Mieli d'Italia

  • Aumenta dimensione caratteri
  • Dimensione caratteri predefinita
  • Diminuisci dimensione caratteri

Allevare regine da se’

email Stampa PDF
Produrre api frecciatornaindietroregine dovrebbe essere la naturale evoluzione di quell’apicoltore che, oltre a produrre miele o polline, a un certo punto individua alcuni alveari migliori di altri e, invece di comprare regine oppure affidarsi alla produzione naturale di celle reali, decide di prodursi da solo le proprie regine, trasmettendo almeno in parte un po’ di queste caratteristiche positive.
 
figura 1
 figura 2
 figura 3
Esistono dei kit disponibili sul mercato (Jenter, vedi https://www.youtube.com/watch?v=bMlhhVweMn8
In aggiunta a essi si possono adottare delle semplicissime tecniche adatte a prodursi un piccolo numero di api regine, tecniche che anche apicoltori professionisti non disdegnano in casi di emergenza. Se la finalità fosse la produzione professionale di celle, regine o pappa reale, sarà necessario ricorrere a metodi differenti, più intensivi.
 
La massima semplicità
Il metodo più semplice, che sfrutta la biologia delle api, prevede l’orfanizzazione della colonia madre, ovvero quella che presenta le caratteristiche da noi ritenute migliori (produttività, docilità, tenuta di favo, assenza di malattie, ecc.). Toglieremo la regina con un favo di covata, magari chiusa o nascente, visto che per i nostri scopi interessa soprattutto covata non ancora opercolata, giovane. Lo vogliamo ben coperto d’api. Lo collocheremo in un’arnia di polistirolo, aggiungendo un favo di scorte. Le api rimaste nella cassa originaria si sentiranno orfane e inizieranno a costruire celle reali. Non ci resterà che tornare in apiario, dopo una settimana circa, togliere i favi con le celle distribuendoli in altrettanti nuclei costituiti il giorno stesso, usando covata, miele e api provenienti da altri alveari. Sarà meglio lasciare una sola cella reale per favo, quella che sembra meglio formata, perché, a volte, capita che, in presenza di più celle reali, la prima regina sfarfallata abbandoni il nucleo con uno sciame molto piccolo. Ma se sul favo fossero presenti più celle reali, nulla ci impedisce di utilizzarle tutte! Le ritaglieremo, avendo cura di non schiacciarle, lasciando, se occorre, una piccola porzione di favo. Formeremo poi un nucleo di fecondazione simile ai precedenti, fissando la cella a un telaino. Per limitare il rischio che le api possano rosicchiarla, la sporcheremo di miele. Le api si avvicineranno con un interesse per il miele e la cella più facilmente si familiarizzerà con la colonia. In alternativa, ne avvolgeremo la base con stagnola, lasciando libera solo la punta da cui la giovane regina uscirà.
Distribuiremo i nuclei a una distanza di almeno tre chilometri da dove li abbiamo formati. In alternativa, li formeremo molto ricchi di api giovani (nutrici, scosse da telai di covata aperta dove stavano svolgendo la loro funzione) e li potremo piazzare nello stesso apiario, restringendo molto l’ingresso per proteggerli dal saccheggio. Cercheremo di distribuire i nuclei in modo irregolare, con gli ingressi in varie direzioni e col massimo possibile di riferimenti (arbusti, rocce) per facilitare il rientro della regina dal suo volo di fecondazione.
Dopo una quindicina di giorni, la presenza di covata fresca testimonierà l’avvenuta fecondazione delle nuove regine. A questo punto, avremo due alternative: rinforzare i nuclei di fecondazione con favi di covata o prelevare le regine e, dopo averle ingabbiate, utilizzarle per la sostituire quelle più vecchie e scadenti. E il nucleo che abbiamo formato con la regina madre? Lo rinforzeremo poco alla volta con favi di covata, nutrendolo fino a che risulti sufficientemente forte e con scorte adeguate per affrontare l’inverno senza problemi. Nel rinforzare i nuclei di fecondazione, per non correre rischi, è opportuno spruzzare i favi di covata con acqua leggermente zuccherata, per evitare che le nuove api possano aggredire la regina. Se abbiamo predisposto questo allevamento casalingo solo per ottenere delle regine con cui sostituire quelle degli alveari, una volta che le avremo prelevate, riuniremo tutti i favi formando un unico alveare.
Esempio di tempi:
1 aprile orfanizzo la famiglia-madre asportando la regina
7/8 aprile tolgo tutte le celle tranne una da ogni telaino, e distribuisco i telaini nei nuclei ed eventualmente anche tutte le celle in più
30 aprile controllo la fecondazione
Figura 4
Il “metodo Miller”
Esiste un vecchio metodo per produrre in piccola quantità buone celle reali senza ricorrere all’innesto delle larve. Si basa sul presupposto che le api in primavera costruiscono con grande facilità celle reali su un favo nuovo, soprattutto nella sua parte bassa.
figura 5
Si inizia inserendo nell’alveare prescelto, in mezzo ai favi di covata, un telaino contenente in alto una sola striscia di foglio cereo ritagliata in modo che formi una serie di triangoli successivi con la punta rivolta verso il basso. Se non c’è flusso nettarifero occorre nutrire, in caso contrario l’alveare va spostato di alcuni metri in modo da perdere le bottinatrici.
Le api rimaste costruiranno il foglio cereo e la regina comincerà a deporre nelle celle di nuova costruzione. Tempo qualche giorno, il foglio cereo verrà allungato, nuove celle costruite e nuove uova deposte. Dopo circa una settimana verificheremo se tutto ciò è regolarmente avvenuto. Se così fosse preleveremo il favo e lo porteremo, avvolto in uno strofinaccio umido per proteggere le larve dall’essiccazione, in un locale chiuso ove, con l’ausilio di una lampada a luce fredda e di una lama ben tagliente, ne asporteremo la parte più bassa e di più recente costruzione, contenente sole uova, per conservare invece la parte appena al di sopra con le larve appena schiuse. Tornati in apiario toglieremo dalla famiglia la regina (che potrà essere parcheggiata su un telaio di covata e uno di miele coperti d¹api in qualche cassettino ben protetto da eventuale saccheggio) e inseriremo il favo.
Le api operaie, orfane della regina, costruiranno celle reali, che, dopo 10 giorni, potranno essere asportate e collocate in nuclei di fecondazione appositamente costituiti. La vecchia regina a questo punto potrà essere reintrodotta nell’alveare, preferibilmente usando una gabbietta senza accompagnatrici, ma con un po’ di candito.
I metodi sopra descritti sono sicuramente i più semplici e adatti per allevare poche regine. Nulla esclude però un approccio più “professionale”.
 
Vari tipi di coglilarveIl metodo del traslarvo
I metodi sopra descritti sono sicuramente i più semplici e adatti per allevare poche regine. Nulla esclude però un approccio più “professionale”. Cosa occorre?
1. Telaino portastecche o telaino modificato per alloggiare stecche porta-cupolini. I cupolini possono essere di plastica o di cera, reperibili commercialmente o fatti in casa e andranno montati su stecche (circa una dozzina di cupolini per stecca) a loro volta inserite in un telaino.
2. Coglilarva. È’ lo strumento per effettuare il traslarvo, raccogliendo una larva e depositandola sul fondo del cupolino. Ve ne sono di diversi tipi e fogge: in metallo, in plastica, pennelli extra sottili, soluzioni artigianali ricavate a partire da piume d’oca, o il coglilarva “cinese”. La scelta di un modello piuttosto che un altro è sicuramente dettata dalla facilità/efficacia con cui lo si utilizza, quindi il suggerimento è provare, se possibile, più modelli.
3. Favo contenente larve di covata femminile tra le 12/24 ore e i 3 giorni di età, calcolata a partire dalla loro schiusura dalle uova deposte dalla regina madre della colonia di interesse. Se questo favo ha già contenuto covata e presenta il tipico colore scuro, risulterà più facile individuare la larva “grande” circa un mm.
4. Nutrizione zuccherina (o miele diluito)da somministrare alla colonia che avremo usato per produrre le celle reali.
 
Figura 7 Figura 8 Figura 92
 
Come si procede?
La tecnica qui descritta può essere messa in pratica a partire dal momento in cui si osservano i primi fuchi negli alveari (propri o altrui), che garantiscono la possibilità che la regina, una volta nata, si fecondi. È possibile produrre regine durante tutto il periodo di attività della colonia.
 
Figura 10
Figura 11
Figura 12
Figura 13
Abbiamo due possibilità: orfanizziamo un alveare secondo le modalità viste in precedenza, oppure formiamo un nucleo orfano in un’arnietta di polistirolo. Nel primo caso, dovremo togliere la regina da un alveare molto popolato, ma con diversi telaini di covata prossima allo sfarfallamento e buona quantità di scorte. Rimuovendo la regina, già dopo qualche ora la colonia reagirà allevandone una nuova. Proprio questa è la situazione che sfrutteremo.
Se optiamo per la seconda soluzione, metteremo tre favi di covata nascente e due colmi di polline e miele, con un’abbondante apporto extra di api giovani (nutrici, scosse da telai di covata aperta). Il giorno dopo la formazione, il nucleo sarà pronto per ricevere le stecche con innestate le larve. Prepareremo la stecca con 12/14 cupolini e in cui avremo posto una goccia di pappa reale diluita con un poco di acqua tiepida. Non abbiamo gelatina reale a disposizione? Niente paura, anche una goccia di acqua o di nettare può fare al nostro caso: queste sostanze hanno la sola funzione di impedire la disidratazione della larva, ma sarà compito delle api nutrici provvedere alla loro nutrizione. Qualora si utilizzasse il coglilarve cinese questo passaggio non è necessario, perché con la larva viene colta automaticamente anche la vischiosa gelatina larvale.
Dall’alveare da cui vogliamo allevare le regine, estrarremo quindi un favo con molta covata fresca. Spazzoleremo delicatamente via le api e procederemo al traslarvo. Utilizzando il coglilarve, scegliendo quello più idoneo alla nostra manualità, preleveremo alcune larve possibilmente di 24h (quelle più piccole) e le trasferiremo (operazione di innesto), una a una, sul fondo dei cupolini montati sulle stecche. Le larve appariranno a forma di C e sarà nostra cura coglierle dalla parte posteriore e posarle delicatamente nei cupolini. Completata la stecca, la infileremo nella parte superiore del telaino, dotato anche di un piccolo nutritore, che dovrà essere riempito con sciroppo al 50% di zucchero o miele diluito. Infine il telaino portastecche, contenente le 12/14 larve e lo sciroppo, verrà posizionato al centro dell’alveare precedentemente reso orfano.
Dopo cinque giorni dal primo traslarvo, sposteremo la stecca con le celle opercolate nella parte inferiore del telaino e inseriremo un’altra stecca innestata, come già fatto in precedenza, contenente a sua volta 12/14 larve giovani.
Setto o otto giorni dopo il primo traslarvo visiteremo l’alveare per eliminare tutte le celle reali suppletive nel frattempo costruite. Questa operazione andrà fatta con molta cura in quanto una regina, nata da una cella reale dimenticata, ucciderebbe tutte quelle in corso di allevamento.
Se questa operazione ci mette ansia, e temiamo di non essere in grado di identificare tutte le celle “di emergenza”, possiamo proteggere le celle reali, una volta opercolate, con l’uso di appositi “bigodini proteggicella”. Questo impedirà alle eventuali api regine, che nasceranno prima delle altre, di distruggere le celle reali. Le regine vergini che schiuderanno, confinate nei bigodini verranno comunque nutrite restando vitali per diversi giorni.
Tra il decimo e l’undicesimo giorno dopo il primo traslarvo, con le regine prossime allo sfarfallamento, procederemo all’inserimento delle celle nei nuclei appositamente preparati il giorno prima. Prima del loro utilizzo potremo osservare le celle reali opercolate controluce per valutare la presenza e la vitalità della regina vergine contenuta. È un’operazione che va fatta in modo rapido e delicato, senza staccare i cupolini dalla stecca e senza danneggiare le altre celle (risultato del secondo traslarvo).
Per esempio, se gli innesti sono fatti il 1 maggio, l’11 maggio vanno tolte le celle (il giorno dopo dovrebbero nascere).
Figura 14
Con un allevamento di questo tipo, potremo ottenere (con gli innesti di una settimana) una ventina di regine. Avremo inoltre imparato una tecnica che ci permetterà di costruirci un nostro ceppo che potremo ulteriormente migliorare nel corso degli anni.
Se il primo innesto, malauguratamente, non andasse a buon fine, non dobbiamo scoraggiarci: la manualità si acquista poco alla volta. L’importante è fare pratica e far tesoro degli errori.

(da contributi originali di Paolo Faccioli e Gian Luigi Bigio)

 

frecciatornasu