Mieli d'Italia

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La posa dei melari

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frecciatornaindietroLa prima questione: Quando è il momento di mettere il melario?
Per prendere questa decisione devo considerare la zona climatica in cui opero, l’andamento meteorologico effettivo della stagione in corso, la forza delle famiglie e la natura delle api con cui lavoro.
Quello che mi potrebbe far esitare prima di mettere un melario è la possibilità che il volume aggiunto possa provocare un forte raffreddamento e uno sforzo delle api per compensarlo, che si tradurrà soprattutto in un aumentato consumo di scorte. Questo consumo avviene in un momento tipicamente critico (grande sviluppo di api in stagione non ancora veramente lanciata) e può portare gli apiari, se trascurati , alla morte per fame. Potrebbe anche prodursi l’ abbandono di porzioni periferiche della covata (ma con un minimo di esperienza non si dovrebbe arrivare a questo). Se si osserva, sono soprattutto gli autori di manuali di apicoltura che hanno acquisito la loro esperienza in regioni fredde, a preoccuparsi di questo aspetto. Nell’Italia centrale o del Sud si può in generale preoccuparsene meno, salvo tenere d’occhio le previsioni del tempo per prevenire le conseguenze di eventuali ritorni di freddo o perturbazioni di lunga durata.
 
Il melario va messo solo quando il nido è completo?
In realtà no. Ci possono essere due situazioni: che una famiglia sia ancora lontana dall’occupare tutti e dieci i telaini, ma abbia comunque tante api. In questo caso, se la prima fioritura importante è vicina o sta iniziando, posso “verticalizzare” il raccolto, tenendo la famiglia sui soli telaini che è in grado di occupare o poco più, stringendola tra due diaframmi o tra una parete e un diaframma e ponendo il melario.

Oppure la famiglia può essere forte anche prima dell’inizio del primo raccolto importante. Forte può voler dire avere (all’incirca) otto telai di covata e tutti gli altri più o meno coperti d’api, con api che vanno man mano nascendo e riempiendo lo spazio fino ad aver bisogno di nuovo spazio dove riversarsi.

Questo è il momento in cui, per decidere se mettere o no il melario, dovrei sapere con che tipo di api sto lavorando. Se so che tendono facilmente alla sciamatura, potrò indebolirle di qualche telaio di covata con api e contemporaneamente mettere il melario. Con api di questo tipo non è bene aspettare che il nido sia completo, perché rischierò che al momento di mettere il melario si stiano già predisponendo alla sciamatura; darò dunque loro una possibilità di “rincorsa”; potrò invece aspettare un po’ di più a intervenire sul nido se sono api che non fanno così facilmente celle reali, o se sono api che tendono a smantellare spontaneamente le celle reali una volta iniziato il raccolto vero e proprio. Se non sono sicuro di conoscere bene la natura delle mie api, meglio comportarsi con un criterio di precauzione, cioè come se ci fosse il rischio della sciamatura.

conduemelarisitoLa seconda questione è: quando e come si mette il secondo melario?
Anche rispetto a questa problematica autori di manuali di apicoltura la cui esperienza ha radici in regioni nordiche, o dove la stagione è breve o può avere delle brusche interruzioni, propenderanno per una in particolare delle due tesi in gioco: quella cioè di mettere il melario vuoto sopra a quello pieno (in genere senza aspettare che sia totalmente pieno), mantenendo questa linea anche coi melari successivi. La ragione di questa scelta è ovvia, ed è che le api si espandano gradualmente, in modo da penetrare nell’ultimo melario solo quando sono veramente in grado, e in modo da potersi ritrarre nei melari già pieni se la stagione subisse un’interruzione. Un’altra ragione può essere data dall’esigenza di risparmiare sforzo fisico, risparmiandosi di sollevare un melario pieno per sovrapporlo a uno vuoto. Questa scelta sarà anche facilitata dal fatto di lavorare con api che tendano a collocare il miele lontano dal nido, piuttosto che da api che tendano, durante i raccolti più intensi, a intasarlo. Un parziale intasamento del nido è comunque inevitabile in certi raccolti, come l’acacia. Di solito le api tendono, alla fine del raccolto, a sgombrare da sole il nido dal miele eccedente, per rifare spazio alla covata, e in questo caso saranno agevolate da un melario vuoto vicino al nido. La diversa scuola di pensiero che invece prevede la posa di un melario vuoto sotto a quello pieno che cosa soprattutto considera? Il cuneese Michele Campero invita a osservare l’indicazione data dal comportamento delle api in condizioni “naturali”, cioè nel bugno villico: il fatto che le api mettano volentieri il miele fresco tra le scorte e la covata, cioè sotto al miele raccolto in precedenza, gli fa preferire il melario vuoto sotto a quello pieno. Naturalmente, come continuiamo a ricordare, dipende anche molto dalla natura particolare delle api con cui si lavora. Un’altra buona ragione per mettere il melario vuoto sotto a quello pieno può essere di natura gestionale, e cioè dalla scelta di asportare man mano i melari pieni o quasi pieni, che in secondo piano vengono asciugati velocemente dalle api, magari senza essere totalmente opercolati o completati. Un terzo melario può essere messo sopra il secondo ormai quasi pieno, secondo la scuola di pensiero dell’aggiunta progressiva, oppure, secondo la scuola di pensiero che prevede l’ intercalare dei melari, subito sopra il nido se il secondo melario aggiunto è già semipieno, o tra il secondo melario aggiunto (mantenuto sopra il nido) e quello pieno, se il secondo melario aggiunto è stato riempito poco e non si vuole tornare apposta nell’apiario. Altrimenti, sopra ai due melari già presenti se il flusso nettarifero è alla fine.

Se, come a volte accade, quando si ispeziona l’apiario si trovano i melari pieni solo nella parte centrale, si possono spostare i telaini pieni all’esterno e i vuoti all’interno, valutando dal ritmo del raccolto se questo espediente può bastare fino alla prossima visita in apiario, in cui si aggiungerà un nuovo melario, che altrimenti può essere aggiunto subito (in secondo piano). Aggiungendo un melario con soli fogli cerei, sarà in genere più facilmente lavorato dalle api mettendolo subito sopra il nido, sotto un melario già parzialmente pieno o pieno. Aggiungendo singoli telaini da melario con fogli cerei da costruire, sarà bene intervallarli con favi da melario già costruiti. Nello spostare la posizione dei telaini, in zone dove potrebbe essere presente Aethina Tumida, occorre rispettare la posizione originaria, conservando gli spazi creati dalle api: se per esempio le pance di due telaini rigonfi toccano,si vengono a creare degli interstizi inaccessibili alle api ma accessibili all’Aethina.

I melari, usciti dal magazzino invernale, vanno ispezionati. Melari che abbiano ospitato mieli dal forte aroma, se l’hanno conservato, è meglio che non vengano utilizzati per raccolti delicati come l’acacia. Favi che conservano tracce cristallizzate di edera, melata di larice, brugo, è meglio vengano ripuliti dalle api prima di essere usati per il raccolto, perché le tracce di questi mieli potrebbero indurre processi di cristallizzazione o intorbidare mieli delicati.

Una movimentazione frequente dei melari, permette di produrre più miele oppure no?
Un’ennesima contrapposizione di punti di vista sulle tecniche apistiche apparve su alcuni vecchi numeri dell’American Bee Journal (maggio 1986 e febbraio 1991)
L’apicoltore canadese Sid Pawlowski aveva manifestato la sua convinzione che una estrazione veloce e frequente dei melari e la loro sostituzione con melari vuoti fosse essenziale per una produzione ottimale. Pawlowski non attendeva la completa opercolatura dei telaini, ma gli bastava che fossero opercolati solo il 20-30%. Questa sua pratica era perciò integrata dall’uso di una camera calda per finire di asciugare il miele. Pawlowski rivendicava la bontà del suo metodo in base al fatto che si risparmiava alle api un grosso lavoro di produzione di cera, incoraggiandole al tempo stesso a raccogliere di più. Due ricercatori canadesi, Tibor Szabo e L.P.Lefkovitch, trassero qualche tempo dopo, da una sperimentazione, una conclusione in contrasto con la tesi di Pawlowski. Pur consapevoli che la presenza di favi vuoti può stimolare una maggiore attività delle api, la loro esperienza, in condizioni di intenso flusso nettarifero, sembrò mostrare come un ripetuto disturbo delle famiglie, costringendo le api a frequenti attività di pulizie e riparazioni, ne diminuiva la produttività. La perdita di 3.8 kg di miele per famiglia dovuta secondo loro al disturbo arrecato, riportata a un apiario di 1000 alveari, avrebbe dato luogo a una perdita totale di 3840 kg. Inoltre argomentavano come l’asciugatura artificiale del miele non consentisse al miele di essere arricchito da un numero di enzimi sufficiente a garantire un’alta qualità del prodotto.

La posizione empirica di un’apicoltore di lungo corso e quella scientificamente documentata, ma non si sa quante volte ripetuta e verificata da altre ricerche, dei due ricercatori, sono difficilmente paragonabili, ma aprono un problema che varrebbe la pena di essere considerato.

Per la problematica legata all’uso dell’escludiregina vedi il capitolo: L’escludireginafrecciatornasu