Mieli d'Italia

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Maschera, guanti, affumicatore: quando c’è bisogno di gestire l’aggressività delle api.

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Lavorare senza maschera o con la maschera?frecciatornaindietro
Certi apicoltori non si tolgono mai la maschera e i guanti (ma se sono allergici alle punture d’api, è ampiamente giustificato).
Altri lavorano ostentatamente senza maschera, e trattano con sufficienza chi la usa. Ma le api non sono sempre facilmente trattabili. Persino le più mansuete, come le api di razza carnica, possono diventare nervose e non lasciarsi trattare facilmente: succede per esempio quando è il momento della stagione in cui gli atomizzatori percorrono le file degli alberi di melo, vomitando la loro nuvola chimica.
 
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Le stesse famiglie carniche possono essere in alta montagna un pochino più aggressive che in pianura, perchè, non essendo scremate dai pesticidi delle zone agricole, rimangono popolate da un maggior numero di api vecchie, notoriamente più aggressive. Le api hanno i loro momenti in cui possono essere più aggressive: quando l’aria è carica di elettricità per un temporale in arrivo, quando cala la sera, nelle giornate di vento, quando non c’è raccolto,e, ovviamente, quando l’apicoltore è molto maldestro. Poi esistono ceppi locali più aggressivi di altri. Il clima ventoso e secco di certe zone sembra giocare un suo ruolo. A volte è la forza di una famiglia a determinare l’aggressività: un piccolo nucleo tenderà a essere più trattabile di una famiglia bella piena d’api col melario. A volte sono determinanti le operazioni che occorre fare: se si devono scrollare via le api dai telaini, uno dopo l’altro, in un apiario dove, per esempio, c’è bisogno di fare un accurato esame per diagnosticare precocemente la peste americana o di eliminare le celle reali in sciamatura, è difficile arrivare alla decima arnia senza maschera e guanti… Ci sono anche fioriture che rendono le api più aggressive, quali il castagno e la colza. Ma anche indossando la maschera all’inizio, mentre si impara, c’è un momento in cui occorre prendere fiducia e sfilarsi i guanti (come si prende se no una regina? Come se ne marcano un’intera serie? Come ci si rende conto che è iniziato un saccheggio?).
Dunque, l’affumicatore serve, anche se non va usato in modo meccanico. Tra gli apicoltori di campagna, c’era una scenetta che si ripeteva spesso nei tempi andati. Il marito apriva gli alveari, spostava i telaini, grattava, puliva; la moglie era addetta a fare fumo. E ci dava dentro, senza smettere un attimo. Questo modo di fare fumo non è certo consigliabile. Non siamo medici che stanno sottoponendo un paziente ad anestesia perché non scalci. Abbiamo bisogno di sapere di che umore sono le api, quanto disturbo arrechiamo loro, che reazione dobbiamo aspettarci se lavoreremo a lungo. E abbiamo bisogno di sapere se una famiglia d’api è particolarmente più aggressiva delle altre per, eventualmente, eliminarla. Qualche sbuffo di fumo rinnovato ogni tanto calmerà le api quanto basta, senza impedirci di renderci conto della situazione. Fumo diretto tra i telaini, non genericamente sull’aria sovrastante l’arnia. Troppo fumo, inoltre, può ottenere l’effetto opposto e provocare una reazione aggressiva, o far scappare la regina che stiamo cercando.
 
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Come funziona il fumo?
Di sicuro non ne sono consapevoli quelli che tentano di affumicare le api in volo. Il fumo ha almeno due meccanismi di funzionamento. Primo, copre il feromone di allarme che le api guardiane emettono quando l’alveare viene disturbato, allertando le compagne. Secondo, induce molte api a tuffarsi nel miele e a riempirsi la borsa melaria. Una leggenda diffusa dice che questo corrisponderebbe a un istinto primordiale, e cioè che il fumo, per le api, porterebbe il messaggio “la foresta brucia, facciamo provvista e scappiamo”. Un comportamento che forse sarebbe in sintonia con quello di api asiatiche o africane, molto sensibili anche alle semplici manipolazioni dell’apicoltore, ma le nostre? Steve Taber raccontò che una volta dei vandali avevano dato fuoco a un suo apiario. Le api non erano affatto fuggite ed erano bruciate con le arnie. Fatto sta che le api che hanno ingurgitato molto miele fanno fatica a estrarre il pungiglione. E il fumo non spinge certo tutte le api verso le celle di miele, ma solo alcune, analogamente, in questo, al disturbo arrecato semplicemente aprendo l’alveare.
 
Che carburante usare?
foto 5Molti apicoltori usano cartone, che però può contenere colle industriali. Altrimenti la scelta è vasta: sacchi di iuta tagliati a rotoli, scorza di eucalipto, cime secche di lavanda, aghi di pino, pigne, paglia. Alcuni utilizzano residui di falegnameria, ma è possibile che, soprattutto se contengono segatura, provochino la presenza di particelle carboniose nel miele, come è capitato che dei filth-test rivelassero. Meglio comunque, con qualsiasi carburante, svuotare ogni tanto il fornello dell’affumicatore per evitare l’accumularsi di polvere. Va anche ricordato che un uso esagerato di fumo, soprattutto nei melari, soprattutto se il miele è delicato come l’acacia, lascia un inconfondibile e sgradevole sapore. Non è una leggenda: ai concorsi si trovano spesso mieli che sanno di fumo, e il miele per legge non deve avere sapori o odori estranei alla sua composizione….
 
E i guanti?
I guanti partecipano delle stesse problematiche della maschera, ma ne hanno anche almeno una propria: molti apicoltori sono terrorizzati dalla possibilità che i guanti possano trasmettere malattie batteriche come la peste europea o americana, e usano guanti di gomma o guanti usa e getta, che ovviamente non hanno la stessa capacità di proteggere nelle situazioni problematiche. E’ giustificata questa preoccupazione? Naturalmente non bisogna abbassare la guardia sulla possibilità di trasmettere malattie, ma occorre anche essere consapevoli di quali siano le fonti di infezione veramente importanti. Perché a volte gli stessi apicoltori che si preoccupano esageratamente dei guanti, scambiano indiscriminatamente telaini da un alveare all’altro e tra apiario e apiario, o espongono quelli inutilizzabili al saccheggio. Queste sì che sono forme massicce di propagazione di un’eventuale malattia! Ora, che cosa e quanto si deve aver mai toccato per aver raccolto sui guanti abbastanza spore di peste da generalizzare un’infezione? Riflettiamo su due numeri: una larva infetta di peste americana contiene 2 miliardi e mezzo di spore, e bastano dieci spore a infettare una larva, e “solo” 50 milioni a infettare una famiglia. Se il meccanismo di propagazione fosse così automatico, non avremmo più un alveare sano. Per i guanti dunque, può essere sufficiente una periodica pulizia accurata (con alcool per sciogliere la propoli) e una passata con ipoclorito di sodio, in genere quando si sa di aver toccato materiale sospetto. E’ bene dunque imparare, nel visitare il nido, a cercare subito con gli occhi un’eventuale malattia, in modo da non scoprirla solo dopo aver avuto le mani in pasta per un tempo lungo. E a volte una malattia della covata, se c’è sospetto, va cercata di proposito: in questo caso occorre scuotere via le api dal telaino per riuscire a vederla a uno stadio precoce.
 
(da un contributo originale di Paolo Faccioli sulla rivista l’Apis)
 
Il parere di un chimico sui residui della combustione del legno o cellulosa in genere.
Il legno, qualunque sia la sua origine, è costituito da una parte organica combustibile( la cui composizione chimica media è Carbone 50%,Ossigeno 42,5%, Idrogeno 6,5%, Azoto 1%), da una parte minerale inerte, e dall’acqua. Le sostanze organiche, cioè le resine, i tannini, ed i polimeri (cellulosa, emicellulosa e lignina), per azione della ossidazione ad alta temperatura durante la combustione, subiscono delle profonde modificazioni chimiche, liberando energia e producendo dei residui, che, a seconda della qualità della combustione, possono variare entro certi limiti.
I principali residui sono:
- Le ceneri costituiscono dal 2 al 3 % della massa anidra del legno e sono il residuo della sua parte minerale (silicio, calcio, magnesio, potassio, acido fosforico, etc.)
- Ossidi di Azoto. Le alte temperature favoriscono l’unione tra le molecole d’ossigeno e di azoto presenti nell’aria. La loro produzione non dipende dunque dal tipo di combustibile impiegato, e non può essere del tutto eliminata, ma solo ridotta dal controllo dell’aria comburente.
- Ossidi di carbonio. Costituiscono la massa principale dei gas di risulta della combustione. Il monossido di carbonio si produce sulla superficie della legna come primo risultato della combustione, e brucia poi ad anidride carbonica (Biossido di carbonio) per successiva ossigenazione. Se dunque la combustione avviene in carenza di ossigeno, essa non si arresta completamente, ma procede producendo monossido, anziché biossido, che è il risultato naturale di una combustione corretta. Esso è un potente veleno, in virtù della sua affinità con la emoglobina del sangue.
- L’anidride carbonica (Biossido di carbonio) si forma per ossigenazione del monossido di carbonio, ed è un gas innocuo, la cui produzione è implicata dal processo stesso della combustione, la quale si dice completa proprio quando ogni molecola di carbonio del combustibile si lega con una molecola di ossigeno presente nell’aria comburente per produrre anidride carbonica. Questo processo completo libera la maggior parte dell’energia prodotta dalla combustione.
- Idrocarburi incombusti. Le molecole che costituiscono la parte organica del legno sono estremamente stabili: occorre un’alta temperatura per spezzarle ossidandole. I creosoti sono idrocarburi aromatici e poliaromatici fortemente ossigenati e costituiscono buona parte della condensa che si forma nelle canne fumarie per cattiva combustione. Mescolati alla fuliggine, formano delle incrostazioni nelle canne fumarie, specie dei camini tradizionali, che possono essere causa, se non periodicamente rimosse, di pericolosi incendi. I creosoti si formano soprattutto quando la temperatura dei fumi nella canna fumaria è bassa. Questo consente alla condensa di aderire alle pareti.
- La fuliggine è un altro risultato della combustione incompleta. E’ costituita fondamentalmente da carbone puro (98%). Assorbe facilmente la condensa dei creosoti, fissandola alle pareti della canna fumaria.
- La condensa si forma facilmente bruciando legna verde. La prima fase della condensa è costituita soprattutto dal vapore acqueo risultato della rapida essiccazione della legna nella camera di fuoco. Successivamente, col progredire della combustione, si forma condensa dagli idrocarburi incombusti, di cui abbiamo già parlato, E’ un liquido scuro, oleoso, maleodorante, infiammabile.
In sostanza, non ci si deve preoccupare troppo. L`unico problema potrebbero essere le polveri (il particolato) che scaturiscono dagli inerti presenti nelle varie matrici combustibili e che possono inquinare il miele e respirati non fanno sicuramente bene. Quindi pulire spesso l`affumicatore ed evitare di usare carta, cartoni,giornali che è si cellulosa ma è trattata chimicamente e possiede residui di vario tipo (colle,inchiostri ecc..).
 
Andrea L.frecciatornasu