Mieli d'Italia

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Dieci consigli per affrontare le malattie delle api

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1. Impara la biologia dell’ape (e a farne buon uso)frecciatornaindietro
La pratica, senza abbastanza ”teoria”, rischia di ridursi a un insieme di prescrizioni, di rituali eseguiti ciecamente. Soprattutto nel nostro periodo storico, in cui la vita delle api è messa in pericolo da diversi fattori, non si può agire senza sapere bene su cosa si sta mettendo le mani. Per teoria si intenda la biologia, i cicli vitali dell’alveare. Per ricordare e applicare quello che magari si è appreso in una lezione, occorre collegare le nozioni alla loro applicazione pratica. Come si fa, infatti, a pretendere di ricordare le fasi di sviluppo di un’ape dall’uovo ai voli di bottinatura, se non sa a cosa servirà? E a maggior ragione, quanto può interessare l’anatomia del tubo digerente se non per qualche aspetto pratico, per esempio rispetto al controllo delle malattie? Prendiamo proprio questi due esempi, e supponiamo innanzitutto che per trattare contro la varroa si voglia usare il metodo (oggi tra i più popolari) dell’asportazione di covata, trattando subito (in assenza di covata dove la varroa possa nascondersi), quella parte dell’alveare diviso in due che sarà stata costituita con sole api e la regina (praticamente uno sciame, solo con dei telai di provviste e costruiti). Sistemata facilmente questa parte, occorre però sapere quando intervenire sull’ altra parte, costituita da api e covata di tutte le età: è necessario per forza conoscere qualcosa del ciclo di sviluppo delle api e della regina. Una regina “d’emergenza”, che le api mi produrranno nella parte orfana, di solito viene allevata a partire da una larva di due giorni. Il ciclo completo di sviluppo di una regina è di sedici giorni. Tolgo cinque giorni, tre di fase-uovo e due di fase-larva (che ho saltato): posso quindi pensare che la regina nasca dopo circa dieci-undici giorni. In genere si feconda dopo altri dieci giorni, e comincia a covare qualche giorno dopo. Quanti giorni sono? Circa ventiquattro giorni, e dopo ventiquattro giorni si devono essere schiuse tutte le celle femminili (ciclo 21 giorni) e quelle maschili (24 giorni), lasciando fuoriuscire tutta la varroa in esse presente e senza altra covata in cui possano entrare. A questo punto potrei trattare “in assenza di covata recettiva alla varroa”. Questo è un calcolo comunque approssimativo, perché capita a volte che la regina si riesca a fecondare prima o nasca prima perché prodotta da una larva più vecchia, e allora mi troverò della covata già chiusa con le varroe che vi si sono messe al riparo. Ma come farei mai a eseguire questa tecnica senza un’idea del ciclo biologico delle api? Senza questa conoscenza “teorica” posso solo eseguire passivamente le istruzioni di qualcuno, e se le cose non sono andate come speravo, non saprò nemmeno perché. Quanto all’apparato digerente delle api, non è interessante sapere che in certi ceppi il proventricolo, l’organo che regola il passaggio del cibo dalla borsa melaria all’intestino medio, ha la capacità di filtrare le spore di peste americana spedendole nel lume intestinale, dove vengono eliminate anziché essere somministrate col cibo alle giovani larve, infettandole? E perché è interessante? Perché mostra uno degli strumenti che certe api più di altre possono avere per difendersi da questa malattia, e incoraggia a praticare la selezione anziché la cura.
 
Figura primas
 2. Visita periodicamente il nido
Sul fatto di quanto visitare gli alveari sono speculari un pregiudizio da dilettante (quello per cui ogni visita alle api costituirebbe un disturbo) e uno da professionista (quello per cui “io le api una volta a melario non mi metto certo a visitarle perché è troppo lavoro”). Entrambi riflettono un’ idea giusta, ma se so di poter avere una malattia nei miei alveari e le concedo dei periodi in cui svilupparsi indisturbata, ecco che il “disturbo” diventa ben maggiore, e il lavoro risparmiato ora diventa un lavoro più triste in seguito, con l’eliminazione di arnie malate e il sospetto che la malattia possa essersi diffusa a tutto l’apiario.
 
3. Tieni sotto controllo i tuoi vicini
Molti apicoltori hanno faticato a decollare perché hanno iniziato in zone dove c’erano uno o più focali di malattia. E’ sempre bene guardarsi prima allo specchio, per vedere se veramente si sanno diagnosticare le malattie, e se si sanno diagnosticare, se ci si mette in condizioni di farlo precocemente, visitando gli alveari spesso e nei momenti opportuni, e anche se si sono trascurate alcune delle buone pratiche o commesse imprudenze. Però anche un apicoltore impeccabile dipende dalla qualità del suo vicinato. Intervenire sui vicini può essere facile, se i vicini sono aperti e cordiali, ma a volte può richiedere doti diplomatiche. Ovviamente è possibile chiedere l’intervento di un veterinario, oppure sfruttare una riunione di apicoltori della zona per affrontare l’argomento, l’intervento di un apicoltore carismatico o la mediazione del tecnico apistico della locale associazione.
 
4. Impara a riconoscere il saccheggio e a non provocarlo, e datti delle regole di quarantenaFigura 3s
Il saccheggio (vedi capitolo dedicato) qualche volta viene causato dall’inesperienza e dall’imprudenza dell’apicoltore, qualche volta viene invece utilizzato intenzionalmente per far svuotare del miele favi non riutilizzabili o pulire melari dopo la smielatura. Il che può risultare molto comodo nella gestione aziendale, ma quando c’è il sospetto di malattie è uno dei modi migliori per trasmetterle a tutto un apiario. Col sospetto di malattie anche lo scambio di telaini va limitato: si può decidere di limitare lo scambio tra arnia e arnia di un apiario o anche solo tra apiario e apiario, a seconda della diffusione. Oppure, in casi estremi, di non effettuare alcuno scambio. Questa è una forma flessibile di “quarantena”.
 
5. Da’ il tuo contributo alla selezione (se ognuno aggiunge la sua goccia, diventa un mare)
Prima che arrivassero gli apicoltori, cosa succedeva alle famiglie d’api, in natura? Quelle più sensibili a una malattia si ammalavano e morivano. La tarma della cera (o piuttosto una famiglia di topi) penetravano poi nella loro dimora per divorare il miele, la cera e la covata rimasta. Pulivano tutto. Il materiale contaminato spariva e la famiglia, morendo, non aveva una discendenza né femminile né maschile con cui perpetuare la sensibilità a quella malattia. Sopravvivevano solo quelle più geneticamente sane. E’ la “spietata selezione darwiniana dei più adatti”. Cosa ha fatto invece per cent’anni l’apicoltore “moderno”? Ha sempre cercato di tenere in vita tutte le famiglie, resistenti o sensibili, medicandole e accudendole, e ha permesso che si perpetuassero, per via femminile (regine) o maschile (tramite i fuchi), dei caratteri genetici che la natura avrebbe eliminato. Eliminare le famiglie malate, o impedire che le regine di famiglie dove compare anche solo una pallida traccia di una malattia possano essere usate come “fattrici”, è un contributo che ognuno può dare alla selezione.
 
6. “Forza” le api solo quando ci sono le condizioni ottimali per farlo
Inserire fogli cerei, mettere i melari, “salassare” le famiglie per la sciamatura, costituire nuovi nuclei, a volte persino una visita molto accurata in cui si tolgono tutti telai dall’arnia, possono essere fattori di stress, se queste operazioni non sono effettuate quando le condizioni sono ottimali. Cioè quando la covata non rischia di raffreddarsi, o di essere abbandonata dalle api, perché c’è stato un ritorno di freddo e noi avevamo “allargato” troppo l’alveare; quando il rapporto api adulte/covata non è sbilanciato col prevalere di quest’ultima; quando la popolazione è abbondante; quando c’è flusso di nettare e di polline; quando le temperature sono miti. Molte malattie batteriche o fungine o virali vengono amplificate o innescate da questo tipo di stress gestionale, tant’è che spesso mi è capitato di notare come apicoltori “primitivi”, che praticano una gestione minima degli alveari, hanno meno di queste malattie (in compenso, quando le hanno, sono destinati ad accorgersene troppo tardi!).
 
7. Cura la salubrità della postazione
Una buona postazione può creare i presupposti per la salute degli alveari se riesce a fornire un’alimentazione variata, ricca e costante soprattutto in vista dell’inverno; il meglio è che ci siano sorgenti di polline di varie specie(in modo che il contenuto proteico dell’uno integri quello dell’altro) o anche polline abbondante di una specie, purchè (e questo soprattutto in vista dell’inverno) non sia una di quelle specie che si considerano “povere” come il girasole, l’erba medica o il castagno; alcuni mieli scuri come la melata, ricchi di minerali, sono più difficili da digerire e non costituiscono le scorte ideali per l’inverno; una postazione deve anche fornire un clima salubre e senza estremi, che non costringa le api a sforzi in più per riscaldare o rinfrescare l’alveare; in cui l’umidità esterna non rinforzi l’umidità interna; che permetta alle api, d’inverno, di uscire per voli di “purificazione” all’esterno e che permetta quindi a eventuali api malate di uscire e disperdersi anziché rimanere con la loro carica batterica nell’alveare, dove muoiono e vengono scomposte e “succhiate” dalle altre api, che così facendo ingeriscono batteri o funghi o parassiti intestinali; dove vi sia acqua non inquinata per rinfrescare l’alveare d’estate e per sciogliere il miele immagazzinato nei periodi di magra, oltre che per mantenere facilmente l’umidità che serve allo sviluppo della covata. Infine, non ammasserei troppi alveari nella stessa zona se ho avuto manifestazioni patologiche (pericolo saccheggi, derive, carestia).
 
8. Impara anche la biologia delle malattie e dei parassitiFigura 4
Vale lo stesso discorso fatto per la biologia dell’alveare. Le malattie hanno evoluzioni diverse, pericolosità diverse, fattori favorenti diversi, alcune colpiscono la covata e altre le api adulte, eccetera. Attenzione però ai manuali, perchè tendono a mostrare le foto delle malattie solo nei loro stadi più avanzati. Invece le malattie vanno diagnosticate molto prima che tutta una famiglia sia compromessa! Dunque i manuali possono servire per familiarizzarsi, poi ci vuole pratica e scambio di comunicazioni ed esperienze con altri apicoltori e aver visitato tanti, tanti alveari tante volte. Se non bastano i tuoi, anche quelli degli amici disponibili.
 
Figura 5 Figura 6s

9. Non far mancare il giusto nutrimento alle api
L’insorgere di molte malattie è collegato a stress alimentare. Un flusso nettarifero stimola anche il comportamento di igiene delle api, che puliscono e liberano le celle. Un certo ristagno porta a mantenere più facilmente nell’alveare materiale contaminato, e in certi casi la nutrizione può costituire un flusso nettarifero artificiale.In zone fredde o di montagna, un’abbondante nutrizione autunnale di sciroppo denso che quasi saturi lo spazio interno, può aiutare a stringere il glomere invernale rendendogli le provviste facilmente raggiungibili. In caso di possibilità di nosemiasi, una nutrizione autunnale a base di sciroppo denso che faccia saturare la zona intorno a cui si svilupperà la covata farà sì che lo sciroppo sia il primo cibo con cui si nutriranno a primavera, dunque un cibo non a rischio di contaminazione come potrebbe invece essere il miele. Abbiamo qui inteso parlare di nutrizione “di base”, non della discutibile nutrizione cosiddetta “stimolante”, e siamo d’accordo che il miele costituisca (salvo contaminazioni) il miglior cibo per le api. Scarsità di polline autunnale (o impossibilità a farne riserva) determina delle carenze che si riveleranno magari nel tempo, quando le api, esaurite le scorte dell’alveare, attingeranno, per produrre nutrimento per le larve, alle proprie riserve corporee. In Italia di solito non è un fenomeno così frequente, ma in autunni piovosi in cui le api escano poco, quando le api nascenti devono attrezzarsi a sopravvivere non i soliti 30-40 giorni, ma per tutto l’inverno, si può considerare la possibilità di un’integrazione proteica (cioè del polline).
 
10. Rinnova la cera, ma con intelligenzaFigura 7s
Rinnovare la cera è importante e sul rinnnovo della cera c’è unanimità di opinione: sostituendo un telaino vecchio con un foglio cereo si azzera l’eventuale carica batterica contenuta nelle celle, soprattutto quelle che hanno contenuto covata. Purtroppo capitava lo stesso di trovare peste americana nella cera nuova data da costruire a sciami da poco catturati, così come capita di trovare peste europea o covata calcificata in nuclei dove buona parte della cera è nuova. La reazione dell’apicoltore è spesso di dare la colpa alla cera: cosa che in teoria sarebbe anche possibile. In realtà è più probabile che la malattia avesse raggiunto una massa critica e che sia stata una “forzatura” nel momento sbagliato (vedi punto 6) a far comparire la malattia in presenza di tanta cera nuova. Comunque sia, un rinnovo di almeno un terzo della cera ogni anno resta una buona misura profilattica.

(da un contributo originale di Paolo Faccioli)frecciatornasu