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La deriva

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frecciatornaindietroLa deriva, cioè il fenomeno per cui le api di un alveare possono far rientro in un alveare non loro (apparentemente smentendo la grande capacità di orientamento che viene loro attribuita), è un fenomeno che sembrerebbe abbastanza conosciuto tra gli apicoltori. Ma spesso non in tutte le sue implicazioni. Alcuni apicoltori attuano di routine delle procedure anti-deriva, per averle apprese nei corsi di apicoltura (per esempio l’alternanza su una fila dei colori degli alveari); altri hanno vissuto drammaticamente l’impatto di una deriva “sulla loro pelle”, subendone un danno.

Figura 3
 
Tra i fattori che maggiormente provocano una deriva ci sono:
- la disposizione degli alveari in linea retta. Questa condizione peggiora se:
    - gli alveari hanno lo stesso colore e sono dello stesso modello;
    - gli alveari sono disposti in file parallele;
    - l’apiario è fresco di trasporto e le api che escono si devono tutte orientare da zero in una nuova situazione.
- l’uniformità del luogo in cui sono collocati gli alveari, che non permette alle api di avere punti di orientamento (per esempio un luogo piatto e senza alberi, arbusti o rocce)
- la grande densità di alveari in un apiario o anche di apiari in una zona: in condizioni naturali la densità degli sciami selvatici sembrerebbe variare tra 0,41 e 7,8 per Kmq, e la distribuzione sul territorio sembrerebbe essere collegata alla disponibilità del cibo, mentre con l’apicoltura “si assiste a una concentrazione “innaturale” di molte colonie (apiari), tutte indirizzate verso le stesse fonti di cibo e quindi caratterizzate dallo stesso “odore di fondo”” (Marco Accorti, 1991)
- la posizione dell’area principale di pascolo delle api: a meno che non circondi l’apiario, può favorire alcuni alveari rispetto ad altri: per esempio quelli che si trovano in linea retta rispetto a questa area, oppure quelli che si trovano più vicini al ritorno delle bottinatrici
- la presenza di ostacoli che costringano le api a deviare il volo lungo “corridoi” che avvantaggiano gli alveari situati sul loro percorso piuttosto che quelli che si trovano davanti agli ostacoli.
 
Inoltre facilitano la deriva:
- un momento di grande raccolto, in cui le api guardiane hanno la guardia abbassata e possono permettere un maggiore afflusso di eventuali api “intruse” alla deriva, che si presentino cariche di miele (l’interazione tra api guardiane e intruse è stato soprattutto studiato da John Free in “L’organizzazione sociale delle api”, 1982)
- la disomogeneità dell’apiario, per cui gli alveari più popolati esercitino un’attrazione sulle api delgli alveari meno popolati, e in particolare la tendenza di eventuali alveari orfani a svuotarsi in favore di quelli con regina.
 
Alcune modalità di deriva
- Ecco una delle situazioni più comuni: sugli alveari collocati agli estremi di una fila in linea retta, ci accorgiamo che c’è maggiore attività di api, oppure che ci siamo trovati a mettere più melari che negli altri. Questo fenomeno (se accentuato dall’uniformità degli alveari e dalla mancanza di punti di riferimento) può prendere in certi casi proporzioni talmente notevoli, da svuotare alcuni alveari di gran parte delle bottinatrici (di solito quelli in posizione centrale). Apiari con accentuata deriva sono risultati meno produttivi di apiari dove la deriva è limitata o nulla. Anche se il numero totale delle api di un apiario può essere rimasto lo stesso, il danno sugli alveari sfavoriti risulta superiore al beneficio per quelli favoriti: nei primi, infatti, si può avere una riduzione di covata nel momento in cui cala il numero di api giovani (nutrici) che la possono accudire, perché molte di essere sono costrette a invecchiare precocemente per sostituire le bottinatrici perse (Fresnaye, 1963). Inoltre gli alveari che sono oggetto di deriva devono impiegare un maggior numero di guardiane, e lo stesso ingresso di api alla deriva è rallentato. A volte la deriva innesca fenomeni di saccheggio che possono portare un alveare alla morte.
 
Figura 1 Figura 2
 
- Durante un travaso su una fila di alveari, api travasate possono trovare più familiare l’arnia vicina che quella in cui sono state travasate, e orientarsi lì creando un forte squilibrio nella famiglia, che rimane priva di parte delle bottinatrici, e tra le famiglie: in quelle su cui si concentrano le api alla deriva, la regina può venire aggredita dalle nuove venute, ma soprattutto può venire meno quell’ equilibrio tra le famiglie che consente una gestione ottimale e standardizzata di un apiario.
- In una fila di alveari, le vergini rimaste in famiglie la cui regina è sciamata possono sbagliarsi di ingresso al ritorno dal volo di orientamento o di fecondazione ed essere eliminate. Queste famiglie rimarranno così orfane.
 
Ovviare alla deriva
Occorre innanzitutto ricordare che razze di api diverse hanno capacità di orientamento diverse.
Se c’è un’autorità nel campo delle diverse razze d’api è Padre Adam, che viaggiò in tutta Europa e in tutti i paesi confinanti col Mediterraneo per esaminarne le caratteristiche. La sua opinione sulla ligustica, ape per altri aspetti molto apprezzata dal monaco benedettino nella sua versione originaria, è che un suo grave difetto sia proprio “la sua inclinazione alla deriva, provocata da un senso dell’orientamento insufficiente. Non conosco altre razze in cui questo difetto sia sviluppato in maniera tanto marcata; difetto che non ha conseguenze materiali, quando le famiglie vengono disposte in gruppi, come facciamo noi (gruppi di quattro con ingressi ognuno in una direzione diversa, ndr), ma quando vengono disposte in fila, con gli ingressi tutti rivolti nella stessa direzione, la deriva può portare a serie complicazioni. Nel caso degli alveari riuniti in casette, come è d’uso nell’ Europa centrale, la deriva può diventare causa di innumerevoli problemi. Di fatto non si può alloggiare l’ape italiana nelle case delle api sperando di avere successo”. Per contro, Padre Adam attribuisce alla carnica un “acuto senso di orientamento”.

Figura 41.  Curare la disposizione degli apiari e la qualità della postazione. La presenza di punti di riferimento come alberi, cespugli, rocce, costruzioni è molto importante perché le api possano orientarsi. In assenza di punti di riferimento, è possibile crearli ad arte. La disposizione degli alveari nell’apiario va particolarmente curata. Padre Adam usava gruppi di 4 alveari con ogni ingresso in una direzione diversa. Un’ ottima disposizione è quella a quadrato, cerchio o ovale (con gli ingressi rivolti verso l’interno). Questa disposizione costringe le api a scendere dall’alto anziché a raso delle porticine, inoltre le api sono molto sensibili alla diversificazione delle angolazioni. Tanto che allevatori di regine che non dispongono di grandi spazi per distribuire i nuclei di fecondazione, li mantengono fitti in uno spazio anche molto ristretto, quale ad esempio un piccolo giardino urbano, e a volte persino su più piani, variando però al massimo le angolazioni. Variare l’angolazione può essere un buon metodo per evitare che la vergine di un alveare sciamato all’interno di una fila in linea retta si sbagli di arnia: basta spostare obliquamente la sua d’origine.

2.  Mantenere apiari di dimensioni non esagerate (60 alveari al massimo) e distribuiti per quanto possibile larghi sul territorio. Marco Accorti, in uno studio del 1991, come altri ricercatore prima di lui, hanno osservato che la deriva non avviene solo tra arnia e arnia, ma tra apiario e apiario, tanto da fargli avanzare l’ipotesi di una vera e propria attività di “vagabondaggio”delle api.

3.  Caratterizzare gli alveari (vedi anche “Dipingere gli alveari”): è’ stato Karl von Frisch a rendersi conto per primo dell’importanza del colore Figura 5dell’arnia nell’orientamento delle api. In un esperimento in cui aveva scambiato il colore di un’arnia abitata col colore dell’arnia vicina, aveva infatto visto le api dirigersi verso la vicina (vuota). Questo è ormai patrimonio di conoscenza comune. Un po’ meno lo è la conoscenza dei quattro colori che le api distingono bene: il blu, il giallo, il nero e il bianco: sono infatti molti gli apicoltori che fanno uso di arnie verdi, arancione, grigie o altro. E ancora meno sono gli apicoltori consapevoli di quali siano le forme che le api distinguono bene tra loro.
Come nell'immagine qui accanto, distinguono tra loro forme “piene” da forme frastagliate, mentre confondono le forme piene tra loro e le forme frastagliate tra loro.
 
4.  Adottare precauzioni particolari per i pacchi d’api.
Quando si collocano pacchi d’ape nelle arnie di un apiario, la deriva di queste api “nude” rischia di essere molto alta. Non solo è necessario predisporre un apiario estremamente diversificato, ma aggiungere un telaio di covata a ogni pacco d’ape per stimolare la fedeltà delle api all’alveare.
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5.  Limitare la deriva in nuclei di fecondazione: se si trasportano nuclei di fecondazione appena costituiti con regina ingabbiata o cella reale in una postazione ad hoc, non importa quante precauzioni si prendano (distribuzione nello spazio, colori, orientamento), ci sarà sempre una certa deriva. Ripassando la mattina dopo è possibile ridistribuire le api che hanno fatto deriva prima che si orientino definitivamente. Questa operazione è importante anche perché una delle cause di deriva delle regine in un apiario di fecondazione è data dalla maggiore attività di api all’ingresso in certi nuclei piuttosto che in certi altri (come testimonia uno studio di Perez-Sato e altri del 2008).
 
Trasmissione di malattie tramite deriva
Una dei danni comunemente attribuiti alla deriva è la diffusione di varroa e di malattie batteriche. Per la varroa sembrerebbe ovvio: è il trasporto meccanico di un parassita che entra in azione immediatamente nel nuovo contesto. Più difficile stabilire un rapporto di causa e d’effetto per le malattie batteriche. Spesso gli apicoltori notano che la peste americana si sviluppa in alveari contigui a quelli che già sono risultati infetti, ma questo può essere anche un effetto delle operazioni svolte dall’apicoltore in sequenza sulla fila. In un esperimento ad hoc svolto dai neozelandesi Godwin e Van Eaton con l’accoppiamento di alveari sani con alveari malati di peste americana, i risultati non mostravano un grande livello di trasmissione della malattia, nonostante la forte deriva tra le coppie di alveari. Questo deve essere preso come un invito ad abbassare la guardia: per esempio è meglio non chiudere e portare via una famiglia infetta in pieno volo; piuttosto però che rischiare di non ritornare in quell’apiario per un lungo periodo, meglio forse portarla via anche in mezzo al giorno.

(Paolo Faccioli)frecciatornasu