Mieli d'Italia

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Prevenzione della sciamatura

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Attenzione ai segni premonitorifrecciatornaindietro

Il primo passo è di accompagnare lo sviluppo della famiglia d’api a primavera con un’osservazione sempre più stretta dei “segni premonitori” della sciamatura. Segni che non sono solo premonitori ma diventano concause del fenomeno: andirivieni intenso delle api sul predellino di volo, raccolta di polline (che indica abbondante presenza di cibo per la covata in espansione), “imbiancatura della cera” (che indica flusso nettarifero abbondante, presenza di api ceraiole (cioè giovani), e un innalzamento di temperatura indispensabile alla trasformazione del nettare in cera); man mano che la popolosità delle api sembra aumentare, vengono anche costruite nuove celle maschili, e quelle già esistenti riempite di covata, così che in prossimità della sciamatura si possono vedere numerosi i maschi già sfarfallati; per arrivare a notare un livello di popolosità delle api il cui indicatore più interessante sono certi loro grappoletti che pendono dal fondo dei telaini. E’nelle zone basse del telaino che di solito compaiono i primi cupolini che evolveranno in celle reali. La presenza di celle reali deve allarmare solo quando le api vi stanno già nutrendo delle larve. Il “punto di non-ritorno” è raggiunto quando esse sono opercolate o prossime all’opercolatura (le nuove candidate regine sono ormai “infornate”). A questo punto ogni spazio sarà riempito, di covata o di miele, e si assisterà alla stagnazione di parte della popolazione. Attive, saranno soprattutto le api “esploratrici”, quelle che stanno cercando una nuova dimora; quanto alla regina, le api avranno cominciato da giorni a tenerla a dieta stretta e a “strapazzarla” per farla assottigliare e metterla in condizioni di volare. Questo si traduce in una diminuzione, se non in un arresto, della deposizione.
 
La sinfonia dei feromoni
I feromoni, come quasi tutti gli apicoltori dovrebbero sapere, sono sostanze emesse dalle api (o dalla covata) che hanno un’azione su altre api. Possono provocare un comportamento particolare, o indurre (e a volte inibire) delle modificazioni fisiologiche e ghiandolari. Ci sono feromoni emessi dalla covata (per “chiedere” il cibo adatto o che inibiscono la costruzione di celle reali), dalle api operaie (di allarme, di richiamo, ecc.), dai fuchi (richiamo sessuale) e dalla regina: un’intera, complessa sinfonia. Il feromone mandibolare della regina è per esempio responsabile di molte funzioni della famiglia d’api: impedisce agli ovari non fecondati delle operaie di attivarsi per covare uova che sarebbero di soli maschi, inibisce la costruzione di celle reali (ecco qualcosa che qui ci interessa in particolare!), dà origine alla “corte” che le api formano intorno alla regina e, se raggiunge le api in periferia, anche a loro il senso di coesione alla famiglia. Inoltre, come Yves Leconte e collaboratori hanno mostrato, presiede alla regolazione del numero e del tipo di celle (femminili maschili o reali) che le api costruiscono. Se la regina riesce a raggiungere il bordo inferiore del favo e a lasciare tracce feromonali, inibisce la costruzione di cupolini destinati a svilupparsi in celle reali, ma se il fondo è congestionato da grappoletti di api, ecco il primo posto dove i cupolini cominceranno a comparire, soprattutto se la regina è vecchia e a corto di feromoni. La complessità della sinfonia feromonale è tale che, nell’intento di controllare il processo di sciamatura, non potremmo mai riuscire a dirigere il traffico di tutte le onde simultanee di feromoni. E’ meglio darsi una priorità, per semplificare il procedimento, e questa priorità è senza dubbio permettere la distribuzione dei feromoni reali al maggior numero di api. Mark Winston ha mostrato come in un’alveare non congestionato il 90% delle operaie riceve la sua dose di feromone reale in 24 ore, mentre in un alveare congestionato sono solo il 45%. Dunque decongestionare la famiglia, ma solo “quanto basta”, se no rischierò di non avere abbastanza api per il primo raccolto.
 
Figura 2 Figura 3

 
Solo per fare un esempio
Il mio compito principale, se voglio controllare la sciamatura, è dunque di rimettere le api in condizione di riaccedere alla consapevolezza della regina,e, in aggiunta, di fornire loro lo spazio dove immagazzinare il nettare in arrivo, in modo che non sia in competizione con lo spazio destinato alla deposizione. Questo può essere ottenuto con un “salasso” di favi e api che può essere graduale o improvviso a seconda del tipo di api e del tipo di ambiente e di stagione, e può prevedere l’asportazione anche di quattro, cinque o perfino sei favi (in questo caso però l’operazione va fatta in due o tre tempi per non indebolire troppo la famiglia. Il che comporta la formazione di nuovi nuclei con la covata asportata e l’inserimento, nell’alveare salassato, di fogli cerei (in alternativa, fogli costruiti vuoti). A seconda del tipo di ambiente e del clima, potrò intervallarli tra i favi di covata (perché vengano costruiti con maggiore fretta e adibiti a covata) o lasciarli ai margini esterni della covata, per non rompere un equilibrio precario della famiglia. Non è così semplice come sembra: la valutazione della forza di una famiglia e l’entità del salasso vanno correlate avendo una certa esperienza alle spalle. In fase di apprendimento, è bene procedere con prudenza e gradualità (un apicoltore principiante dovrebbe in teoria avere il tempo di ripassare più spesso a osservare l’evoluzione). Le variazioni sul tema del “recuperare la circolazione di feromone reale” comunque sono tantissime e a volte molto fantasiose. L’aggiunta di un melario potrà essere fatta tanto più facilmente in quanto la primavera non prevede ritorni di freddo e la popolazione è rimasta sufficientemente forte per cominciare a occuparlo.Figura 5
 
“Formule” per il controllo della sciamatura
Ogni apicoltore, sulla base dell’esperienza che si va facendo con il suo tipo particolare di api e nell’ambiente particolare dove lavora, arriva prima o poi a stabilire dei propri criteri su come comportarsi rispetto alla sciamatura. Spesso il punto di riferimento è dato dalla fioritura dell’acacia, che per la maggior parte degli apicoltori italiani è il primo momento in cui si vuole avere il massimo di api possibili (senza però che sciamino), per raccogliere il massimo possibile di miele. L’emiliano Onelio Ruini, uno dei padri dell’apicoltura italiana, fu il primo a elaborare una vera e propria “formula”: quaranta giorni prima della fioritura dell’acacia livellare le famiglie su quattro telai di covata e tante api che possano coprire nove telai, lasciandole crescere di un solo telaio di covata ogni dieci giorni. La formula è nata diversi decenni or sono, in condizioni ambientali diverse da quelle odierne, ed era basata su api dalla scarsa attitudine a sciamare. In anni più recenti al figlio Francesco è capitato di dover aggiornare in vari modi la formula del padre, per esempio in casi in cui era arrivato ad aprile con molta covata e poche api, e dunque in condizioni in cui era difficile valutare bene quale sarebbe stato il patrimonio effettivo di api per la raccolta.

La “formula” di Angelo Dettori, romagnolo, uno dei pionieri dell’apicoltura biologica, consiste nel partire con 4 favi di covata e due di scorte il 1° d’aprile, lasciar crescere il nucleo di un solo telaino e togliere man mano telai di covata con api fino a riuscire a collocare alle soglie del raccolto un foglio cereo che si trasformi rapidamente in un telaio di covata fresca, il sesto (Dettori quindi non utilizza tutti e dieci i telaini).

La “formula” di Mauro Cavicchioli, fondatore della Cooperativa “Il Pungiglione” in Lunigiana, era di lasciare gli alveari, 20-25 giorni prima della fioritura dell’acacia, su 5 telaini di api e covata (e lui utilizzava l’intera arnia).

Non staremo a elencare tante altre formule, cerchiamo solo di far capire che ogni apicoltore deve rispondere, nella sua situazione di api e di ambiente, e secondo le sue disponibilità di tempo e preferenze, a queste domande: Quand’è la prima grande fioritura che voglio sfruttare? Quant’è forte l’attitudine delle mie api a sciamare? Quanto sono giovani le mie regine (e quindi ricche di emissione feromonale)? Sono in una zona dalle primavere fredde e instabili o in una zona dove la primavera è un crescendo quasi costante? Tra i due estremi, preferisco il rischio di una sciamatura o quello di un raccolto meno abbondante? Cosa prevede il meteo nei giorni successivi alle mie operazioni? Tra le mie operazioni e l’inizio della prima grande fioritura, quante api mi aspetto che nascano in relazione a cosa lascio nell’alveare? (bisogna considerare che da un favo completo di covata nascono api sufficienti a popolare tre-quattro favi: il problema è: “quando?” Se la covata è costituita da uova, perché le api diventino bottinatrici ci vogliono 40 giorni circa, 21 per sfarfallare più 15-20 adibiti ai lavori “di casa”; se la covata è in fase di opercolatura si calcolano 30 giorni, ecc. : dopo un po’ di pratica la proiezione viene intuitiva).

Zone diverse, teorie diverse
Jos Guth (apicoltore lussemburghese) ha più volte additato come una delle cause principali della sciamatura la “rottura dell’equilibrio della famiglia” che sarebbe provocata dall’inserimento, tra i telai di covata, di fogli cerei. “La regina non deve interrompere di covare, se si vuole evitare la sciamatura”, una tesi sui cui sarebbe stato d’accordo Pino Fasoli, da Lodi, uno dei grandi dell’apicoltura italiana, che faceva costruire i telaini l’anno prima per utilizzarli in fase di controllo della sciamatura di modo che la regina avesse subito spazio in cui deporre. Guth suggerisce di collocare i nuovi fogli cerei esternamente alla covata. Sia Guth che Fasoli si sono calibrati in zone dalle primavere incerte e dai forti ritorni di freddo. Nelle zone miti del Centro Italia, l’inizio di primavera può essere caratterizzato da forti raccolti di polline e anche di nettare, e lo sviluppo delle famiglie può prendere una piega travolgente. Per cui, con un’occhio alle previsioni del tempo per i giorni successivi (perché tramontana o ritorni di freddo sono possibili anche lì), io evito che la regina smetta di covare proprio inserendo fogli cerei tra telaini di covata, per distribuire la quantità di api su una superficie più larga e dare lavoro alle api ceraiole, che non restino inoperose contribuendo alla stagnazione. Mi aspetto dunque che siano costruiti rapidamente. Se mi muovessi però troppo presto in stagione o in periodi che si prevedono inclementi, farei proprio l’errore stigmatizzato da Guth e Fasoli. Dunque le due pratiche sono modulabili a seconda della zona, e, nella zona, della situazione specifica che si viene a creare nel momento in cui voglio agire. Se agissi in una zona mite del Centro Italia come consigliato da Guth, qualche volta mi potrebbe andare anche bene, ma in genere assisterei (se non sono in grado di controllare frequentemente gli alveari) a delle travolgenti sciamature.

Ci sono api e api

Continuando a riferirsi a generiche “api” si puo’ incontrare situazioni in cui a una tecnica non corrisponde un succedersi di fatti congruo con le aspettative. Ci sono infatti api che si comportano in modo diverso da altre api: occorre conoscere le proprie e farci un po’ di pratica. Il caso che può capitare a un principiante è quello di acchiappare uno sciame che, una volta nell’arnia, manifesta dei comportamenti tipici delle api poco adattate all’apicoltura. Spesso questi comportamenti si ritrovano insieme e costituiscono un sistema arcaico di reazione (arcaico nel senso che sembra che le api non siano passate per l’esperienza dell’apicoltura ). Api che non stanno sul telaino ma tendono a svuotarlo e a fuggire; api aggressive; api che hanno una forte, quasi inarrestabile, tendenza a sciamare: sono api che sono abituate ad arrangiarsi da sé per difendersi e riprodursi, e non considerano l’intervento dell’uomo se non magari come un’intrusione. Figura 4All’altro estremo ci sono api selezionate con anni di lavoro dall’uomo, che in genere sono più docili, stanno composte sul favo mentre l’apicoltore ci lavora. Fanno anche loro celle reali (perché non esistono api che non desiderino riprodursi, sarebbe mostruoso), però, con solo qualche mirato intervento umano e non appena il flusso nettarifero diventa costante, tendono loro stesse a distruggerle, perché “c’è una nuova priorità di cui occuparsi”. Perché non tutti hanno api così “comode”? Perché sono il prodotto di un lavoro di decenni che in Italia non è mai stato veramente portato avanti. In mezzo a questi due estremi, una varietà di generiche “api”.
 
E se non voglio aumentare gli alveari?
Se qualcuno non volesse aumentare il numero degli alveari, in base a quello che si è detto finora potrebbe, pensandoci bene, trovare una soluzione da solo (se capisco i “perché”, posso arrivare al “cosa” e al “come”). Ma volendo fornire un esempio, ecco qualcosa che si può fare quando si valuta che una famiglia sia a un punto di non-ritorno: la regina ha rallentato la covata, è stata tenuta a dieta ed è diventata più magra e pronta a volare, e le api collocano miele nelle celle che avrebbero potuto ospitare uova (ovviamente in questa fase sono anche già comparse celle reali di sciamatura). In questa situazione, anche se continuassi a eliminare le celle reali, sarebbe uno sforzo contro natura, “in salita”: se anche le api non trovassero modo di farmi fesso approfittando di qualche mia distrazione, produrrebbero comunque poco e rimarrebbero stagnanti perché hanno “altro per la testa”. Certo, in realtà posso fare anche questo: continuare a togliere le celle ogni 5-6 giorni, sperando che prima o poi smettano di costruirle. Se invece prelevassi la regina con pochi telai di covata e di api e la collocassi in un cassettino lì vicino, riporterei la situazione indietro di qualche mese. Le api sentirebbero di nuovo la presenza della regina, la nutrirebbero bene, perché a questo punto si è tornati a una fase dove “occorre crescere”, lei tornerebbe a ingrassare e covare. Dopo un po’ di giorni potrei riunirla, con le opportune precauzioni, alla sua ex-famiglia, che avrà nel frattempo costruito celle reali (che io avrò eliminato dopo 7 giorni ed eventualmente ancora al momento della ricomposizione). Questo è un lavoro fatto non ostacolando, ma facendo leva sulla loro natura. E nel frattempo la “febbre sciamatoria”, in genere legata a un periodo preciso dell’anno, farebbe posto alla “febbre del raccolto”.
 
Figura 6Perché il semplice ”smezzare” una famiglia (un suggerimento per apicoltori davvero molto grezzi) può non funzionare
Se smezzo una famiglia “alla cieca”, cioè senza cercare dov’è la regina, in una parte rimarrà la regina e continuerà a covare, nell’altra le api, orfane, costruiranno celle reali. Questa parte con regina sarà, così indebolita, riportata indietro a, diciamo, un mese prima. Potrà forse superare il periodo della febbre sciamatoria e arrivare a occupare il melario, ma non avrà la forza per fare un buon raccolto di miele primaverile. Se la stagione è generosa, la famiglia però si potrebbe invece sviluppare in fretta e potrebbe comunque tornare prossima a sciamare, soprattutto se la regina è vecchia e con poca emanazione di feromoni. Passiamo alla parte rimasta orfana, ma con metà della covata. Si sa che nei primi due giorni una larva di regina e una di operaia sono identiche, e solo dopo hanno sviluppi diversi. Possibilmente, verranno scelte dalle api le larve più vicine a questa età cruciale, per rifarsi delle regine. Che nasceranno dopo una decina di giorni e, nell’ipotesi più probabile, sciameranno una dopo l’altra, ciascuna con un piccolo gruppo di api, dissanguando così l’alveare (evento più raro a primavera: la prima nata aprirà le celle delle altre pungendole a morte prima che nascano). La vergine rimasta forse si feconderà, forse invece non riuscirà a rientrare dal volo di fecondazione: in questo caso la famigliola rimarrebbe orfana, finchè, senza la presenza del feromone reale che le inibisce, api operaie comincerebbero a covare soli maschi. Se anche tutto andasse bene e la regina si fecondasse, prima di riprendere l’organico di api che consente un raccolto, passerà comunque molto tempo. Delle due metà, una può rimanere sul posto, ma l’altra deve essere portata ai tradizionali “ tre chilometri di distanza” (come dicono i manuali). Se no, quella spostata rispetto alla posizione originaria, rischia di svuotarsi di api, che escono in volo dal nuovo posto ma ritornano nell’arnia d’ origine. La parte senza regina, se è trasportata in un posto nuovo, può essere saccheggiata da api locali (manca il feromone reale che dà coesione alla famiglia e capacità di difendersi). Certo, potrebbe anche andare tutto bene, ma non è meglio provare a dirigere il processo imparando così qualcosa sulle api?
 
Un consiglio da apicoltore preistoricoFigura 1
Perché può aver senso proporre una procedura antiquata come il recupero degli sciami? Perché molti apicoltori hanno notato come l’apicoltore “antiquato”, “non professionale”, se solo si dà da fare quanto basta per controllare la varroa, tende sì a perdere un po’ della produzione primaverile, ma ad avere famiglie più forti e più sane di quelle molto manipolate di un’apicoltura “industriale” (non c’è da stupirsi: la sciamatura è la cosa più naturale per le api). Naturalmente si tratta di una pratica che con un’apicoltura da reddito è difficile potersi permettere. In questo momento stiamo comunque parlando di api “comuni” diffuse sul territorio, non di api particolari, frutto di una selezione ben fatta, che richiedono una logica diversa a seconda del tipo.
 
(da un contributo originale di Paolo Faccioli)frecciatornasu