Mieli d'Italia

  • Aumenta dimensione caratteri
  • Dimensione caratteri predefinita
  • Diminuisci dimensione caratteri

Spostare gli alveari a piccole distanze

email Stampa PDF
Gli alveari non si possono spostare a piccole distanze senza che le api in grado di volare, cioè le bottinatrici, ritornino al posto dov’era collocata originalmente l’arnia. frecciatornaindietro
Per spostare le api a una piccola distanza (da alcuni metri fino a un chilometro o due) e ottenere che tutte le api in grado di volare ritornino nell’arnia da cui erano partite, occorre tenere conto di alcune modalità di orientamento e di memoria delle api.figura 1

In America si fa riferimento alla cosiddetta “formula del tre”: uno spostamento è sicuro se a più di tre miglia (quasi cinque chilometri), o a non più di tre piedi (quasi un metro) al giorno, o per più di tre giorni. E’ una formula affidabile? e quali sono le basi di conoscenza per capire tutti gli aspetti di questo semplice problema e poterlo risolvere in modo non approssimativo ?

Tre chilometri è la distanza che viene comunemente ritenuta essere il raggio di volo delle api. Oltre i tre chilometri scatterebbe, spostando le api, un nuovo processo di orientamento rispetto all’alveare. La realtà è un po’ più sfumata, perché le api possono volare a distanze molto più lunghe di tre chilometri. Per questo nella formula americana per i piccoli spostamenti, si parla già di tre miglia. Uno studio di Visscher e Seeley si è basato sull’osservazione delle danze di reclutamento che le api esploratrici fanno per indicare alle compagne la distanza di una sorgente nettarifera. In questo studio, il 5% delle api reclutatrici suggerivano alle compagne distanze superiori ai 6 chilometri, con punte estreme di 10-11. Un altro esperimento, assegnato dal prof. Ratnieks ai suoi studenti dell’università di Sheffield, mostrò che, durante la fioritura dell’erica autunnale, non solo una piccola percentuale delle api, ma quasi tutte tendevano a percorrere distanze superiori ai tre chilometri per raggiungere un pascolo molto più abbondante di quello disponibile nelle vicinanze.

Ma il suggerimento di spostare un alveare o un apiario almeno a una distanza maggiore di tre chilometri, in genere non viene messo in discussione. La prova che non ha funzionato sarebbe ripassare poco dopo lo spostamento e trovare centinaia di api che volano disorientate nel posto originario (cosa che può succedere se la distanza percorsa nello spostamento viene intuitivamente percepita dall’apicoltore come molto più lunga di quella reale, verificabile su una mappa). Non in tutte le situazioni però l’apicoltore torna a fare questo controllo. Una controprova drammatica che il suggerimento non ha funzionato sarebbe rilevare uno spopolamento negli alveari trasportati lontano. A volte può darsi che l’azione non abbia funzionato perfettamente, ma che l’apicoltore non lo percepisca, se le api sembrano comunque tante negli alveari.

Ma, appunto: quando questa indicazione comunemente accettata può non funzionare perfettamente? Per esempio se il tempo nei tre giorni di “esilio” delle api è incerto e un po’ freddo, non tutte le api in grado di volare escono dall’alveare e quindi non si possono orientare, ma rimangono legate con la memoria al posto originario. L’imperfetto funzionamento di questa pratica può non costituire un problema, a condizione che non ci sia qualcuno sul posto ad accertarlo a sue spese: per esempio un contadino che debba lavorare proprio nel posto originario in cui erano collocati gli alveari e che per questo aveva chiesto uno spostamento solo di pochi metri; oppure un villeggiante che ha scoperto che il luogo per i suoi ozii era troppo vicino a un apiario e ha chiesto se si poteva allontanarlo solo di un po’. Se la nuova collocazione fosse sufficientemente vicina a quella originaria (fino a una ventina di metri) può essere, sia pure dopo un certo sforzo, riconoscibile dalle api. Se fosse più lontana, le api hanno una grande mobilità, come ha mostrato Marco Accorti in un suo studio del 1992, tanto da non fare solo deriva tra arnia ed arnia, ma tra apiario e apiario nella stessa zona. Prima o poi sembrerebbe proprio che si riescano a trovare un’altra sistemazione. Questo però se il tempo, dopo uno spostamento “imperfetto”, è bello. Ma se lo spostamento è seguito da una nottata fredda, o da una pioggia forte, è possibile trovare ammassamenti di api morte, che non hanno avuto il tempo di trovarsi una nuova sistemazione nell’areale.

Cerchiamo però di far funzionare al meglio la teoria dei tre chilometri, se vogliamo portare temporaneamente lontano le api per permettere un riorientamento che ci permetta poi di spostarle di nuovo a una piccola distanza dalla collocazione originaria (figura 1). Se la zona grigia della figura 1 definisce un’area nettarifera frequentata dalle api quando si trovavano nel punto A, sarà facilmente ritrovata dalle bottinatrici quando l’arnia sarà trasferita nel punto B. E le bottinatrici che vi si ritroveranno, tenderanno a tornare nel punto A (originario) piuttosto che nel punto B. Nella figura 1 i tre chilometri vanno dal punto A al punto A’, o dal punto B al punto B’.

figura 3 figura 4

Nella figura 2 si vede invece che il raggio della zona originaria è distanziato dal raggio della nuova collocazione dall’interposizione di una zona “di sicurezza”sconosciuta alle api. In questo caso è praticamente impossibile sbagliarsi. Meglio dunque correggere la “formula del 3”: 7 -8 chilometri saranno più sicuri. Ovvio che si sta parlando di stagione produttiva, in cui le api siano tutte attive.

Un altro consiglio, che in genere viene impartito ad apicoltori amatoriali è di tenere gli alveari da 24 a 48 ore chiuse in un locale buio, fresco e ben aereato per sfruttare una “perdita di memoria” delle api. Oppure di sfruttare un periodo durante l’inverno in cui per il freddo o il maltempo le api non escano per un certo numero di giorni. Quanti? Anche qui dovrò drammaticamente correggere la “formula del 3” : tre giorni sono infatti un tempo irrisorio rispetto alla capacità di memoria delle api. Guardiamone alcuni aspetti.

figura 2Quando si cattura uno sciame, solo gli apicoltori ingenui lo inarniano lasciando l’arnia nel posto dove l’hanno raccolto, magari sul bordo di un dirupo. Quelli un po’ più esperti, dopo essersi assicurati che le api sono tutte rientrate e che la regina è dentro l’arnia, la trasportano subito dove è più comodo, in genere in fila con le altre arnie. Sfruttano così una temporanea amnesia delle api sciamate, che non hanno nessuna tentazione di fare ritorno all’arnia da cui sono uscite. Questo è l’unico caso in cui l’amnesia è sfruttabile subito. Ma basta togliere la regina perché le api tendano invece a ritornarvi. D’altra parte, la sola presenza della regina non è mai bastata a effettuare lo spostamento di un’arnia in un apiario senza perdere tutte le bottinatrici a favore delle arnie vicine, e dunque in questo caso l’amnesia e il riorientamento sono un fenomeno limitato dovuto alla febbre sciamatoria più la presenza della regina.

Esperimenti effettuati da Maurice Vuillaume (1959) hanno mostrato come si producano due livelli di memoria nelle api, una più immediata e” intuitiva”, di tipo visivo, che riguarda soprattutto l’ambiente immediatamente adiacente l’arnia e che si manifesta per esempio nelle due-tre ore seguite a uno spostamento da una grande distanza. Se si cambia di alcuni metri la posizione di un’alveare dopo due ore che è stato portato da lontano, le api ritrovano senza indugi l’arnia. Ma già dopo dieci ore tendono a ritornare con una maggiore persistenza al posto dove l’arnia era collocata originariamente, una persistenza che diventa sempre più irreversibile. Ai fattori visivi si vanno aggiungendo dei fattori che Villaume definisce “cinestetici” , che riguardano il movimento ripetuto del corpo nello spazio, e che tendono a diventare stereotipati, abitudinari. Col tempo vanno integrando anche una maggiore quantità di punti di riferimento dello scenario più vasto e dei tragitti di volo. Sulla durata di questa memoria, Vuillaume contesta che possa limitarsi a pochi giorni, ma sostiene che si debba parlare come minimo di dodici giorni. Nel caso di api sottoposte a claustrazione dovuta al gelo invernale, Vuillaume osservò addirittura che le api avevano conservato la memoria esatta della posizione del foro di volo per un minimo di trenta giorni! La giovane ricercatrice americana Jill Dolowich è arrivata a calcolare tra i 6 e i 9 giorni il momento in cui comincia a prodursi nelle api la perdita della memoria a lungo termine. In tutti i casi, ben più che i tre giorni della formula!

Un altro consiglio è di spostare gradualmente gli alveari, fino a tre piedi (un metro) ogni giorno, fino alla nuova collocazione. Questi piccoli spostamenti graduali nel corso del tempo sembrano essere la cosa più praticabile, se si tratta di una sola arnia, e se non comportano un numero esagerato di interventi successivi per coprire una distanza di un centinaio di metri. Se si tratta di un gruppo di arnie, in genere si conta sul colore perché le api distinguano la propria, in realtà non è così facile evitare una confusione e uno scambio di api tra le arnie: le api devono farsi una ragione della nuova distanza (e più si avvicina ai 5 metri maggiore è la perturbazione) e insieme trovare la loro arnia nel gruppo, e il colore perde influenza rispetto alla posizione. Lo spostamento è possibile anche a più di un metro, ma a prezzo di una certa deriva e di una certa confusione più questo metro si allunga.

Per concludere: ci si può basare sulla “formula del 3”, purchè rivista e corretta.

figura 5 figura 6

Un ultimo espediente che spesso viene suggerito (ma non ne abbiamo un riscontro, e se qualcuno ce l’ha ci farebbe piacere che lo segnalasse a questo sito) è quello di lasciare che le api disperse si raccolgano in un cassettino contenente solo un favo o due di miele, posto sul luogo originario, e una volta raccolte (la sera del giorno dopo, per esempio) di scuoterle davanti all’alveare nella sua nuova collocazione, sfruttando l’”effetto amnesia” o “effetto sciamatura” delle api nude.  Se non si producesse un saccheggio, potrebbe funzionare.

Da un contributo originario di Paolo Faccioli su l’Apis 1/2016)frecciatornasu