Mieli d'Italia

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Indicazioni generali per l'invernamento

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L’Italia è molto varia e l’invernamento sulle Alpi o l’invernamento in prossimità di una costa marina possono essere drammaticamente diversi. Tuttavia, c’è qualcosa di cui tutti gli apicoltori, di qualsiasi zona, devono tenere conto.

1. L’ape invernale” e la nutrizione proteica
Dai primi anni del 2000 diversi studi, soprattutto quelli della norvegese Gro Amdam, hanno mostrato il ruolo dell’accumulo di proteine nei corpi grassi dell’ape; in particolare è stata identificato un composto, la vitellogenina, classificato come glico-lipo-proteina, (cioè che ha proprietà degli zuccheri, dei grassi e delle proteine), che svolge diverse funzioni: oltre che di riserva proteica accumulata all’interno dell’ape (e non solo disponibile all’esterno nei favi di polline), quella di contribuire a produrre la Figura 1pappa reale, quella di partecipare al sistema immunitario e quella di prolungare la vita della regina e delle operaie eliminando i danni da stress ossidativo (facendo cioè pulizia dei radicali liberi). L’”invenzione” evolutiva della vitellogenina è l’espediente di un insetto tropicale, quale è in origine l’ape, per adattarsi ai climi e alle stagioni delle zone temperate, lasciandosi alle spalle le strategie proprie alle api africane di abbandonare il nido e emigrare altrove alla ricerca di risorse nutritive. La vitellogenina consente cioè alle api di superare i mesi invernali in cui non c’è apporto di polline.
Per invernare bene le api va dunque capito il concetto recente di “api invernali” o “api grasse”, con le sue implicazioni. La qualità della pappa reale dipende dai livelli di vitellogenina delle api nutrici. Anche solo alcuni giorni di maltempo si possono tradurre, in certi momenti dell’anno, in una perdita di riserve di polline costringendo le nutrici ad attingere alle proprie riserve corporee. Quando le proteine scarseggiano, le nutrici abbandonano le larve più giovani per nutrire solo quelle in cui hanno già investito tanto lavoro, e quando i livelli sono bassi cannibalizzano le larve di età intermedia per riuscire a produrre coi loro corpi pappa reale. Un’altra strategia è di opercolare le larve prematuramente (ma questo darà poi origine a delle api di basso peso corporeo). La Amdam e l’americano Page hanno anche scoperto come delle giovani operaie, se non vengono nutrite bene nei loro primi giorni di vita, tendano a diventare bottinatrici prima del tempo e a preferire la raccolta di nettare. Se nutrite moderatamente, diventano bottinatrici all’età normale, sempre con una preferenza per il nettare, ma se sono nutrite abbondantemente dopo l’ uscita dalla cella, il loro tasso di vitellogenina è alto e diventano bottinatrici più tardi, raccogliendo preferibilmente polline e godendo di una maggiore durata di vita.

Figura 2 tagliataE’ chiaro dunque che l’invernamento comincia molto prima dell’inverno, al momento (tarda estate-inizi autunno) della formazione delle api invernali, destinate a vivere più a lungo delle api normali primaverili- estive. E in questo momento-chiave è critica la presenza di sorgenti abbondanti di polline, al punto che se mancano vale la pena di andarsele a cercare. In zone o annate particolari in cui ci fosse vero bisogno di somministrare proteine, è possibile la risomministrazione di polline scongelato, se ne abbiamo raccolto d’estate (semplicemente in vaschette poste sotto il coprifavo rovesciato), o la distribuzione di favi contenenti abbondante polline . Oppure una pasta fatta della polvere ottenuta vagliando il polline, aggiungendo miele o sciroppo denso fino ad ottenere la consistenza giusta. Oppure farine proteiche, purchè all’interno di un’abbondante quantitativo di pasta di candito, per garantirne l’appetibilità (il 75-80%) vedi: La nutrizione proteica

2. Pulizia dalla varroa
Se pensiamo a questo periodo di formazione delle api invernali non può sfuggirci quanto sia intrecciato al periodo dell’anno più critico dal punto di vista dell’infestazione da varroa, in cui potenzialmente si ha il massimo sviluppo quantitativo degli acari con una quantità di covata che tende a contrarsi; ed è proprio Gro Amdam ad aver rilevato come api infestate allo stadio pupale non sono in grado, se paragonate ad api non infestate, di sviluppare le stesse caratteristiche fisiologiche tipiche delle api dalla lunga vita invernale. Attaccate dagli acari, non riescono a immagazzinare sufficiente vitellogenina per passare l’inverno ed allevare presto a primavera le nuove generazioni di covata. Per questo non si può pensare che delle vere api invernali possano nascere prima di avere ripulito la famiglia dalla varroa.

Per lungo tempo si è parlato del trattamento estivo contro la varroa come “trattamento-tampone” in vista del “trattamento di pulizia radicale” da effettuarsi in inverno, in Figura 3 2assenza di covata. Nel frattempo la varroa si è agguerrita e la proporzione di varroa presente sulle api adulte rispetto a quelle contenute nella covata è passata dal 40:60 al 15:85 (vedi la relazione di Ángel Díaz Romero e Manuel Izquierdo García al convegno AAAPI 2014); probabilmente sono stati i nostri stessi trattamenti a selezionare ceppi di varroa più pronti a rinnovare il ciclo riproduttivo e meno propensi a sostare sulle api esponendosi agli acaricidi; non solo, ma la tolleranza delle api alla quantità di varroa sembra essere diminuita. Quindici anni fa si riuscivano ancora a contare più di diecimila varroe sul fondo diagnostico a fine trattamento, e la famiglia poteva essere sopravvissuta e persino non manifestare sintomi gravi, oggi un migliaio o due sono spesso sufficienti a portarla al collasso. Il ruolo della varroa nel disorientare le api adulte al ritorno nell’alveare, prolungando la durata dei voli e accorciando la durata di vita, era stato documentato già in uno studio del 2003 di Kralj e Fuchs presentato ad Apimondia. Ed è quello che anche un apicoltore può notare rilevando uno spopolamento improvviso, o lo svuotamento delle api dal melario. La reinfestazione, che molti hanno continuato a considerare solo una fantasia, è ormai ampiamente documentata e rischia di vanificare i trattamenti “a calendario”. Dunque bisogna essere passati dal concetto di “trattamento tampone-trattamento risolutivo” a quello di “mantenere sempre il più basso possibile il livello di varroa”. Questo ha sia un effetto facilmente riscontrabile sulla maggiore quantità di miele prodotto da api “sane”, sia sulla formazione di api destinate a passare l’inverno. Tanto che dove l’inverno è naturalmente “debole”, è diventato opportuno crearlo artificialmente ingabbiando la regina e bloccando la covata.

Figura43. Creare le condizioni per un trattamento ottimale contro la varroa
Posto che le api siano ben nutrite alla nascita e non morsicate dalla varroa, rimane il problema dell’assenza di covata, che esercita un effetto positivo limitando l’invecchiamento delle api, creando una pausa nella proliferazione batterica (anche se le api non ne approfittano a pieno senza la spinta di un flusso nettarifero che ne stimoli i comportamenti igienici), limitando lo sviluppo della varroa e anzi, permettendo di trattare in modo ideale dato che tutte le varroe dovrebbero essere allo scoperto. Chi ha le api in montagna e le vuole però farle svernare in postazioni più miti, può scegliere di far fare loro l’autunno in altitudine per facilitare il blocco della covata e poi, se non è ormai già bloccato dalla neve, portarle in piano o in collina.

Se si vuole trarre vantaggio dal processo naturale, bisogna però fare attenzione a quando e se effettivamente il blocco della covata si manifesta, superando eventualmente il pregiudizio per cui le arnie, col freddo, non si debbano toccare. In zone dal clima mite (Italia Centrale per esempio) si possono verificare dei blocchi estivi (parziali o a volte anche totali) o dei blocchi (parziali o totali anch’essi) a ottobre per poi magari avere una ripresa di covata senza più interruzione anche d’inverno. Trattare a calendario (per esempio ai primi di dicembre tutti gli anni sfruttando una tendenza pur statisticamente frequente) è rischioso e meglio sarebbe verificare l’assenza effettiva di deposizione, che non sempre avviene nei periodi in cui ce l’aspetteremmo. Non solo il periodo, ma nemmeno un freddo intenso è garanzia di assenza di covata: in Canada per esempio, dove molti apicoltori invernano gli alveari nelle celle frigorifere, le regine iniziano a covare quando sono ancora nel frigorifero.

Oppure, soprattutto nelle zone del centro-sud, si può procedere a un ingabbiamento della regina.

Spesso il tipo di ape è determinante nel manifestarsi di un blocco di covata. Regine provenienti da zone dove c’è naturalmente covata tutto l’anno, possono tendere a manifestare questo comportamento in zone dove una pausa è necessaria e questo comportamento si ritorce contro alla famiglia.

4. Postazione, orientamento, posizionamento della famiglia nell’arnia.
Il vento, in inverno, è il problema principale di una postazione, che deve esserne al riparo. L’orientamento più adatto a stimolare i voli delle api per svuotarsi l’intestino è quello del sole alle 14 (meglio se non ci sono vicino i panni stesi). Il posizionamento della famiglia all’interno dell’arnia più adatto a favorirne la conservazione del calore è quello dove batte il sole nelle ore più calde: dunque, se avessi le arnie orientate a sud, sarebbe sulla destra (nelle ore mattutine infatti i raggi non sono ancora caldi). In zone dove l’umidità ristagna può essere opportuno predisporre forme di aereazione. Nell’umido Devon, Padre Adam sollevava di solo pochi millimetri i coprifavi davanti e dietro con un listello, per permettere una fuoriuscita di aria umida dai lati senza provocare un’ aereazione diretta, che sarebbe stata nociva.
 
Figura 5 Figura 6
 
5. Preparazione dell’arnia
In una problematica che infiamma soprattutto chi abita in regioni o zone fredde, ci sono punti fermi? Nel 1974 si svolse ad Helsinki, in Finlandia un Simposio Internazionale sull’apicoltura delle zone a clima freddo . Le concezioni di come si inverna erano tutt’altro che allineate: polacchi, scozzesi e finlandesi erano per esempio più aperti alle arnie a parete semplice. Inglesi, norvegesi, svedesi più favorevoli alla coibentazione. Sensibilità diverse e formule diverse, oltre che una diversa percezione del problema a seconda delle diverse aree del vasto Nord, riguardarono anche i problemi della condensa e della ventilazione. Ma ecco un punto condiviso nella varietà di posizioni: è più importante sapere cosa si inverna (cioè colonie preferibilmente forti) di come si inverna. Soprattutto nelle nostre regioni,il freddo ha un effetto benefico, se le api hanno provviste sufficienti, se esse sono accessibili e se le api, anche se non sono tante in assoluto, sono tante rispetto allo spazio che occupano. Ecco l’idea di stringerle solo sui telaini che sono in grado di coprire, ben riforniti di provviste, e magari strette da diaframmi. Questo permette, in montagna, di invernare nel polistirolo anche due soli telai di api quando cinque-sei sono il minimo consigliato da tutti i manuali. Api sane, però, e con provviste di buona qualità (vedi sotto) e a cassettini di polistirolo accorpati. Stringerle non è obbligatorio in zone a clima mite, ma può comunque avere un effetto benefico (purchè non abbiate problemi a immagazzinare da qualche parte i telaini eccedenti): si evitano i saccheggi di zone marginali dell’arnia non sufficientemente presidiate; costringendo le api a stare in una limitata, le si costringe anche ad averne maggiore cura igienica; in casi di periodi freddi (che possono capitare anche in zone a clima mite) non rischiano di bloccarsi lontano dalle provviste; alla ripresa della covata essa rimarrà compatta anziché diffondersi su troppi telai (e questo dipende anche dal tipo d’ape).
 
Figura 76. Che cosa invernare?
L’invernamento (inteso non come operazione in un colpo solo, ma come una sequenza a cominciare dal periodo tardo-estivo) deve comportare una selezione delle famiglie da portare alla prossima primavera. Il primo criterio può essere quello sanitario. Con la peste americana è sempre opportuna una severità assoluta (anche perché a questo punto della stagione è difficile adottare certe tecniche –comunque pericolose- di salvataggio o ripescaggio). Ma anche malattie come la peste europea o la covata calcificata che si ripresentassero a fine estate darebbero un pessimo messaggio sulla famiglia colpita, che evidentemente non è riuscita a risanarsi sfruttando lo stimolo alla maggiore igiene causato dai flussi nettariferi: e dunque o è geneticamente sensibile, o ha un troppo forte accumulo di materiale infetto al suo interno.

L’altro criterio è quello della vitalità della famiglia. Dal punto di vista produttivo, è inutile portare a primavera famiglie con regine che non sono state all’altezza della media, o che sono vecchie. L’invernamento è dunque anche un buon momento per il rinnovo (c’è chi rinnova le regine ogni anno, chi ogni due anni, e il ritmo è dato sia da quanto sono state sfruttate, sia dal tipo di ape: carniche selezionate possono per esempio essere un po’ più longeve).

7. Quantità delle provviste.
Meglio abbondare che scarseggiare. A patto di non esagerare avendo dieci telai di quasi solo miele, famiglie che sono un po’ intasate all’inizio dell’inverno tendono a svernare meglio e a riprendersi meglio a primavera (a patto che le regine abbiano sufficiente spazio per rilanciare la covata, e che, man mano che a primavera le api iniziano a “imbiancare la cera” l’apicoltore inserisca nuovi fogli cerei da costruire). Normalmente da 15 a 25 chili è una quantità che (a seconda delle zone) permette di passare l’inverno. Tutto insieme prima dell’inverno? Padre Adam sosteneva che, nelle sue condizioni ambientali, sfiniva le api; il suo discepolo Jos Guth, al contrario, che è meglio formare le scorte a più riprese partendo da fine luglio che dover integrare a primavera, per non stimolare la sciamatura. La nutrizione liquida esige un lavoro di elaborazione da parte delle api (ma anche un po’ il candito); per questo, personalmente, penso sia meglio che le scorte siano elaborate e immagazzinate quando la stagione è ancora mite.
 
Figura 8 Figura 9
 
8. Qualità delle provviste
Alcuni sostengono che il miele sia sempre e comunque il migliore alimento per le api: mentre lo stanno raccogliendo, sicuramente. Alcuni mieli, immagazzinati per l’inverno, possono non essere così adatti: il castagno e la melata in quanto ricchi di ceneri possono intasare l’intestino delle api; altri mieli tardivi possono non essere stati deumidificati a sufficienza dalle api e fermentare (può succedere col corbezzolo o il brugo, soprattutto se la famiglia è scarsa di api). Mieli come l’edera o la melata di larice possono essere difficili da consumare perché hanno una cristallizzazione molto dura. Meglio allora i mieli chiari o persino uno sciroppo denso (2 parti di zucchero per una di acqua), somministrato però molto presto per non alterare il microclima dell’alveare in stagione già rinfrescata (è stata mostrata una relazione tra nosema e nutrizione liquida). Oppure candito, che non crea problemi. Il vantaggio di questi zuccheri “industriali” è che non rischiano di contenere spore di peste o di altre malattie. Una nutrizione abbondante di zucchero verrà trasportata nella zona della covata e consumata per prima a primavera, evitando il consumo di spore nella ripresa di primavera.

Molti di questi temi sono controversi nella comunità degli apicoltori e si possono trovare pareri diametralmente opposti. Spesso questa diversità di opinioni è data dall’assolutizzazione di esperienze diverse, a loro volta determinate da condizioni ambientali e persino da tipi d’ape diversi (vedi anche “Invernamento in montagna”).

(Paolo Faccioli)frecciatornasu