora, quale tempo massimo di possibile utilizzo il 2004.
La Commissione Sanitaria dell'U.N.A.API. auspica che sia possibile riconsiderare l'uso di Apistan dopo un ulteriore periodo di riposo tale da assicurarne il massimo d'efficacia ed esprime la speranza che, invece, non prevalga l'insensatezza con la conseguente inevitabile perdita e moria di alveari.

(Da L'Apis n.4 - 2004)


U.N.A.API. Str. Tassarolo 22 - 15067 Novi Ligure (AL)
tel.
0143 32 37 78 - Fax 0143 31 42 35
ultima modifica: 4 Agosto, 2006 -
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lapis