Mieli d'Italia

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Produrre mieli monoflora

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Cosa occorre sapere, cosa occorre farefrecciatornaindietro
Oggi non ci si accontenta più di produrre miele, al contrario si parla di acacia, melata, castagno, tiglio… al più di millefiori. In pochi decenni il concetto di miele si è rinnovato completamente.
Diversi sono i fattori che entrano in gioco nella produzione di mieli monoflora.
Sicuramente è importante la localizzazione dell’ apiario, ma ancor più la sua conoscenza dal punto di vista produttivo potenziale: questa è un’ informazione che muta molto nel tempo e che occorre osservare e studiare sempre.
figura 1E’ importante la tecnica apistica: la preparazione delle famiglie, il nomadismo, la posa dei melari, il momento del loro prelievo.
Occorre, infine, essere in grado di capire quale miele è stato raccolto per una sua corretta denominazione di vendita.
Questi che seguono sono esempi di mieli che si possono produrre in Piemonte, ma le stesse regole possono valere altrove.
 
Una sequenza classica in molte parti d’Italia
Il primo raccolto dell’ anno è il tarassaco, o forse lo era, perché produrlo sta diventando un’ impresa. La prima difficoltà è preparare le famiglie perchè non sempre lo sviluppo in zone pedemontane consente un numero di bottinatrici sufficienti per la raccolta.
Se le famiglie sono invece al massimo, la sciamatura, in presenza di un raccolto pollinifero così abbondante, è garantita.
Il giusto compromesso è dosare lo sviluppo, equilibrando l’apiario in modo da arrivare alla posa del melario sulla (quasi) totalità degli alveari, ma senza arrivare al punto di doverne aggiungere ulteriori.
Le famiglie troppo esuberanti vanno indebolite e la tecnica più efficace è asportare un bel po’ di api adulte. Questa tecnica sta prendendo piede, anche se è ancora seguita da pochi. Controproducente è togliere covata perchè significa pregiudicare in parte il raccolto successivo che, in Piemonte, è la pregiata acacia.
La scelta della postazione è diventato il problema più difficile da risolvere.
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Dalla pianura gli apicoltori piemontesi sono scappati, a causa degli avvelenamenti patititi in concomitanza con la semina del mais conciato con neonicotinoidi, e nelle zone pedemontane si è moltiplicato a dismisura il ciliegio. Un tempo c’erano fioriture concomitanti al tarassaco (salice, melo, colza), ma l’aroma deciso del tarassaco era in grado di coprire eventuali compresenze.
Lo stesso non vale per il ciliegio, il suo aroma importante, il colore ambrato scuro, la difficoltà di cristallizzazione rendono difficile una sua coesistenza con il tarassaco.
A questo punto l’ultima difficoltà è chiamare il miele prodotto con il proprio nome.
Nel dubbio, non è una vergogna denominarlo millefiori primaverile. La regola comunque è sapere cosa sono il miele di tarassaco e quello di ciliegio e non vendere una cosa per l’altra. Considerazione importante: il colore, talvolta, può essere importante nella classificazione; il tarassaco in purezza è giallo vivo, quasi come un miele di girasole.
 
Gli accorgimenti per produrre il più ambìto dei mieli monoflora.
Passiamo all’acacia. Le famiglie debbono essere al massimo della forza, magari permettendo loro appena una leggera “rincorsa” con un favo vuoto. Nel caso la famiglia non sia pronta su tutti e dieci i telaini, si può stringerla con un diaframma sui soli telai di covata, e “verticalizzare” il raccolto.
Il raccolto quasi solo nettarifero causerà un più o meno accentuato blocco della covata, ponendo fine alla febbre sciamatoria.
Il nido deve essere pieno di covata; i favi vuoti vanno asportati, pena vederseli poi colmi di miele (il miele deve essere deposto nel melario!).
I melari, all’inizio della fioritura, dovranno essere rigorosamente vuoti, per evitare qualsiasi contaminazione di questo miele delicato.
Meglio ancora se sono costruiti di recente, con cera ancora chiara. E ancora meglio se nel nido non sono presenti che il minimo indispensabile di scorte, per evitare che le api trasferiscano nel melario (come a volte succede) un miele estraneo all’acacia.
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Anche l’introduzione di fogli cerei durante il raccolto rischia di lasciare, dal punto di vista della gestione ottimale dell’alveare, il tempo che trova: molto facilmente le api costruiranno il foglio cereo riempiendolo subito di miele e non dando tempo alla regina di deporre.
Per rimediare all’eccessivo intasamento del nido, meglio aspettare che le api, finito il raccolto, trasferiscano da sole un po’ di miele nei melari per fare posto alla covata, soprattutto se non c’è immediatamente un altro raccolto. Attenzione però all’inquinamento di acacia nel raccolto successivo. Il momento del prelievo dei melari è fondamentale: dopo l’acacia, in molte zone, fiorisce l’ailanto e basta poco nettare di questa specie per marcare irrimediabilmente l’acacia.
Per avere la sicurezza di un quantitativo di acacia pura, molti apicoltori separano il primo raccolto e l’ultimo raccolto dalla produzione centrale, che si suppone essere la meno inquinata.
Per quanto riguarda la postazione una sola considerazione: non occorre cercare a tutti i costi i luoghi considerati sacri. L’acacia è ubiquitaria e per produrre miele non sono indispensabili boschi interi, perchè spesso le piante isolate e i filari lungo strade e fossi sono ugualmente produttivi.
Assai più importanti sono invece il decorso climatico e l’ambiente.
Sino a che limite potremo considerare un miele di acacia? Il colore è un aspetto importante, ma non dovrebbe essere il più importante, rappresentato dall’assenza di odori e sapori estranei.
Si possono produrre acacie leggermente “colorate” che possono rientrare nei minimi della denominazione, ma non può invece essere accettabile una presenza di ailanto (che può essere evitata con un sollecito prelievo dei melari), che ne altera assai profondamente non il colore, ma le caratteristiche organolettiche.
 
figura 2“Inquinamenti” e purezza monoflorale
All’acacia può seguire il castagno. Non ci sono difficoltà nel preparare le famiglie, anche se dopo l’acacia un controllo nei nidi è fondamentale. Anche in questo caso vale l’accorgimento che, se lo scopo è produrre di più, bisogna togliere dai nidi i favi vuoti. Spesso ciò non avviene perchè in questa stagione anche sponde piene di miele possono poi tornare utili.
Per la scelta della postazione non è sufficiente constatare la presenza botanica del castagno, è più opportuno invece verificare l’incidenza di tiglio e rovo.
Il castagno è molto appetito dalle api per la raccolta di polline, ma il suo nettare è spesso meno ricercato di quello di altre fioriture concomitanti. Il tiglio è una specie in rapidissima espansione e sempre più spesso negli ultimi anni si produce il suo miele in purezza in aree un tempo storiche per la produzione di castagno.
In certi anni si assiste a un prolungamento del periodo di raccolta, poichè le api raccolgono sui fiori di Clematis vitalba, fiorellini insignificanti, che alla fine contribuiscono a rendere il gusto del miele decisamente delicato, ben lontano da quello tipico del castagno.
Infine, quando si può parlare di miele di castagno? Il giudizio più importante non è pollinico/ chimico/fisico, ma organolettico: solo se sa di castagno si può chiamare castagno. 
E per ultima la melata. Siamo a fine stagione. Se l’infestazione di varroa non è preoccupante, possiamo pensare a massimizzare la produzione. In caso contrario, si possono dividere le famiglie relegando da un lato la covata con una cella reale, e il grosso del carico di varroa, e in un’altra arnia su pochi favi, escludi regina e melario, la maggior parte delle api a creare uno sciame in grado di raccogliere subito, previo trattamento acaricida sulle api nude.
 
Le api, su melata, hanno la tendenza a intasare i nidi: regola importante è di aggiungere sempre i melari vuoti direttamente sopra al nido stesso. Alcune api sono più propense a raccogliere melate e anche la selezione può aiutare.
Alla luce di quanto detto a mo’ di esempio, anche se ogni raccolto ha una storia a sè, l’apicoltore può migliorare lavorando sulla tecnica apistica, sulla conoscenza delle aree in cui opera, tenendo conto che l’osservazione deve riguardare più anni, ma soprattutto è imprescindibile che sia in grado di capire e riconoscere ciò che ha prodotto.
Non si possono etichettare come “rosa canina” o “lavanda” mieli in cui sono invece nette le caratteristiche del tiglio o del castagno… e gli esempi di errate indicazioni botaniche possono essere molteplici.
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figura 5Non è un errore grave definire millefiori o semplicemente miele un prodotto di cui non si conosce con certezza l’origine; a questa indicazione possono essere eventualmente aggiunti il luogo e il periodo di produzione per una sua migliore caratterizzazione.
L’utilizzo invece di denominazioni botaniche non corrette, oltre che essere sanzionabile, diffonde una informazione sbagliata ai consumatori.
 

(da un contributo originale di Carlo Olivero sulla rivista l’Apis)frecciatornasu