Mieli d'Italia

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Dalla parte delle api

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Lofrecciatornaindietro scienziato e letterato Giorgio Celli (1935-2011) sostenne, nella sua prefazione al popolare manuale di apicoltura “Le api” di Alberto Contessi, che “L’ape non è un animale domestico e neppure selvatico, ma qualcosa di intermedio, una creatura capace di contrarre dei rapporti con noi senza perdere la propria libertà, o restando sempre in condizioni di riprendersela…”. Manifestando però una preoccupazione per il futuro: “Oggi… il modello di questa felice convivenza tra uguali sta mutando… temo che la domesticazione dell’ape, in senso stretto, stia avendo inizio… Non so se le ameremo di più, queste api, mezzo cane e mezzo robot, che ci prepara il futuro”.

Quando si parla dell’”ape”, se ne parla al singolare intendendo quello che viene definito il “superorganismo alveare”? Oppure l’intera specie “apis mellifera” (come nel caso di Celli)? oppure si ha davvero in mente la singola ape come essere senziente individuale? Quest’ultima possibilità Figura 0viene in genere oscurata in nome della teoria del superorganismo, secondo cui è l’alveare, la colonia, a costituire un’unità biologica a sé stante, l’individuo, di cui la singola ape sarebbe solo una cellula dipendente e non autonoma.

Un libro uscito nel 1811 a Milano, “Modo pratico per conservare le api per estrarre il mele senza ucciderle” dell’Avvocato Luigi Savanisi pose il problema di ottenere un prodotto diverso “da quel succido e schifoso che macellando le api si ottiene” da parte di coloro che “pestano i fiali (favi) pieni di covate”: alla tradizione dell’apicidio, diffusa tra i contadini, Savani opponeva il sistema della “decimazione di favi bianchi” (l’asportazione cioè dei soli favi di cera vergine, di fresca costruzione e riempiti di miele di recente importazione), e suggeriva quanto l’abbandono dell’apicidio potesse incrementare il patrimonio di alveari: “il primo anno un’arnia donde tre sciami, saranno arnie 4, il secondo 16, il terzo 64, il quarto 256, il quinto 1024”.

figura 1 Questo punto di vista, che rompendo con una lunga tradizione di apicidio, sembra dare importanza alla vita delle api, lo fa avendo soprattutto in mente il “superorganismo alveare” come entità produttiva, e l’interesse dell’uomo a sfruttare al meglio il lavoro delle api stesse.

Il fatto che le api possano  trovarsi in una condizione di “benessere” piuttosto che di “stress”, appartiene a una sensibilità più recente. Un penetrante scritto di Erick H. Erickson pubblicato su Bee Source (http://www.mieliditalia.it/bio_api_stress.htm) , dopo un’attenta disamina dei fattori di stress indotti dall’allevamento in quanto tale, conclude che, rispetto ai fattori di stress a cui sono normalmente soggette le api, inclusi quelli meteorologici, disastri naturali, predatori, parassiti e malattie , “nessuno infligge così tanto stress a una famiglia d’api come l’apicoltore”. Erickson si sofferma in particolare sul fatto che l’accudimento continuo da parte dell’uomo ostacoli nelle api la selezione naturale, su come la coibentazione fornita dall’arnia moderna non fornisca, rispetto a tronchi cavi di albero, una sufficiente protezione; su come si siano sviluppate tecniche di gestione che tendono a “gonfiare” le popolazioni in modo esorbitante, ecc.

figura 3
figura 4

Rimane un punto di vista zootecnico, di allevamento e sfruttamento, ma per la prima volta ci si interroga sull’impatto che allevamento e sfruttamento possono avere sulle api.

Recentemente si sono preoccupati di un’apicoltura più “naturale”, più “ a misura delle api” i cultori del cosiddetto “metodo Perone”, o dell’”arnia Warrè”, o dell’”arnia africana” (o Top Bar), che rappresentano un ritorno a prima dell’arnia razionale moderna. Queste ”scuole di pensiero” non escono comunque da un’inquadratura zootecnica, come in questa abbastanza tipica formulazione:
Come per i bovini si tende a prediligere un allevamento meno intensivo con positive ricadute su salute e benessere degli animali, così per le api un allevamento maggiormente rispettoso di cicli e bisogni naturali potrebbe favorire uno sviluppo più sano delle colonie”

Oppure, ruotano attorno a un ideale di naturalità, di ecologia, di sostenibilità, in cui comunque l’oggetto è il superorganismo alveare.

E la preoccupazione di Giorgio Celli che l’intervento dell’uomo a livello genetico possa snaturare le caratteristiche originarie delle api?

I più scrupolosi tra gli selezionatori di api regine sembrerebbero condividere lo spirito di questa preoccupazione. Sentiamo Jos Guth, allevatore e selezionatore lussemburghese: Nella selezione occorre non perseguire mai all'eccesso la perfezione di un certo carattere. Infatti possono apparire carenze riguardo ad altri caratteri. Ad esempio, è stata selezionata un'ape tanto mansueta da essere incapace di pungere l'apicoltore in qualsiasi caso, ma era molto più sensibile alle malattie. Un'ape con caratteri equilibrati è leggermente aggressiva, anche se è assolutamente importante per lo svolgimento ottimale delle operazioni apistiche che, una volta richiusa l'arnia, le api non insistano a rincorrere l'apicoltore”.

Un approccio diverso è quello di chi considera la vita di una singola ape, senza bisogno di negare la teoria del superorganismo, ma considerandola uno strumento interpretativo che non esaurisce tutta la realtà.
Perché preoccuparsi della vita di una singola ape?

Il filosofo e giurista inglese Jeremy Bentham (1748-1832) fu il primo a proporre un argomento per farlo:

"Verrà il giorno in cui il resto degli esseri animali potrà acquisire quei diritti che non gli sono mai stati negati se non dalla mano della tirannia. I francesi hanno già scoperto che il colore nero della pelle non è un motivo per cui un essere umano debba essere irrimediabilmente abbandonato ai capricci di un torturatore. Si potrà un giorno giungere a riconoscere che il numero delle gambe, la villosità della pelle, o la terminazione dell’osso sacro sono motivi egualmente insufficienti per abbandonare un essere sensibile allo stesso destino!

Che altro dovrebbe tracciare la linea invalicabile? La facoltà della ragione o forse quella del linguaggio? Ma un cavallo o un cane adulti sono senza paragone animali più razionali, e più comunicativi, di un bambino di un giorno, o di una settimana, o persino di un mese. Ma anche ammesso che fosse altrimenti, cosa importerebbe?

Il problema non è “Possono ragionare?”, né “Possono parlare?”, maPossono soffrire?“. Perché dovrebbe la legge negare la sua protezione a un qualsiasi essere sensibile? Verrà il giorno in cui l’umanità accoglierà sotto il suo mantello tutto ciò che respira."

da An Introduction to the Principles of Morals and Legislation, 1789
 
Qualcuno negherà che le api possano soffrire, o che le singole api abbiano importanza fuori dal figura 2superorganismo.
In un esperimento di Núñez, J. A., Almeida L., Balderrama N. and Giurfa M. (1997) (Alarm Pheromone Induces Stress Analgesia via an Opioid System in the Honeybee. Physiology & Behaviour 63 (1), 75-80) le api sono state sottoposte a uno stimolo” nocicettivo” (cioè doloroso -in questo caso una scarica elettrica- e che arriva al sistema nervoso centrale provocando una” interpretazione”, una risposta e una memorizzazione). Nello studio si mostra tra l’altro che l’ape ha un sistema di produzione di sostanze che causano un’autoanestesia, e questo è uno dei criteri che di solito permettono di presupporre l’esperienza del dolore.

Melissa Bateson, Geraldine Wright e altri ricercatori dell’ Istituto di Neuroscienze dell’Università di Newcastle (Regno Unito) hanno per esempio fatto un esperimento che dimostrerebbe come le api siano capaci di provare stati d’animo. Poiché gli animali non sono in grado di parlare e riferirci quello che sentono, in genere si ricorre a prove fisiologiche, cognitive o comportamentali. Se negli umani delle emozioni negative sono spesso collegate ad un’aspettativa pessimistica (che debba accadere qualcosa di male) l’esperimento del gruppo di Newcastle ha mostrato come anche delle api scosse (a confronto con api non scosse) abbiano reagito con un atteggiamento “pessimistico” a un doppio stimolo precedentemente proposto (una soluzione zuccherina che avrebbe essere dolce o rivelarsi invece fastidiosamente amara): le api scosse sembrano aspettarsi la soluzione amara. Le api scosse avevano anche livelli più bassi di dopamina, octopamina e serotonina. Le ricercatrici concludono che la risposta delle api ha in comune con quello dei vertebrati più di quanto si potesse sospettare e che si può assumere che manifestino emozioni (http://download.cell.com/currentbiology/pdf/PIIS0960982211005446.pdf?intermediate=true).

figura 5 Figura 5 bis
Tra gli studi che mostrano la capacità delle api di provare dolore (in qualche modo “derubricato” a stress), quello di Naïla Even , Jean-Marc Devaud e Andrew B. Barron: General Stress Responses in the Honey Bee, in:Insects 2012, 3, 1271-1298; doi:10.3390/insects3041271 :“Il modello sviluppato in questo studio descrive una generica risposta di stress nelle api…un confronto tra le sequenze di risposte allo stress di vertebrati e api suggerisce un parallelismo nella struttura organizzazionale dei due gruppi”.
 
In realtà, nella pratica quotidiana dell’apicoltura, in cui è difficile evitare “effetti collaterali” a ogni intervento sull’alveare, a farci realizzare che anche la singola ape (quella che noi abbiamo appena schiacciato) prova sofferenza, potrebbe essere un senso di empatia. Se ci dessimo modo di osservare davvero gli effetti collaterali dei nostri interventi, il contrarsi, il dibattersi, l’agonia di un’ape potrebbero evocare in noi, per affinità, per un riecheggiare quasi fisico in noi dei suoi movimenti, il senso di una sofferenza. Il “senso comune” scientifico mette a volte in guardia dall’attribuire agli animali percezioni umane, un atto a cui viene imputata una distorsione del processo di conoscenza, e che viene chiamato (in genere con una connotazione negativa) “antropomorfismo”. Ma l’antropomorfismo, scrive l’etologo Mark Bekoff (The Emotional Lives of Animals) “è un fenomeno più complesso di quello che ci saremmo aspettati. Può essere davvero che la tendenza umana, che sembrerebbe naturale, ad attribuire emozioni agli animali, lungi dall’oscurare la “vera” natura degli animali, rifletta invece un modo più accurato di conoscere . E la conoscenza così ottenuta, se sostenuta da una solida ricerca scientifica, è essenziale per prendere delle decisioni di tipo etico riguardo agli animali”.
 
figura 6 figura 7
 
Le origini dell’apicoltura sono raffigurate in quel graffito rupestre di Valencia di 10.000 anni fa, in cui un uomo primitivo s’ arrampica su un albero per prelevare un favo di miele da uno sciame d’api selvagge. Da allora, potremmo dire che non è cambiato molto nella sostanza. C’è un po’ di tecnologia in più, ma pochissima in rapporto a come sono evoluti altri settori del vivere umano.
Al giorno d’oggi c’è ancora chi utilizza quell’anticafigura 8 pratica: sono i cacciatori di miele nel sud dell’India, in Indonesia o nel Nepal.
Questa pratica è inquadrata in regole rigorose: il miele viene raccolto quando è al suo massimo, la covata al suo minimo e le api si preparano a migrare; certe zone sono considerate sacre e da esse non deve essere ricavato miele, suggerendo che l’appropriazione non deve essere indiscriminata. Il prelievo di miele avviene arrampicandosi a rischio della vita su rupi alte fino a 90 metri, affrontando senza protezione o con solo un po’ di fumo una tra le api più aggressive del mondo (l’apis dorsata). Esso è preceduto da un periodo di purificazione rituale, e accompagnato da canti: “Vi abbiamo cercato attraverso colline e foreste” canta il cacciatore di miele,”Veniamo a voi come il bambino alla madre. La madre nutrirà sempre il bambino e così voi ci nutrirete”.
L’imitazione di queste pratiche potrebbe risultare ridicola e fuori luogo nel nostro mondo occidentale e moderno. Ma forse possiamo far nostro qualcosa dello spirito che le anima.

(Paolo Faccioli)

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