Mieli d'Italia

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Don Giacomo Angeleri (1877-1957)

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frecciatornaindietroritratto di don AngeleriDi estrazione contadina, venne cooptato in un gruppo di studiosi, docenti universitari ed appassionati di api piemontesi, che perorarono presso l’Arcivescovo di Torino affinchè si potesse dedicare a tempo pieno all’apicoltura. Tenne corsi in tutta Italia e dal 1921 assunse la direzione della rivista “L’apicoltore Moderno” dove, insieme ad articoli di tecnica apistica ed editoriali, tenne una popolarissima rubrica di domande e risposte “La gara degli apicoltori”. L’attività di don Angeleri si espresse anche in un iniziativa commerciale, la “Casa del buon miele” , oltre che nell’“l’Istituto di Apicoltura Moderna” a Torino, nella “Stazione di apicoltura alpina” a Pragelato (Torino), e nella   “Scuola di apicoltura” a Reaglie (Torino) dove venivano svolti corsi teorico-pratici. Nel 1955 pubblicò il manuale di apicoltura “Cinquant’anni con le api e gli apicoltori”.

Dove si mette il secondo melario (da L’Apicoltore Moderno, Agosto 1934, n.8)

D. Si consiglia di mettere il 2.o melario fra il nido e il 1.o, specie quando si prevede che il raccolto proceda abbondante. Perché? Io trovo che è più pratico e spiccio apporlo sul primo, poiché se il raccolto realmente continua, le api non hanno nessuna difficoltà a fare quel breve tratto in più, mentre, se il raccolto diviene improvvisamente scarso, esse si limitano a completare il1.0. Invece quando il melario quasi completamente pieno è sovrapposto ed il raccolto viene a cessare, esse trasportano nell’inferiore il miele non ancora opercolato, lasciando melario e favi incompleti tanto in alto che in basso, con grave noia nella smelatura. Il consiglio della sottoposizione del 2.o melario non è per caso ereditato dai nord-americani, per i quali tale accorgimento può essere opportuno per evitare sia tolta alle “sections”, che essi preferibilmente producono, la loro freschezza a causa del continuato passaggio delle api dirette al piano superiore?

(T.C., Torino)

R.- Nel quesito Ella viene a riconoscere che le api lavorano più volentieri e attivamente nel melario che sta sul nido, che non in quello superiore. Se l’importazione è abbondante, le api si adattano anche a lavorare nel secondo melario; ma fanno uno sforzo a percorrere quel diaframma di miele e perdono anche parecchio tempo prezioso. Supponiamo che il melario sia alto solo 15 centimetri: sono quindi trenta centimetri di percorso a piedi per ogni gita di ogni ape, che si può moltiplicare per dieci gite al giorno, e per diecina api: cm. 30x10= metri 3x10000= 30.000 metri vale a dire, trenta chilometri di percorso inutile. Le par poco? Moltiplichi ancora per dieci giorni di lavoro e avrà trecento chilometri di percorso a piedi: moltiplichi questa cifra per 10 per 20 per 100 colonie e si troverà di fronte a delle cifre fantastiche.

Certo è più “spiccio” mettere il secondo melario sul primo; ma più “pratico” nel senso apistico e utilitario, no.

Il secondo melario si da quando il primo è, per la maggior parte, pieno, perché non abbiano a mancare di spazio; ma poi, se le previsioni fallano, vi è sempre la possibilità e la convenienza di radunare i favi con miele nel primo melario, mentre il secondo, anche se vuoto può lasciarsi sul primo per la custodia dei favi, salvo a intervenire, se la stagione migliora, per evitare alle api un inutile spreco di energia e ottenere maggior raccolto.

Come vede, il consiglio della sottoposizione del melario non è un’eredità senza beneficio di inventario piovutaci dai nord-americani; ma una osservazione che balza agli occhi di chiunque voglia darsi la pena di aprirli.

Tecniche per l'invernamento: l'umiditò negli alveari (1) (da L’Apicoltore Moderno, febbraio 1939 n. XVII)

D. Dal fascicolo di ottobre, quesito n. 3027, pare che si possa comprendere che Voi lasciate vuoto lo spazio dopo il diaframma. Anni fa io lo riempivo con paglia ma lo trovavo sempre umido, ora uso degli stracci. E’ meglio lasciarlo vuoto o riempirlo? E di quale sostanza?

R.- E’ meglio riempirlo con ciò che si dispone. Qualsiasi sostanza che si usi verrà più o meno inzuppata di acqua, a seconda del numero dei favi e della forza della colonia. E’ l’umidità che produce o, meglio, provoca l’umidità. Una colonia, piccola relativamente allo spazio, per difendersi dal freddo consuma e produce umidità,e, per difendersi da questa consuma, si agita, coll’effetto di cadere dalla padella nella brace.

L’umidità va sempre a condensarsi nel punto più freddo dell’ambiente; se tutto l’ambiente è ugualmente caldo, l’umidità è costretta a prendere la porta.

La porta grande è, di regola, un errore perché, le colonie si invernano su troppi favi; ma quando la colonia è ben proporzionata all’ambiente, la porticina discretamente grande va benissimo.

Riflettete su queste nozioni elementari; quando avrete ben riflettuto avrete imparato a invernare le api.

Un’altra affermazione che vi sembrerà strana, è questa: le famiglie piccole stanno meglio collo lo spazio vuoto ma con un buon diaframma di legno e di giornali. Perché a traverso questo divisorio l’umidità esce e va a condensarsi nel vuoto scompartimento, lasciando la colonia all’ asciutto.

 

Tecniche per l'invernamento: l'umiditò negli alveari (2) (da L’Apicoltore Moderno,n. 11, novembre 1941)

D. - Nella stagione invernale le pareti ed i favi laterali delle mie arnie vanno soggetti all’ammuffimento. Come impedire tale inconveniente? Praticare una piccola apertura nei coprifavi (secondo il parere di certi apicoltori) può pregiudicare la salute delle colonie?

C.C.B., Forlì

R.- Risponderò prendendo le mosse un po’ al largo riportando nozioni elementari ma ignorate da molti. Vi è umidità benefica e umidità malefica. La benefica è quella allo stato di vapore; la malefica è quella allo stato liquido o solido che si posa e si ferma sui corpi producendo muffe ed altri guai.

Che cosa è la pioggia? La condensazione e precipitazione dell’umidità atmosferica. Che cos’è l’umidità dell’arnia? La condensazione e precipitazione del vapore acqueo sospeso nell’ambiente caldo dell’arnia che va a posarsi nella parte più fredda di essa.

Il freddo è la calamità dell’umidità. Tra il punto più caldo ed il punto più freddo dell’arnia esiste una zona più o meno fredda a seconda che si distanzia da uno di essi e si avvicina all’altro. E’ la zona delle muffe che sono minutissimi funghi velenosi.

Le api, quando possono, durante l’inverno si portano verso la parete più calda.

Se la parete più fredda non è troppo spessa, o di legno duro e impermeabile per natura o per altre cause (metalli, smalti, ecc.) e se la temperatura esterna è più calda di quella interna, l’umidità dell’arnia esce a traverso la porosità della parete stessa. Viceversa, se la temperatura esterna è più fredda di quella interna o la parete è impermeabile o troppo spessa, ecc., l’umidità, non potendo uscire dalla parete, si ferma sotto forma di acqua colante o stagna o di ghiaccio sulla parete, sul fondo, sulle battute di appoggio dei telaini, sui favi.

Se poi tutto l’ambiente dell’arnia ha una temperatura superiore a quella esterna, l’umidità esce dalle pareti e dalla porticina.

L’umidità è maggiore nell’ambiente caldo, minore nel freddo.

Il vento diminuisce od accumula l’umidità atmosferica.

I montanari dicono che non è il sole a seccare il fieno, ma il vento. Ed hanno ragione; non fanno però distinzione tra vento e vento.

Da queste premesse è facile trarre le conclusioni seguenti:

1) lo spessore dell’arnia non deve essere eccessivo, un maggior spessore è più indicato nei paesi molto caldi che nei molto freddi;

2) Il legname più adatto per una buona arnia è quello leggero e poroso;

3) E’ possibile eliminare durante l’inverno l’umidità nociva degli alveari:

a) tenendo l’arnia in luogo asciutto e sollevata alquanto da terra;

b) limitando le porticine, all’avvicinarsi della stagione fredda;

c) eliminando i favi non opercolati;

d) limitando la capacità del nido alla forza numerica di ogni singola colonia.

Nei libri, si consiglia di inclinare alquanto, durante l’inverno, l’arnia sul davanti.

Il consiglio è buono per le arnie a fondo piano per favorire la fuoriuscita dell’umidità prodotta dalla neve e dalla pioggia che, a causa della tormenta, fossero entrate dalla porticina; diventa però inutile nell’arnia a fondo inclinato e negli apiari rivolti a mezzodì (come è di regola); meno ancora se si tratta di eliminare l’umidità prodotta da altre cause.

L’altro consiglio di “praticare una piccola apertura nei coprifavi” è anche dannoso se con essa si vuole formare una corrente d’aria che, come quella di un camino, salga dalla porticina alla soffitta.

Come ho già detto, il vento diminuisce od accumula l’umidità di un ambiente;nell’arnia poi abbiamo sempre, poco o tanto, del miele disopercolato che, essendo igroscopico, ruberebbe al vento una parte dell’umidità. Una corrente d’aria è sempre dannosa.

Vi è però un altro mezzo per assorbire l’eccessiva e malefica umidità dell’arnia, ed è questo: determinare in una parte qualsiasi dell’arnia un punto più freddo che serva da calamita, da condensatore e da serbatoio dell’umidità.

Io mi servo del mio vecchio nutritore che, come si sa, è una soffitta che nella parte superiore forma un vuoto nel quale stanno due scatole metalliche terminanti, verso il centro, con due conchette nelle quali le api assorbono la nutrizione liquida che vi occorre di mano in mano che viene consumata.

Da un foro centrale le api raggiungono le conchette.

Il tutto è coperto da vetri scorrevoli, perché le api non abbiano altra via che quella del nido; ma d’inverno il tutto è ancora coperto da un buon cappello che riempie ogni vuoto tra la soffitta e la tetto ietta, per cui nessuna corrente d’aria viene a formarsi.

Orbene, le scatole metalliche ed i vetri che le coprono fanno appunto il centro più freddo dell’arnia, e l’umidità di essa ne è attratta e vi si condensa. Ogni tanto devono venir vuotate.

Escludiregina ed arnia Dadant-Blatt (da L’Apicoltore Moderno, aprile 1925, n. 4)

D. Perché è inutile la lastra escludiregina nelle arnie Dadant-Blatt?

R.- Nelle arnie d.B. la lastra escludi regina è inutile perché la regina, di regola, non sale al melario, e se, in via di eccezione, vi sale, si ferma pochissimo, per la bassezza dei favi. La regina vi salirà più facilmente, se nel melario vi sono favi a celle maschili, e più ancora se si trovano al centro.

Come si trova la regina (da L’Apicoltore Moderno luglio 1932, n. 7)

D.-Come si può trovare la regina sui favi? (L.T., Malta)

R.- La regina sta sui favi con covata o vuoti, non sul miele; al mattino sta al centro, verso sera sta ai lati. Tolta la soffitta senza scosse e con poco fumo, si estrae il primo favo, si osserva e si posa a terra o in una cassetta. Si visitano di mano in mano gli altri favi avvertendo che estraendo un favo si deve subito dare uno sguardo alla facciata rimasta scoperta del favo successivo.

E’ più facile vedere la regina guardando l favo dall’alto in basso che di fronte.

Se capitasse di passare tutti i favi senza averla trovata, è meglio rimetterli tutti a posto, chiudere l’arnia e rimandare la cosa a dopo che sia tornata la tranquillità.

Quando la regina non ovifica, è più difficile trovarla; la regina vergine o giovane o molto vecchia è più difficile da trovare di una matura.

Favi vecchi o favi nuovi? (da L’Apicoltore Moderno, gennaio 1935, n. 1)

D.-L’Apicoltore Moderno insiste, perché vengano eliminati i vecchi favi dall’arnia, mentre le api sembra che dimostrino per essi una certa preferenza, tanto è vero che se si dà nel melario un vecchio favo che abbia già contenuto della covata subito lo visitano e coprono mentre ciò non fanno coi favi nuovi o coi fogli cerei. Quale la conseguenza che se ne deve dedurre? (R.C., Varese)

R.-Anche i topi e le tarme sono attratti dai vecchi favi e non dai nuovi o dai fogli cerei. Da questo fatto peraltro, nessuno pensa a dedurre che abbiano dell’amore per i vecchi favi.

Così, in diverso modo, l’ape accorre ai vecchi favi non per amore ma per timore; deve occuparli per eliminare il pericolo che essi rappresentano in quanto costituiscono un bottino di una posizione avanzata dei quali possono approfittare, a suoi danni, i suoi nemici mortali. E vi accorre per snidare il nemico che in essi già s fosse rifugiato, a costo di distruggere subito il favo stesso; e lo tiene presidiato per impedirgli l’accesso, occupandoli, appena può con miele e con covata se ancora sono utilizzabili, in attesa di poterli ricostruire e renderli innocui.

E ciò sia pel melario che pel nido. E’ regola dell’ape distruggere per rinnovare i vecchi favi.

Segno certo che non li ama, ma li odia.

Ma se il fatto dell’ape che occupa il melario che contiene dei vecchi favi (si intende sempre parlare di favi che già servirono per la covata, perché degli altri non si può dire che invecchiano) esiste, la conseguenza che se ne deve trarre è totalmente opposta a quella di certi apicoltori e scrittori superficiali.

I quali così dimostrano di capire niente di favi vecchi e nuovi, come del motivo pel quale le api occupano o non occupano il melario o la parte ancora vuota del nido.

E’ nell’istinto di tutti gli esseri viventi di crescere, dilatarsi, moltiplicarsi, perché questo è il comando del Creatore.

Quando ciò non fanno, se ne devono ricercare le cause nelle avversità delle cose o, restando nel campo degli esseri coltivati, per l’ignoranza dell’uomo.

Lo sviluppo delle api dipende:

Dalla regina, dal nutrimento, dal calore, dallo spazio, dalla stagione, dalla casa che sono costrette ad abitare, dagli aiuti che ricevono dall’uomo. Mancando uno o l’altro di questi elementi, la colonia non può crescere e quindi, non può dilatarsi. Sta all’intelligenza del coltivatore di scoprire il difetto e porvi il rimedio appropriato.

Per occupare il nuovo spazio che si aggiunge all’arnia (sia aumentando i favi del nido che sovrapponendo il melario) la colonia deve disporre della quantità di api necessarie a presidiare lo spazio di prima più quello aggiunto, se no non si fa che spostare delle api, cioè si vuota un pieno per riempire un vuoto.

Ma può una colonia abbandonare i favi di covata, che sono la sua vita, per andare a produrne altri? Può una colonia salire al melario per costruire dei favi, se si trova nella condizione di colui che vorrebbe costruire una casa senza disporre del denaro? Può una colonia riempire di miele dei favi quando non ci sono fiori o non sono nettariferi?

Colui che ragiona non pretende l’impossibile, chi lo pretende, come colui che mettesse favi vecchi o di covata nel melario allo scopo di farvi salire la colonia, commetterebbe un atto di violenza con danno della colonia e quindi di se stesso. Perché, se la colonia dovrà a forza occupare uno spazio maggiore del normale, consumerà più provviste e sarà costretta a tenere a casa anche le bottinatrici invece di mandarle ai campi.

Dare, dunque, alle api lo spazio che chiedono, eliminare quello che rifiutano; chi le vuole allargare le restringa; chi le restringe ne favorisce lo sviluppo e il benessere.

In caso di bisogno, si usano anche i vecchi favi, come chi non ha scarpe nuove usa le rotte, ma non si può dire che i favi vecchi e le scarpe rotte meritino della simpatia.

Le previsioni del tempo (da Da L’Apicoltore Moderno, luglio 1928 e luglio 1947)

Cattivo tempo o pioggia è da temersi:

Se è lunga l’aurora.

Se le zanzare verso il tramonto del sole giocano nell’ombra.

Se il fumo non sale volentieri al fumaiolo.

Se le mosche molestano forte l’uomo o la bestia.

Se i maiali giocano e sparpagliano il cibo.

Se il bestiame tiene la testa alta, soffia nell’aria e si lecca il muso.

Se l’acqua bolle facilmente, presto e senza rumore.

Se il legno secco gorgoglia e le corde divengono più corte.

Se il sale diviene umido e i cessi più dell’usato puzzano.

Se le pietre sudano e le pulci pungono più del solito.

Se la sera certe piccole nere nubi levansi all’ovest o stanno di giorno accanto al sole, od anche dopo un rosso tramonto del sole appariscono nel cielo. E venendo le nuvole al tempo della pioggia velocemente trasportate, o stando in colore oscuro spesse sulla terra, indicano un durevole tempo piovoso.

Se dopo una breve pioggia un freddo vento sorge.

Se la pioggia calata si dissecca sulla terra più presto del solito.

Se in una tranquilla sera si sente il suono delle campane e degli orologi, il mormorio e fischio dell’acqua, la voce delle bestie, e simili cose più sonore, più distinte o da maggior distanza del solito.

Se le Pleiadi sorgono oscure.

Se il sole pare sorgere più presto del solito od appare molto rosso, oppure (siccome prima del tramonto) ha intorno oscuro e rubicondo anello.

Se il sole al suo sorgere e tramontare sembra più grande dell’usato od anche ovale.

Se i galli ad ora insolita cantano, ed i polli ripassandosi le piume s’aggirano mesti.

Farà bel tempo

Se il cielo è rosso al tramonto del sole.

Se lampeggia senza tuonare.

Se in tempo di pioggia e di notte le civette gridano assai.

Se i pipistrelli alla sera volano fortemente.

Se dopo il tramonto del sole si forma una spessa nebbia al disopra dell’acqua e sui vicini prati si posa.

Se le lucciole nella notte luccican più dell’usato.

Se le rane verdi se ne stanno fuori e gracidano.

Se le allodole lungamente si innalzano nell’aria e cantano.

Se si discernono bene le stelle della via lattea e frattanto spira specialmente il vento di levante.

Se gli usignoli diligentemente cantano.

Se la nebbia si dilegua, o dopo una pioggia si leva la nebbia nelle valli e si ferma sui fiumi, e poi si dissipa.

Se dopo un po’ d’umido apparisce l’arcobaleno; se al levar del sole v’ha l’arcobaleno all’ovest, o se lo si vede all’est tramontando il sole; se i colori dell’arcobaleno, segnatamente il bleu ed il giallo, si fanno vieppiù chiari e belli.

Se i tafani volano di sera.

Se le pecore di sera ancor vivaci saltellano sui monti e sulle alture.

Se cade molta rugiada e caduta a lungo rimane.

Se di buon mattino si leva il vento.

Se le nuvole sono piccole e rotonde, e s’impiccioliscono vieppiù e quasi spariscono, lasciando le punte dei monti al sereno. Se le medesime di sera si radunano all’ovest e non si dissipano; se si vedono fermarsi bianche come nebbia nelle valli, o si allargano alcun tempo pel cielo bianche come lana, quando il sole sta ancor alto; se vengono disperse dal sole; se in color rosso seguono il sole dopo levato e poi a poco a poco si dissipano.

Il numero esagerato delle colonie in una zona va a discapito del reddito singolo?

La domanda sembra ingenua, ma lo è soltanto sino ad un certo punto. Infatti, il celebre Langstroth scrive:

« In buone condizioni di umidità e di calore, il succo zuccherino che riempie i nettari dei fiori si riproduce di mano in mano che le api lo asportano ».

L’Hommel, celebre apicoltore francese, afferma pure che « se noi con una pipetta succhiassimo, come fa l’ape con la lingua, il nettare dei fiori, esso continuerebbe a riprodursi ». E soggiunge:

« Ciò succede specialmente nel rosmarino, i cui nettarii, sebbene poco sviluppati e secernenti poco nettare, offrono una secrezione continua ».

Se così fosse, come affermano Langstroth ed Hommel ed altri, si dovrebbe dire che per quante api vi fossero in detta zona, il nettare sarebbe inesauribile.

Però Langstroth ed altri premettono che, nella zona, non manchi l’umidità e il calore; non ci dicono per quanto tempo i fiori siano capaci di emettere nettare e se questo nettare sarà capace di nutrire le api di oggi e di domani, nella stagione propizia ed in quella avversa, ecc. ecc. Non ci hanno detto queste ed altre

cose; essi sono rimasti nel campo teorico; noi vogliamo restare nel campo pratico. In altre parole, essi vogliono insegnarci che quando i fiori ci sono, pochi o molti non importa, e se non manca il calore e l’umidità, la secrezione del nettare, per un dato periodo, segue l’opera delle api.

Noi invece vogliamo sapere quanti alveari possono vivere e prosperare in una data zona che risponda al raggio di volo delle api.

Ed è allora facile rispondere che una cosa limitata non può comprenderne un’altra senza limite; una zona qualsiasi, per quanto prospera e ricca di fiori possa essere, non può essere capace di nutrire un numero illimitato di alveari.

Se in un dato prato capace di nutrire dieci vacche, ne mettiamo altre dieci, queste ultime finiranno per morire di fame.

E allora vediamo quanti alveari possono vivere e rendere in una zona di tre chilometri di raggio, che riteniamo massima per il volo delle api.

Noi ci siamo trovati per venti anni nella pianura torinese priva di alveari, salvo forse un centinaio di bugni villici, entro un raggio di circa quattro chilometri quadrati.

La flora nettarifera era costituita da poche robinie, prati di salvia, meliloto, trifoglio ed altri di minore importanza. Si poteva dire discreta sebbene non irrigata. Nel secondo anno uno dei primi sei alveari diede 120 kg. di miele, gli altri meno, con una media complessiva di 56 kg.

Quando ebbimo cento alveari, sebbene avessimo imparato il mestiere, non superammo più la media di 10 kg. Certo, le nostre api non sfruttarono tutta la zona e neppure il raggio di tre chilometri,ma neppure ebbero dei concorrenti, salvo i villici che andarono diminuendo.

Da “Cinquant’anni fra le api e gli apicoltori”, 1957frecciatornasu