Mieli d'Italia

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Il saccheggio

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Riconoscere un saccheggio, anzi, percepirne le avvisaglie prima che abbia veramente preso piede, è uno dei fondamenti dell’allevare api.frecciatornaindietro
Tra gli strumenti di sopravvivenza in dotazione alle api , quando non possono approvvigionarsi volando sui fiori, c’è il dare l’assalto alle scorte di altri alveari.
Ma non dobbiamo essere noi a incoraggiarle su questa strada: ci sono anche altri strumenti di sopravvivenza, quali un forte atteggiamento di difesa attiva (cioè aggressività) o la tendenza ad abbandonare il favo, che non vanno molto d’accordo con l’apicoltura da noi praticata, anche se in condizioni primitive possono essere stati utili alle api.
 
figura 1Come riconoscere un saccheggio?
Un saccheggio può avvenire o in forma massale ed immediatamente evidente o in una forma sottile e non facile da individuare, e di cui per giunta ci si preoccupa in genere molto poco (viene chiamato “saccheggio latente”).
Il tipo di situazione esterna aiuta a capire quando stare in guardia: nei periodi in cui il raccolto è scarso e le api sarebbero in grado di volare, o a volte semplicemente in ore del giorno in cui non ci sarebbe volo di raccolta.
Oppure quando arrivati in apiario si nota un volo senza direzione, non l’andirivieni regolare da e verso il portichetto dell’arnia, ma un volo aggressivo e insistente in cui le api esplorano le arnie anche dal retro, da sotto o dai lati: sono alla ricerca di una fessura dove penetrare.
Il miglior modo di riconoscere il saccheggio è prestare attenzione a un volo concitato, a scatti avanti e indietro sulla parte frontale di un alveare.
Un volo ben diverso dal planare (sia pure a getto continuo) delle api che tornano cariche di nettare in piena fioritura: qui infatti si tratta di api che cercano di eludere la sorveglianza delle api guardiane, quindi atterrano velocemente, ma si ritirano altrettanto velocemente se trovano la strada sbarrata, pronte a riprovarci immediatamente, cercando di penetrare evitando il contatto con le guardiane.
Dopo un po’ si manifestano anche episodi di lotta: api che si stringono o si avvitano una all’altra e cercano di pungersi.  
A volte ci sono api che entrano in un’arnia vicina per sbaglio, in questo caso però sono molto remissive e si lasciano ispezionare e trasportare in giro sul predellino dalle guardiane. Le api saccheggiatrici possono presentare un aspetto lucido e più scuro, e sicuramente sono più propense a pungere. Anzi, lavorando a mani nude è più facile percepire in anticipo un saccheggio.
 
figura 2s
 
Da non confondere col saccheggio
Sia per la situazione generale, sia per il tipo di volo, la differenza tra bottinatrici di ritorno e saccheggiatrici è evidente, mentre è più facile confondere col saccheggio uno dei voli collettivi di orientamento che compiono le api giovani per imparare la posizione dell’alveare.
Anche le api giovani volano avanti e indietro, sulla parte frontale dell’arnia, o compiono dei giri all’intorno, sempre però rimanendo nelle vicinanze, e non c’è lotta né atteggiamento difensivo da parte delle guardiane. E’ un fenomeno che si manifesta di solito da mezzogiorno fino a tutta la prima parte del pomeriggio, nei periodi in cui ci sono tante nascite, e tende a cessare spontaneamente dopo una ventina di minuti.
Le api giovani cercano di guadagnare l’entrata, non danno l’assalto a ogni fessura o ad ogni residuo di miele che può essere fatto cadere inavvertitamente nel lavorare; non sono propense a pungere.
 
Quali alveari vengono preferibilmente saccheggiati?
Si dice che il saccheggio normalmente inizi a scapito delle famiglie più deboli. Deboli sono tutte quelle arnie con troppo poche api per difendersi, o perché hanno una consistenza esigua, o perché sono sciami artificiali appena costituiti, appena dotati di una nuova regina o di una cella, e magari appena trasportati in un posto nuovo: allora le api che in quel posto ci abitavano da prima tentano subito di approfittarne, mentre le api dello sciame non costituiscono ancora una “famiglia” a tutti gli effetti e non sono ancora preparate a difendersi.
Deboli sono le famiglie malate o parassitate (dunque un saccheggio può diffondere varroa e malattie batteriche). Deboli sono le famiglie rimaste senza regina. Ma deboli diventano anche quelle famiglie di per sé forti che però, in un momento di eccitazione e tendenza al saccheggio, vengono aperte, esposte all’attenzione delle saccheggiatrici, magari affumicate (sappiamo che il fumo interferisce col sistema difensivo delle api, oscurando i feromoni d’allarme, quindi è utile per lavorare su un alveare, ma non in un momento di saccheggio).figura 3s
 
Cosa può fare l’apicoltore
Il saccheggio, si sente spesso dire, è sempre responsabilità dell’apicoltore, che ha lasciato esposti telaini di miele, che ha continuato a lavorare ignorando l’inizio di un saccheggio, che ha lasciato arnie deboli e arnie forti in uno stesso apiario, che non ha visitato con sufficiente frequenza gli alveari lasciandone in giro di orfani o malati, che ha nutrito le api con sciroppo di zucchero in pieno giorno e in periodo di secca.
In realtà esistono periodi, in certe zone soprattutto, in cui il saccheggio può svilupparsi autonomamente.
Certo, all’inizio è più facile che siano oggetto del saccheggio arnie deboli, ma poi si trasmette anche ad altre e all’apicoltore, arrivando in apiario, non resta molto da fare.
Quello che è possibile fare in una fase ormai avanzata del saccheggio è solo restringere gli ingressi limitandoli a pochi fori (anche se è piena estate), in modo che le api possano difendersi. Non sempre è saggio, in questi casi, portare semplicemente via un alveare che altre api stanno saccheggiando: le saccheggiatrici in piena eccitazione non si placheranno facilmente e cercheranno di rivolgere la loro azione verso l’alveare più predisposto, magari quello immediatamente vicino.
In realtà si può portare via un alveare oggetto di saccheggio, ma lasciando sul posto magari un’arnia vuota con un telaino di miele, in modo che il saccheggio abbia una sua naturale conclusione, con un assottigliarsi sempre maggiore delle disponibilità di miele (e quindi dell’attività delle saccheggiatrici) fino a esaurimento. Ci si augura, almeno, che vada così. Quanto all’alveare che porto via, l’esperienza mi dice che è meglio trasferirlo subito in un’altra arnia. Forse è l’odore dei frammenti di cera sminuzzati dalle saccheggiatrici o sforse le saccheggiatrici lasciano un qualche tipo di traccia odorosa: il saccheggio può allora riprendere anche dopo aver trasportato l’alveare a una notevole distanza. Se invece un saccheggio è iniziato da poco, gli ingressi possono essere coperti con erba in modo da fermare il volo, così da poter lasciare l’apiario aspettandosi che l’erba, seccandosi, riapra gradualmente l’ingresso.
 
Quando l’apicoltore “fa uso” del saccheggio”
A volte l’attitudine al saccheggio viene deliberatamente utilizzata dagli apicoltori. Ecco alcuni esempi: per far ripulire i melari alle api prima di riporli in magazzino a fine stagione, per far svuotare i telaini intasati di miele di una cassa orfana e poterli utilmente inserire dove c’è una regina che li può riempire di covata. Ecco un altro uso creativo del saccheggio: a quanti è capitato di rovesciare un secchio di miele sui sedili posteriori della macchina! Pulirli da soli è un lavoro lungo con un risultato incerto: meglio lasciare il compito alle api. Rimarranno solo da pulire le loro cacche, un lavoro molto più facile. E’ una buona cosa utilizzare il saccheggio nei modi elencati sopra? Di sicuro è una cosa molto pratica. Però ha dei risvolti inquietanti. Se sono presenti delle malattie allo stato latente nei vari apiari, un uso disinvolto e sistematico del saccheggio può trasformare quella che era una malattia di alcune arnie in una malattia “aziendale”. Uno deve far bene i suoi conti, anche perché non è mai solo sul territorio.
 
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Il saccheggio cosiddetto “latente”
Abbiamo accennato a una forma di saccheggio che viene chiamato ”latente”. Il saccheggio latente può essere soprattutto importante per chi, alla fine dell’anno, promuove alcune regine a “fattrici” o “madri” per l’anno successivo considerando la quantità di miele prodotta. C’è un grazioso episodio raccontato tempo fa da un allevatore francese, Marc Gatineau. Un suo amico gli aveva dato una regina le cui api, secondo lui, facevano meraviglie: i melari si accumulavano uno sull’altro in maniera impressionante. L’aveva scelta usando come solo criterio la quantità di miele trovata nei melari, e l’aveva data a Marc con orgoglio perché la usasse per la riproduzione. Marc la inserì nel nucleo di un apiario. Dopo un po’ di tempo si rese conto che gli altri nuclei presenti in quell’apiario avevano bisogno di nutrizioni sempre più frequenti. Bene, avrete già capito cos’era successo, e perché quelle api erano tanto brave! Marc ne ricevette la conferma spolverando di farina le api in uscita dai nuclei e guardando dove andavano a finire.
Il saccheggio latente può essere dedotto in modo semplice da un insolito movimento di api, che non ha una sua logica in quel determinato momento. Si possono allora infarinare le api come ha fatto Gatineau (usando un soffietto da giardino) o osservare se escono, dall’arnia che ho il sospetto stiano saccheggiando, gonfie, con l’addome disteso. I più crudeli possono prelevarne qualcuna in uscita, sezionarla in due, spremere la sacca melaria e vedere se esce una goccia di miele. Però, se non si notano particolari anomalie negli apiari, si può tranquillamente ignorare il saccheggio latente.
 
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Assistere a un saccheggio è un’esperienza formativa (auspicabilmente la prima e ultima volta…)
Come si fa a credere davvero nelle buone pratiche di prudenza che vengono da tutti suggerite se non si ha almeno provato il brivido di un po’ di vero saccheggio? Ebbene, senza arrivare a far distruggere un apiario, le occasioni di una moderata ma significativa esperienza non mancano. Per esempio: anche per un apicoltore esperto è difficile calibrare esattamente quand’è il momento di smettere di togliere i melari pieni. Non si è andati in apiario per portar via qualche melario e tornare una seconda e magari una terza volta, anche se stagioni secche come quella passata costringono a volte a farlo. Magari sono rimaste solo due casse col melario e anche se il saccheggio è già cominciato uno si dice “Non torno certo in apiario per soli due melari”, soffia via le api e li carica. E quando ritorna in quell’apiario, non è insolito che scopra che proprio quelle due ultime casse sono state saccheggiate a morte. Ci si rimane male, ma al tempo stesso si rinfresca quel sano timore che permette di applicare le “buone pratiche” con convinzione.

(da un contributo originale di Paolo Faccioli)frecciatornasu