Mieli d'Italia

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Invernamento in montagna

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Noi apicoltori ci lasciamo spesso spaventare da cose che non sono affatto spaventose.
Per esempio, quando gli alveari sono sommersi dalla neve. frecciatornaindietroL’anno scorso mi sono rimasti alcuni alveari sotto la neve per due mesi: neve che formava uno strato di un metro al di sopra degli alveari.
Sotto la neve, gli alveari respirano, perché la neve è permeabile. A causa del tetto, si formano degli spazi vuoti sul davanti e ai lati e sotto. L’aria è sufficiente e non si forma troppa anidride carbonica. Anche l’umidità non arriva a costituire un problema se le famiglie sono forti, sane e hanno scorte adeguate in quantità e qualità (cioè mieli chiari o sciroppi).
i livelli di neve caduta a casa di Renato Panciera a Forno di Zoldo Belluno2
Gli alveari avevano tutte e quattro le pareti di vetro (oscurati da pareti di legno con cerniera per poter osservare l’ interno) e i telaini erano coperti da un foglio di nylon sotto il coprifavo. Erano invernate al centro, limitate da due diaframmi ai lati, con aria da una parte e dall’altra.
L’umidità era ristagnata molto, e si erano formati due centimetri di muffa, che copriva le pareti interne in vetro e la superficie, esterna al glomere, dei diaframmi e nutritori, e perfino il foglio di nylon posto al di sotto del coprifavo (a esclusione della della zona dove si era stabilito il glomere), ma le api stavano bene.
Presidiavano bene lo spazio in cui erano state invernate e qui non c’era umidità.
Come Renato inverna2 RENATO~1
Nel 2009 altri alveari erano rimasti sotto la neve, quella volta per un tempo più lungo.
Erano talmente sommersi, che non se ne vedevano più le forme stagliarsi nella neve, non appariva nessun rilievo.
Sono state liberate a fine marzo con la ruspa, dopo tre mesi. In questo caso gli alveari non erano coperti da un foglio di nylon, ed erano invernate su un lato, con un nutritore contro parete, di lato, e un diaframma all’interno.
Quando le ho portate sull’acacia, hanno prodotto quanto le famiglie che avevano svernato nella zona assai più mite dell’acacia.

Per recuperare gli alveri si è scavato nella neve2

Nel vecchio manuale americano “L’ape e l’arnia” sono mostrate le immagini di un esperimento un po’ estremo: sono famiglie forti, invernate in alveari composti dal solo scheletro, protette solo dal coperchio, che sono sopravvissute a un inverno molto duro, in cui per 9 giorni le temperature hanno oscillato tra -20 e -30 gradi, con un vento che spirava a 27 chilometri l’ora. Hanno prodotto un’eccedenza di miele, sopra al loro consumo di 12 mesi.
Anche aprire gli alveari in pieno inverno non è un problema come molti credono.
Persino trattando telaino dopo telaino con l’ossalico spruzzato, dopo il trattamento si sente uscire caldo dalla porticina; ma un trattamento lo faccio solo se serve veramente.
Non apro solo se le previsioni del tempo per i giorni successivi sono di freddo e nuvolosità. Non c’è problema ad aprire gli alveari nemmeno con la pioggia, e credo anzi che l’umidità renda più efficace l’effetto dell’acido ossalico.
Inoltre, se si fa il trattamento a dicembre, è un’occasione per rendersi conto della realtà, se cioè c’è effettivamente assenza di covata oppure no.
Nel 2014, a 1000 metri si vedeva già covata dopo Natale, dovevano avere iniziato verso il 10 dicembre. In Friuli, dove le inverno in zona più mite che poi servirà per l’acacia, c’è stata covata più a lungo che in montagna, ma si è verificato un blocco a dicembre, prima dei trattamenti.
Per l’invernamento ciò che ritengo essenziale sono api sane (cioè soprattutto libere da varroa, nosema e virus) e scorte adeguate; vanno tenute strette, solo sui favi che presidiano bene. Metto a ciascun lato un diaframma in polistirolo ad alta densità, e il nucleo deve arrivare a riempire bene lo spazio tra l’ultimo telaino e il diaframma.
Se mai, c’è rischio che si consumino molto le scorte, come è avvenuto nel 2014. Nel primo periodo dell’invernamento non mi preoccupo minimamente del freddo, poi, all’inizio dello sviluppo primaverile, vedo di tenere calda la covata, con un’imbottitura di stracci o di lana tra tetto e coprifavo, il nylon e i diaframmi laterali, e faccio in modo che le api siano in una postazione riparata dal vento.
Questo è lostrato di neve che ha coperto gli alveari2
Sotto la neve gli alveari sono sopravvissuti benissimo2
Il nylon è un’idea che ho preso dal dott. Christian Wurm, in Austria, ed è basata sull’ipotesi (per lo meno come l’ho capita io) che un coprifavo asciutto tenga caldo più che quando il legno è umido.
Resta la condensa, che le api usano quando riprende la covata.
Spesso l’interruzione di covata, anche in montagna, è più breve di quello che ci si aspetterebbe, e le regine riprendono a deporre indipendentemente dalle condizioni esterne anche se l’estensione ovviamente varia in funzione di queste.
Il blocco avviene più facilmente a novembre ma spesso, già da metà settembre se l’infestazione da varroa è bassa, che in gennaio o febbraio.
Ricordo in Canada, dove ero andato per osservare come funzionava l’invernamento degli alveari nelle celle frigorifere: le regine iniziavano a covare quando erano ancora nel frigorifero.
Non sono convinto invece dell’imbottitura interna all’arnia, negli spazi vuoti, con materiali vari che si impregnano di umidità, perché materiali bagnati non isolano dal freddo.
Da quando uso il nylon, i coprifavi fatti di listelli di tavole assemblati insieme si restringono, lasciando delle fessure tra uno e l’altro, prova che col nylon il legno del coprifavo si asciuga molto. Dal tetto di lamiera non esce la condensa, e il coprifavo se assorbe umidità non coibenta come quando è asciutto.
Nei nuclei di polistirolo, invece, uso un altro metodo. Avendo osservato che le api tendono a stare contro la parete, le inverno a parete, con un diaframma a chiudere dalla parte opposta.
Penso che l’umidità non sia un problema, purché le api coprano bene i telaini su cui sono invernate. Credo che le api abbiano bisogno di più di 10 gradi, anche in assenza di covata, all’interno del glomere.
Se sollevi un telaino durante l’invernamento, capisci che è caldo, e se c’è del miele non opercolato, è miele che ha almeno 20 gradi di temperatura.
Non mi curo particolarmente dell’aereazione. Penso che il freddo resti in basso e il caldo salga verso l’alto, dove si forma il glomere.
Curo che la postazione non sia ventosa. Il vento produce un maggiore “freddo percepito”. Se le api si mantengono immote, il freddo viene meglio tollerato.
Per me è meglio una postazione che sia senza sole per due mesi, che una postazione esposta al vento, soprattutto in funzione della ripresa della deposizione su più telaini.

(contributo originale di Renato Panciera)frecciatornasu